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28 febbraio 2011

Libia, quando il sergente Eugenio dava ordini al Colonnello

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Il tecnico emiliano ha allenato prima la nazionale libica e poi le squadre più importanti di Tripoli: Al-Alhy e Al-Ittiad (Ansa)

LA STORIA. Bersellini ha lasciato un ricordo indelebile a Tripoli, sia alla guida della Nazionale libica che con la squadra dei Gheddafi, l'Al Ittihad, che portò al titolo nel 2002: "La gente mi adorava, provo un dispiacere enorme per questa tragedia"

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di Alfredo Corallo

"Caro Mister, gli ordini qui li dà lei...". Altro che baciamano. Bastò uno sguardo al Colonnello per intuire che con quell'allenatore italiano soprannominato "il sergente di ferro" c'era poco da scherzare. Quando Eugenio Bersellini da Borgotaro si presentò la prima volta al cospetto del raìs, nell'agosto del '99, era appena sbarcato a Tripoli con tutta la nazionale libica dopo lo storico terzo posto ottenuto in Giordania nell'allora Torneo panarabo (che si disputava tra 22 squadre africane e mediorentali). "Per loro fu un risultato al di là di ogni aspettativa - ricorda oggi il 75enne tecnico emiliano - quando tornammo nella capitale, in piazza Verde, dove ora regna il caos più completo, l'accoglienza fu memorabile. E non solo per i giocatori: per una volta anch'io mi sono sentito quasi un eroe".

E intanto l'onnipotente Muammar vi aspettava a Palazzo..."Gheddafi era, e rimane, un uomo dal carisma straordinario, un vero leader. Ci ha accolto con tutti gli onori del caso, sciogliendosi perfino in un caloroso abbraccio di riconoscenza. Conservo gelosamente una foto di quella giornata, è appesa in salotto accanto a quella con Pelé. E poi non dimentichiamoci un piccolo particolare: i calciatori erano tutti suoi "fratelli" arabi, io l'unico italiano...".

E la festa fu ancora più imponente un paio di stagioni più tardi, quando Bersellini, lasciata la nazionale - "troppo impegnativa" - portò al titolo la squadra "di famiglia", che non vinceva da diversi anni il campionato, un po' come la sua Inter scudettata '80 dei vari Bordon, Oriali e Beccalossi. Nell'Al-Ittihad militava - peraltro - il figlio di Gheddafi, Al Saadi (giochicchiò qualche sprazzo di partita tra Perugia e Udinese, oltre ad essere azionista e "amico" della Juventus), fu lui il primo a contattarlo per portarlo sul Golfo della Sirte. "E' vero - ammette Bersellini - mi aveva fatto cercare a Milano da un suo collaboratore, Karim, era rimasto favorevolmente colpito dai miei metodi di lavoro. "E' quello ci vuole per il nostro calcio" mi confessò al telefono. E così avvenne, sia in nazionale che nel club. Se penso ai giorni che precedettero la partita-scudetto...Tripoli era una pentola a pressione, al fischio finale scesero in strada più di un milione di persone letteralmente pazze di gioia".

Purtroppo in quelle medesime piazze festanti oggi sono ore infernali, in un tragico gioco all'ultimo colpo di kalashnikov tra ribelli e repressori, con lo spettro sempre più concreto della guerra civile. "Non so dove si andrà a finire - commenta costernato Bersellini - ma provo un dispiacere infinito per questa gente che, in fin dei conti, sento un po' mia. E devo ammettere che mi spiace anche per i Gheddafi, con me sono stati inappuntabili, dal primo all'ultimo giorno dei cinque anni che ho trascorso in Libia. Anzi: nemmeno due mesi fa avevo sentito Karim, l'assistente, perché avevamo in progetto di aprire una scuola calcio a Misurata. Non ne abbiamo avuto il tempo. Ma io non sono certo il tipo che si arrende, ho la testa dura". Anche più del Colonnello.

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