30 ottobre 2010

Auguri Maradona, mezzo secolo da sgorbio divino e immortale

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Un giovanissimo Maradona, idolo di una nazione, su un mural di Buenos Aires

50 ANNI. Giorgio Porrà racconta il Pibe e la sua inimitabile parabola esistenziale. Vita, pensiero e pedate. Campione davanti al quale dobbiamo stare "fissi-morti", a bocca spalancata. Come si fa al cospetto di chi non è, appunto, un mortale. FOTO E VIDEO

Le foto: Maradona o Pelé? La sfida infinita

di GIORGIO PORRA'

Lo dicevano anche i meravigliosi scugnizzi del maestro D’Orta: quando si parla di Maradona “ci dobbiamo mettere sull’attenti, ma proprio fissi-morti, come le Guardie Svizzere!”. Figuriamoci nel giorno dei suoi cinquant’anni! Ed è bello immaginare “fissi-morti” anche tutti gli scrittori che attorno alla sua selvaggia genialità hanno ricamato pagine memorabili. Altro che Pelé, che in Brasile “faceva il gallo sulla munnezza”, nessuno come “il divino scorfano”, da copyright breriano, ha ispirato i grandi della letteratura. Meglio se dotati di potente anima eversiva.

Perché Diego, a differenza della Perla Nera, la quintessenza del “politically correct”, il miglior strumento di propaganda per i colletti bianchi della Fifa, resta riferimento degli outsiders, dei seguaci del subcomandante Marcos, di chi detesta la sfacciata arroganza padronale. Prendete l’uruguayano Eduardo Galeano, uno che ha passato la vita a combattere le dittature, per lui Maradona è sempre stato l’unico rivoluzionario capace di portare la fantasia al potere, “in un calcio che esige di vincere e proibisce di godere”.

Nel ’94, dopo che Diego venne fatto fuori dal Mondiale per il “caso efedrina”, ringhiò furibondo:”Negli Stati Uniti giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”, dardi scagliati contro chi ne decise la condanna morale. “La macchina del potere gliel’aveva giurata. Lui gliene cantava di tutti i colori e questo aveva il suo prezzo, che s’incassa sempre in contanti”. E’ sacrosanto, il piacere di abbattere gli idoli è direttamente proporzionale alla necessità di averli. Maradona, questa verità, l’ha sempre avuta marchiata sulla pelle.

Quando giocava nel Barcellona e venne quasi assassinato dal macellaio Goicoechea, in tutto il mondo c’era gente disposta a festeggiare la caduta del “sudaca” (epiteto spregiativo usato in Spagna per bollare i latinoamericani), dell’intruso nell’Olimpo, del nuovo ricco, di quello scappato dalla fame. “In fin dei conti giudicarlo era facile, ed era facile bastonarlo, ma non risultava altrettanto facile dimenticare che Maradona continuava a commettere da molti anni il peccato di essere il migliore ed il crimine di giocare alla mancina, che secondo il “Piccolo Larousse illustrato” significa “con la sinistra” e significa pure “al contrario di come si deve fare”.

Prendete l’argentino Osvaldo Soriano, ex centravanti del Confluencia, la squadra di un paese, Cipolletti, fondato all’inizio del secolo da un ingegnere italiano. Con Diego non ha mai avuto mezzi termini, semplicemente esiste, giura, “per la gloria di Dio”. Concetto assoluto, non opinabile. Maradona al di là di tutto, anche dei suoi tanti inciampi esistenziali, anche di una nuova carriera da coach ancora da verificare.

“Alle volte immagino di dividere le cose – spiega Soriano – tra quelle umane e quelle sovrumane. Borges e Cervantes avevano qualcosa di indefinibile che li poneva al di là, ed è per questo perdoniamo loro un sacco di cose. Maradona è così, non è di questo mondo”. E Vladimir Dimitrijevic, ex centrocampista fuggito dall’invivibile Jugoslavia degli anni Cinquanta? Per lui il calciatore vero non lo si può inventare né simulare,” il suo è qualcosa di innato, un tocco, un dono inimitabile, una cosa che non s’impara”. E nessuno come Diego ha custodito nei propri piedi ogni tipo di calcio, musicale, epico, lirico, accademico.

“Un mio amico mi dice: è una canaglia. Sì, e proprio per questo mi piace. Ha provato tutto, come un bambino che dà qualche tirata ad un mozzicone lasciato acceso. Mettetelo dove volete, su un prato, in un vicolo, su una spiaggia, e nel giro di dieci minuti si formeranno capannelli di persone, le casalinghe poseranno i sacchetti della spesa per contemplare il fenomeno”.

Sgorbio magico, perverso, bestia iperbolica. Brera garantiva:”E’ capace di invenzioni che forse la misura proibiva a Pelé, morfologicamente irregolare nei soli piedi piatti. E il calcio si eleva di tre spanne agli occhi di coloro che, sapendolo vedere, lo prediligono su tutti i giochi della terra”. Qualche tempo fa Diego ha detto:”Nessuno riuscirà a farmi credere che gli errori con la droga o con gli affari abbiano cambiato i miei sentimenti. Nessuno. Sono lo stesso, quello di sempre”. Sottoscriviamo, sull’attenti, devotamente “fissi-morti”, innaffiando la memoria di un mezzo secolo non ricopiabile dai comuni mortali.

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