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27 marzo 2011

Cambiasso: io, che ho persino chiamato Victoria mia figlia

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L'abbraccio tra Cambiasso, autore del gol, e Messi nell'amichevole dell'Argentina contro gli Usa (Getty)

A New York per l'amichevole della sua Argentina contro gli Usa (pareggiata 1-1), il fuoriclasse dell'Inter si confessa a tutto tondo con un pensiero speciale per la stracittadina contro il Milan. Ma dice la sua su Mou, Zanetti, Messi e il Barça. I VIDEO

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di Emiliano Guanella
(da Buenos Aires)

Il Cuchu è tornato nella selección e adesso vuole fare storia. Esteban Cambiasso ha vinto di tutto nella sua carriera, superando persino il record storico di Alfredo Di Stefano come il calciatore argentino con più titoli in bacheca, ventidue per la precisazione, è una bandiera dell’Inter in piena rimonta sul Milan, ma il bicchiere sembra non essere mai pieno perché manca un grande titolo con la nazionale argentina.

Maradona non lo ha tenuto in conto, lui e Javier Zanetti sono stati esclusi dal mondiale in Sudafrica, in quella che molti addetti ai lavori hanno definito come una vera ingiustizia. Ma Cambiasso, fedele al suo stile, non ha alzato la voce, ha accettato la scelta di Dieguito, ha assistito sul divano alla sconfitta della celeste y blanca e ha aspettato, pazientemente, il suo turno. E così è stato: via Maradona, dentro Sergio Batista, è suonata di nuovo la campana sia per lui che per il Pupi, nuovamente perni fissi di una squadra che vuole assolutamente vincere la Copa America che si giocherà a luglio proprio in Argentina e che Sky trasmetterà in esclusiva per l’Italia.

Da New York, dove si trovava per l’amichevole contro gli Stati Uniti (finita 1-1, ecco il suo gol: la partita si è disputata a East Rutherford, in New Jersey. L'Argentina è passata in vantaggio al 41' con il gol dell'interista, gli Usa hanno replicato al 58' con Juan Agudelo), il centrocampista dell’Inter ha parlato con il quotidiano “Olè”. Senza peli sulla lingua ma anche senza voglia di inutili polemiche. “Ho vinto tutto, ma è ovvio che un calciatore sogna di vincere il mondiale. È stato bellissimo vincere la Champions con l’Inter, speriamo di portare a casa la Copa America, ma è normale che nella testa di tutti noi c’è il mondiale 2014 in Brasile”.



L’Inter ha seminato trionfi, ma in Argentina la stampa specializzata continua a storcere il naso, a preferire il Barcellona di Messi, a ricordare sempre il catenaccio al Campo Nou nella semifinale che permise di arrivare alla finale di Madrid contro il Bayern. “Non mi arrabbio perché ritengo che sono critiche mosse da giornalisti che non hanno potuto assistere a quella partita, che forse non sanno che Pandev si fece male nel riscaldamento, altrimenti avremmo giocato con tre punte, che non dicono mai che all’andata avevamo fatto un grande match infilando tre volte il Barcellona, cosa che non riesce a molti... In Sudamerica si premia sempre e comunque il possesso di palla e la vocazione offensiva, ma il calcio non è fatto solo di questo. È questione di gusti, lo so, ma deve essere chiaro a tutti che una squadra che gioca solo in difesa non vince cinque scudetti di fila”.

Cambiasso a ruota libera, parla di Moruinho, di Messi, di Zanetti. “Il merito di Mourinho non è solo quello di concentrare l’attenzione della stampa su di lui. È un tecnico molto preparato, che cura tutti i dettagli e che ci tiene a dare una forte impronta personale alle squadre che allena. Pupi è grandioso, ha fatto qualcosa di incredibile, è diventato una bandiera per l’Inter. Messi è il miglior giocatore del mondo e lo dimostra tutti i giorni, ma non si può vincere con un solo uomo, bisogna avere uno schema, un sistema di gioco che funzioni attorno a lui”. Da anni impegnato su più fronti, nei prossimi mesi avanti e indietro per la sua nazionale, Esteban confessa che appena finisce un allenamento muore dalla voglia di andare a casa per stare con sua figlia, Victoria di due anni, un nome che è tutto un programma.

“Nessuno ti insegna a essere papà, io voglio passare più tempo possibile con lei. Per fortuna in Europa è più facile conciliare l’attività agonistica con la famiglia, i ritiri non sono così lunghi come in Argentina, tutto è molto più soft”. Sul futuro il Cuchu non si sbilancia, ma sembra proprio che non abbia nessuna intenzione di ripetere le mosse di suoi colleghi, da Veron a Ayala, da Ortega a Camoranesi e così via, che hanno scelto di finire la carriera in patria. “Ho sempre rispettato i contratti che ho firmato, non me ne sono mai andato via, non mi hanno mai voluto vendere anzitempo. Con l’Inter ho ancora tre anni e mezzo, bisognerà vedere come starò allora.

Il calcio argentino è molto competitivo, tornerei solo se fossi realmente in condizione di giocare ad un buon livello”. Con “Olè” ha palato anche Fabrizio Miccoli, ricordando il suo amore enorme per Maradona, sancito dall’acquisto all’asta dei famosi orecchini del “pibe de oro” requisiti dal fisco (oggi sono al sicuro nella sua casa di Lecce) e per aver chiamato Diego suo figlio. “Chi ama il calcio non può che amare Diego, perché Maradona è il calcio in persona”. Miccoli si prepara al derby contro la squadra più argentina d’Europa, il Catania del “Cholo” Simeone. “I derby sono delle partite speciali, siamo convinti che possiamo vincerlo. Dobbiamo farlo anche per dare più fiducia all’ambiente e alla squadra, ne abbiamo bisogno”.

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