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12 ottobre 2010

Qatar, sogno Mondiale fra petrodollari e stadi nel deserto

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Il progetto del Lusail Iconic Stadium di Doha: 86 mila posti, climatizzato e alimentato ad energia solare, sarebbe lo stadio della finale del Mondiale 2022, se il 2 dicembre la Fifa decidesse di assegnarne l'organizzazione al Qatar (Getty Images)

43 miliardi di dollari di investimenti previsti, impianti climatizzati, una città da creare ex novo: così l'emirato mediorientale, poco più grande dell'Abruzzo, vuole "comprare" il Mondiale 2022. Aiutato da Zidane, Guardiola e Batistuta. GUARDA LE FOTO

di LORENZO LONGHI

Sarebbe come organizzare un Mondiale in un’area appena più grande dell’Abruzzo. Solo molto più pianeggiante, desertica, torrida e opulenta. Impossibile? Toccherà al comitato esecutivo della Fifa dirlo, il prossimo 2 dicembre, quando a Zurigo avverrà l’assegnazione dell’organizzazione dei Mondiali 2018 e 2022. Fra i candidati, per il 2022, c’è il Qatar: appena 11.400 km quadrati di penisola adagiata sul Golfo Persico, circa un milione e 500 mila abitanti, il secondo Pil pro-capite mondiale, dietro solo al Lussemburgo. Potere dei petrodollari e dell’ambizione di emiri e sceicchi: il piccolo ma ricchissimo Qatar se la giocherà contro Stati Uniti e Australia, candidati forti anche dei loro spazi immensi. Ma promette di non essere un outsider.

Candidato (sconfitto) all’organizzazione delle Olimpiadi del 2016, il Qatar ha deciso una politica decisamente aggressiva, e cifre ciclopiche, per essere il primo Paese del Medio Oriente ad ospitare l’evento sportivo più importante: il comitato promotore ha annunciato progetti per la costruzione delle infrastrutture necessarie al torneo per un investimento di circa 42,9 miliardi di dollari. Previsti un nuovo aeroporto, il rifacimento dei collegamenti autstradali, un sistema ferroviario ad alta velocità e, ovviamente, gli stadi. Monumentali - la Fifa ne chiede 12, uno da almeno 80mila posti e gli altri da 40mila - e tutti dal design futuristico, alimentati ad energia solare, a impatto zero e con tanto di sistema di climatizzazione all’aperto. Già, perché fra giugno e luglio la temperatura media in Qatar oscilla fra i 27° notturni e gli oltre 42° diurni: un non problema, secondo il comitato promotore, che alla Fifa ha già illustrato, lo scorso settembre, come sia possibile una climatizzazione su larga scala che interessi gli stadi (che non dovranno superare i 27°) ma anche le aree più prossime. Un Mondiale ipertecnologico, nell’idea di chi ha sviluppato i progetti, con stadi destinati a rimanere vere e proprie cattedrali nel deserto, sovradimensionati - anche se sono previsti spalti rimovibili, sul modello dello stadio Olimpico di Londra - per un movimento calcistico tutt’altro che rilevante. Basti pensare che mai la Nazionale del Qatar è andata neppure vicina a partecipare a un Mondiale.

Ma c’è di più: nei piani esiste pure la realizzazione, ex novo nelle vicinanze di Doha, di una città satellite capace di ospitare 200.000 persone, perché questa è al momento la più grande incognita della candidatura qatariota: la capacità di ricezione dei tifosi che voleranno nella penisola appositamente per il torneo. In Sudafrica sono state stimate in oltre 300.000 le presenze straniere durante l’ultimo Mondiale, e andrà affrontato il problema della ampia concentrazione di tifosi in un area piuttosto limitata e senza particolari attrattive turistiche.

Con offerte economiche pesantissime, il comitato promotore si è assicurato ambasciatori quali Josep Guardiola e Gabriel Batistuta: entrambi, nella fase finale delle rispettive carriere, sono stati attratti dai petrodollari e hanno giocato nella Q-League, non è stato troppo difficile convincerli a fare da testimonial. Assieme a loro, Roger Milla, Ronald De Boer e Bora Milutinovic, allenatore giramondo e attuale ct dell’Iraq, uomo che può contare diverse amicizie all’interno del comitato esecutivo della Fifa. Ma il mercato degli ambasciatori prevedeva un altro colpo ad effetto, che si è materializzato in Zinedine Zidane, l’ultimo grande testimonial a supportare il sogno del Qatar. Hassan Al-Thawadi, chief executive del comitato promotore, parla da pioniere: «Questo è il momento giusto per coinvolgere il Medio Oriente. Se ne otterrebbero solo benefici», sostiene.

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