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27 ottobre 2010

Maradona, il paladino degli oppressi diventato icona pop

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Diego Maradona insieme a Fidel Castro: per motivi diversi, due grandi icone del Novecento (Getty Images)

50 ANNI. Dalla povertà di Villa Fiorito alla fama planetaria: la storia di Diego ha ispirato artisti, musicisti e registi. E l'amicizia con Castro e Chavez lo ha consacrato difensore dei più deboli, mito popolare per antonomasia. VIDEO E FOTO

di LORENZO LONGHI

Icona pop, Diego Armando Maradona. Più di Pelé, più di qualsiasi altro fuoriclasse ogm ultrapatinato degli anni Duemila: potere di una storia che per tanti è l’emblema del riscatto sociale, del più trasversale fra gli sport e di una fama planetaria. Diego, el Diez, onnipotente e allo stesso tempo debole, perché umano. Dall’indigenza di Villa Fiorito all’incontro con i grandi del mondo, mito mondiale e fonte di ispirazione per artisti e uomini della strada, testimonial politico dalla Mano de Dios rivendicata come vendetta per le Falkland a un socialismo che non ha mai rinnegato: l’amicizia con Fidel Castro, il supporto esplicito per Hugo Chavez e Evo Morales, il tatuaggio del Che Guevara sul braccio destro. È il Maradona rivoluzionario e libero, lo spirito anarchico diventato icona di redenzione dei deboli, penetrato nell’immaginario collettivo e reso immanente dalla cultura popolare: grazie alla televisione, alla musica, alle migliaia di graffiti sparsi in tutto il mondo, alle mostre dedicate, al cinema, arti popolari per eccellenza.

Emir Kusturica lo ha raccontato in Maradona, documentario presentato fuori concorso a Cannes nel 2008, Marco Risi lo aveva fatto un anno prima con Maradona, la mano de Dios, prima ancora era toccato a Javier Vasquez con Amando Maradona (2005). Meno memorabile, ma da elencare, il cameo di Diego in Tifosi di Neri Parenti (1999).

Poi la musica. Le discografia dedicata a Maradona è potenzialmente sterminata, specie a Napoli. Così, senza pretesa di completezza, citazione per due canzoni incise a vent’anni di distanza: Maradona è megl’e Pelé, celeberrimo manifesto programmatico scritto da Emilio Campassi (il tema della riscossa: “nun putimme cchiù aspetta'/finalmente ce putimmo vendica'”), quindi la godibilissima Maradona no di Luca Sepe, in realtà cover di un successo di Arisa, ma dal testo memorabile. In Argentina il cantante di cuarteto Rodrigo ha fatto successo con La mano de Dios, ma non meno favori hanno ottenuto il rocker Andrés Calamaro con la sua Maradona e Charly Garcia con Maradona Blues.

L’apice e le cadute, i leit motiv. È del 1992, dunque di pochi mesi successiva alla prima squalifica per cocaina, Diego Armando Maradona di Francesco Baccini che, pur giocando ironicamente sul ritornello (“Tira Diego/tira Diego”), rende un omaggio ad un mito anche suo. Nel 2000 il tributo a Diego è arrivato dagli Stadio che hanno inciso Doma il mare, il mare doma, una ballata su testo del poeta e scrittore Roberto Roversi. Poi Manu Chao, che prima - con i Mano Negra - ha dedicato al Diez il titolo di Santa Maradona (che nel 2002 ha ispirato il film omonimo di Marco Ponti), quindi ha donato al documentario di Kusturica La vida tombola. Ed è lì, in una strofa del testo, che si intuisce nel modo più esplicito la vittoria di Maradona icona popolare: “Si yo fuera Maradona, viviria como el”.

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