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22 settembre 2009

Ancelotti: mio papà, Liedholm e un bel "Vaffa" quando serve

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Carlo Ancelotti torna alle origini in un'intervista concessa al Daily Mail

L'allenatore del Chelsea concede una splendida intervista al Daily Mail dove ricorda il lavoro del padre (che faceva il contadino), gli insegnamenti di Niels e la devozione per Padre Pio. E spiega come ha ovviato alla scarsa conoscenza dell'inglese

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Dalla tranquilla vita della campagna emiliana a quella caotica di Londra, passando per i trionfi al Milan. Carlo Ancelotti torna alle origini in un'intervista concessa al Daily Mail, dove ricorda il lavoro del padre, che faceva il contadino e il modo di vivere di quel periodo: "Quando ero ragazzo, vivevamo insieme a quattro-cinque famiglie - ha detto Ancelotti -. Case diverse, ma la stessa terra. Quando ci incontravamo era come se fosse una grande festa. Non potevo capire quanto mio padre lavorasse duro, lavorava sempre, ogni giorno, non c'era tempo libero".

Quando Ancelotti, tramite il calcio, ha cominciato a conoscere soldi e fama "mio padre lo ha accettato. Non si è mai opposto. Abbiamo un carattere simile. E' molto tranquillo, calmo e paziente. Non l'ho mai visto arrabbiato". Secondo Ancelotti, la vita dei campi e il calcio "sono la stessa cosa, perché si lavora adesso per raccogliere l'anno successivo. Il Chelsea sente di essere stato sfortunato in Champions. Ma io ho detto loro che quest'anno c'è la possibilità di mettere tutto a posto ed è la stessa cosa che ho detto al Milan nel 2007, quando abbiamo giocato nuovamente con il Liverpool dopo la finale persa nel 2005. Abbiamo la possibilità di mettere tutto a posto, ma nell'attesa dobbiamo essere calmi e pazienti".

Ancelotti parla anche di religione, della sua devozione a Padre Pio. "Ha fatto miracoli, mi sento legato emozionalmente alla sua vita - racconta -. Credo in Dio, prego, ma per questione personali, non per il calcio. Penso che Dio abbia cose migliori da fare". Il calcio è la vita di Ancelotti, con un allenatore come Nils Liedholm come esempio: "Ha avuto un'influenza enorme su di me. Molto tranquillo, calmo, non ha mai perso le staffe. Mi ha insegnato che non bisogna mai urlare durante l'intervallo, perché ci sono soltanto tre minuti per fare arrivare le informazioni".

Quando però al Chelsea, a causa della lingua, Ancelotti non riusciva a trasmettere ciò che voleva alla sua squadra, ecco il più "italico" degli insulti: "Mi hanno fatto arrabbiare durante l'amichevole con il Reading. Stavamo perdendo 2-0 all'intervallo e io volevo essere arrabbiato, ma non riuscivo a convertire in parole questa emozione. Così - continua - Ray Wilkins mi ha detto che avrei dovuto usare l'italiano, avrebbero capito la mia rabbia. Vaffanculo!, ho detto. E mi hanno capito". Il Chelsea è il suo presente e Didier Drogba ne è l'elemento piu' rappresentativo. "C'è una parola in Italia: 'trascinatore'. E' il calciatore che trascina il gruppo. Gennaro Gattuso - spiega - era il trascinatore del Milan, John Terry è quello del Chelsea, ma lo è anche Drogba. Non gli devo parlare prima della partita, sa già come agire. E non c'è mai stata la possibilità che andasse via, è troppo importante per noi. Non è una prima donna, se è in forma è impossibile giocargli contro".

E ricorda. "Al Milan giocavo con Marco Van Basten, che mi diceva: 'passami la palla e poi corri per venire a esultare con me'. Quando è al top, Drogba è così. Lo metto al livello di Zlatan Ibrahimovic, Fernando Torres e Samuel Eto'o, ma non lo cambierei con nessuno di questi".

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