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10 febbraio 2010

Real, Atletico e Rayo: quel calcio caliente per famiglie

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Un calcio per famiglie: il tifo a Madrid non è un problema. Donne, bambini e famiglie si recano tranquillamente allo stadio con indosso maglia, cappellino e sciarpa della loro squadra del cuore

Da Milano a Madrid le differenze tra Liga e Serie A appaiono lampanti. La cornice del calcio madrileno è fatta di passione, fair play e un pubblico entusiasmante. Bambini e donne allo stadio rigorosamente vestiti con la camiseta della squadra del cuore

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di AUGUSTO DE BARTOLO
da Madrid

Il freddo di febbraio a Milano è pungente, il campionato italiano ha già emesso il suo verdetto più importante: l'Inter è troppo forte, vincerà lo Scudetto a mani basse. Ho un viaggio da fare a Madrid, il weekend mi sembra l'ideale per respirare un'aria meno gelida e un entusiasmo diverso. Mi sento un po' come Dante e identifico il mio amico Miguel de Chamartìn in Virgilio, sarà lui la mia guida. Eppure Madrid mi pare tutta paradiso, ho saltato inferno e purgatorio, poco male il mio scudiero mi accompagnerà lo stesso. E' sabato, il Real insegue il Barcellona in classifica e gioca in casa con l'Espanyol. Miguel non mi risparmia il solito pistolotto sul madridismo e sui favori degli arbitri al Barcellona: non m'interessa ci hanno rubato Kakà e Ibra.

Proprio accanto a Plaza Mayor c'è una tienda che vende "las camisetas" delle squadre della Liga: devo comprare un ricordo. Non posso tifare merengues, né blaugrana, decido che è il Rayo Vallecano la mia squadra del cuore. Chiedo alla proprietaria del negozio se hanno la classica maglia bianca con la banda rossa del club del barrio de Vallecas, mi risponde con un'altra domanda: "Perché proprio quella?" ed io: "Non posso tifare Real o Barça". Mi guarda stranita ma mi spiega di Vallecas e del quartiere povero, del presidente Ruiz Mateos e del fallimento del suo gruppo di aziende, la Rumasa, e di aver ceduto la proprietà del club alla moglie Maria Teresa Rivero Sanchez, diventata idolo della tifoseria a tal punto che lo stadio della squadra porta il suo nome.

Il Bernabeu è una tappa d'obbligo. Da Plaza del Sol occorre cambiare una linea di metro e fare in tutto cinque fermate. La maestosità della "casa blanca" incute timore. Sono le 19.30, la folla comincia ad addensarsi nelle vicinanze dello stadio: donne, bambini accompagnati da genitori, sciarpe, magliette, cappellini, una marea bianca della quale resto impressionato. L'entusiasmo si respira nell'aria. In cinque minuti ho una taquilla: 4.o anfiteatro, fondo norte. Fin qui ci siamo, vomitorio 517-n. Vomitorio? Non capisco, ma la parola mi fa ridere. Dopo una serie infinita di scale mobili sono praticamente appeso alla copertura del Bernabeu, a picco sul terreno di gioco ad un'altezza siderale che quasi ho la nausea. Penso che quel vocabolo renda bene l'idea.

Gara troppo facile per el Madrid, l'Espanyol è poca roba. Segna Sergio Ramos, raddoppia Kakà e chiude Higuain. E' un trionfo Real, non solo per la squadra di casa ma anche per gli occhi e per le endorfine. L'indomani l’appuntamento è al Vicente Calderòn per completare il mosaico. L'Atletico è il club della classe operaia di Madrid: lo stemma ne rappresenta l'essenza. Il bianco e il rosso a strisce sulla maglia derivano dal fatto che, tempo fa, le divise erano facilmente ricavabili dai fondi dei materassi (di quel colore ndr). Oggi non è più così: una gigantografia della camiseta colchoneros campeggia su un edificio di fronte allo stadio che, però, è chiuso. Il giro lo facciamo a piedi, non c'è l'imponenza del Bernabeu ma tutto sommato il Calderòn è affascinante. Il ricordo è affidato a una maxi foto in cui Aguero esulta dopo un gol.

Ma è ora di andare, bisogna prendere l'aereo. Le immagini di Madrid mi accompagnano durante le due ore di volo: il calore, l'entusiasmo dei tifosi del Real, dell'Atetico o del Rayo non svaniscono all’arrivo, nella nebbia di Milano.

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