Caricamento in corso...
31 gennaio 2010

Guti e Barreto, quando un tacco vale più del gol

print-icon
gut

Guti smarca con il tacco il compagno Benzema

Lo spagnolo e il brasiliano protagonisti di una prodezza che in passato ha regalato gol spettacolari e che per una volta significa anche di più. Assist da applausi e la riscoperta di un gesto tecnico che può rivelarsi davvero concreto. A volte necessario

GUARDA LA FOTOGALLERY

COMMENTA NEL FORUM DI CALCIO INTERNAZIONALE


di Vanni Spinella

I tifosi del Real Madrid e del Bari per una sera sono stati accomunati da una cosa. Anzi due: gli occhi. Quelli che si sono rifatti vedendo le trame di gioco delle loro squadre, gli stessi che si sono stropicciati di fronte alle prodezze di Guti e di Barreto. Lampi di genio, lezioni di generosità. Lo spagnolo e il brasiliano, il galactico del Real e la rivelazione del "Bari-cellona" di Ventura. A unirli, lo stesso gesto tecnico, quel colpo di tacco che per una volta non è il gol ma l'assist che lo genera.

In Deportivo-Real, Guti lanciato a rete si ritrova solo davanti ad Aranzubia. Ci sono attaccanti che pagherebbero per trovarsi nella stessa situazione. In questi casi, Ronaldo iniziava a leccarsi i baffi e a mulinare le gambe: a suon di doppi passi confondeva il portiere, lo aggirava e depositava nella porta vuota.
Guti no. Nella classica situazione calcistica in cui c’è solo da andare avanti, lui ingrana la retromarcia e serve alla cieca, di tacco, il compagno Benzema, in arrivo alle sue spalle. Risultato: difesa disorientata, palla in rete. Gli cede il gol, ma non la gloria, perché il pubblico spagnolo ha il palato fine e gli applausi sono tutti per lui.

Qualche chilometro più in là, in un “San Nicola” sempre più simile al “Camp Nou” per la qualità del gioco che esprimono gli undici di Ventura, è Barreto a tirar fuori tutta la sua brasilianità. Ancora prima di ricevere palla da Alvarez, vede Koman alle sue spalle. Paradossalmente, il colpo di tacco è il modo più semplice per servirlo. Il gol diventa un “di più”.
Roba da Nba, quando il no-look vale più di un canestro, quando l’assist è meglio del punto.

Ma il tacco, nella storia, è stato anche sinonimo di gol. In principio era Madjer, per tutti “il tacco di Allah”: quello che regalò al Porto la Coppa dei Campioni nel 1987. Poi arrivò Amantino Mancini nel derby del 2003, e allora a Roma risposero con “er tacco de Dio”, facendone una questione religiosa.
In realtà, il colpo di tacco è una pura questione di classe. A renderlo celebre ci hanno pensato generazioni di giocatori, da Bettega a Zola, da Del Piero a Crespo, da Ibrahimovic al Mancini di sponda laziale.

Il colpo di tacco esiste da sempre, incanta da quando è nato il calcio. Assieme alla rovesciata appartiene a quella cerchia di colpi “proibiti” dagli allenatori, ma adorati dai tifosi. Sono la prima cosa che i bambini provano quando iniziano a giocare, sono il sogno di ogni giocatore che approda nel calcio che conta.
Ma il tacco non è sempre una semplice dimostrazione gratuita di abilità. Spesso è necessario, diventa l’unica maniera per agganciare un pallone e deviarlo in rete, come fece Del Piero nella finale di Champions con il Borussia Dortmund nel 1997.
Altre volte si rivela in tutta la sua concretezza, permettendo anche a chi dà le spalle alla porta di “vederla”: è il caso di Ibra in Italia-Svezia agli Europei del 2004 o di Gianfranco Zola ai tempi del Chelsea, rete che gli valse un posto nella top ten dei gol inglesi più spettacolari.
In ogni caso, per chi ama il calcio, è poesia scritta con i piedi.

Premier League 2017-2018

Tutti i siti Sky