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16 aprile 2011

Real Madrid-Barcellona, la partita che divide la Spagna

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La febbre da Clasico sale

El clasico non è solo un incontro di calcio, ma qualcosa che investe tanto l'ambito sportivo quanto quello sociale e politico: rappresenta la Sfida (trasferita sul campo), il dualismo infinito tra due anime della stessa Nazione. Che non si sono mai amate

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di LUIGI VACCARIELLO

Real Madrid-Barcellona, el clasico, in Spagna è molto più di una partita di calcio. Così è stato nella Storia, lo è ancora di più quest’anno. Gli attori protagonisti, da una parte e dall’altra, Mourinho e Guardiola su tutti, rappresentano appieno la totale differenza di modi e culture che caratterizzano Madrid e Barcellona: l’una più internazionale, l’altra più legata al territorio. Sfrontato, esibizionista, per alcuni arrogante José. Calmo, umile, pacifico Pep, preso spesso in giro dalla stampa vicina alle merengues perché per lui “tutte le squadre sono forti”, ma a tratti sa essere sferzante anche lui. L’unica cosa che, forse, accomuna i due allenatori è l’essere belli e vincenti. Il Real Madrid è la squadra delle stelle portate al Bernabeu a colpi di milioni di euro: Ronaldo, Kakà, Di Maria e Benzema. Il Barcellona è invece il club che le proprie fortune se le costruisce in casa, nella Masia, nel vivaio giovanile, come dimostrano Xavi, Iniesta, Puyol e Messi. 

Il cartellone “Catalonia is not Spain”, più volte apparso sugli spalti del Camp Nou, è sintomo di questa continua voglia di differenziarsi da Madrid. Così come lo slogan blaugrana “Més qué un club”, più di un semplice club... O come il referendum per l’indipendenza, appena bocciata. Madrid-Barça rappresenta, dunque, la sfida trasferita su un campo da calcio di quello che è stato, e continua ad essere, un dualismo infinito e inconciliabile tra due anime della stessa nazione. Che non si sono mai amate.

E’ il match più importante dell’anno. Quello di cui si parla sempre. Sulle reti nazionali, nei giorni che lo precedono, non è difficile, anzi è assolutamente facile, ascoltare interviste in catalano, con sottotitoli in spagnolo, dei protagonisti blaugrana. Una partita che nell’arco di 18 giorni si giocherà 4 volte tra Liga, Copa del Rey e Champions League con il ricordo della Manita dell’andata messo in bella evidenza a Barcellona anche da una recente pubblicità con Puyol, Busquets, Valdes, Xavi e Villa protagonisti.

Castilla contro Catalogna, dunque. Castigliano contro catalano. Lingue rivali. Centro contro periferia, per dirla con il politologo norvegese Stein Rokkan che fece di questa dicotomia una delle quattro fratture (cleavages) su cui si basava la sua teoria sulla formazione dei partiti politici in Europa. Vikingos contro Culé. In Spagna, il Real Madrid, è per tutti El Madrid. Considerato da sempre la squadra storica del regime di Franco e per questo idealmente vicino alla destra. Sarà un caso, ma proprio durante l’epoca del Caudillo (1939-1975) i blancos hanno costruito le proprie fortune conquistando 6 delle 9 Coppe dei Campioni in bacheca e quasi la metà delle 31 Lighe esposte nel museo del Bernabeu. A differenza dei blaugrana, il cui primo successo internazionale arriverà solo nel 1979 in Coppa delle Coppe. 

Fondato nel 1899 da un gruppo di calciatori svizzeri e britannici, il Barcellona rappresenta la Catalogna, vale a dire la regione che più ha osteggiato l’autoritarismo franchista. Parlare in catalano, quella che sulle ramblas considerano una lingua a tutti gli effetti - utilizzata comunemente come “idioma oficial” anche dalle istituzione locali -, all’epoca del Caudillo Francisco Franco era considerato un reato: si rischiava la galera. Lo sa bene Jordi Pujol.

Prima di Charles Puyol, c’è stato infatti Jordi Pujol. Primo presidente della Generalitat de Catalunya (lo è stato per 23 anni), l’equivalente di una Regione italiana, leader storico di Convergencia ì Uniò, il più grande partito nazionalista catalano. Pujol a Barcellona è considerato “Un re senza corona” come titolò una volta il New York Times. Per lui prima di tutto veniva la Catalogna, poi la Spagna. E’ stato questo modesto medico poliglotta (parla sette lingue) a trasformare, con un immenso lavoro di pressione politica sul governo di Madrid, Barcellona in quella che ora è considerata una delle città più belle e ricche d’Europa: “Perché i Paesi Baschi hanno l’Eta, la Catalogna ha me”.

In Spagna o si è del Barça, o si è del Madrid. I leader politici, così come in Parlamento, saranno divisi anche sugli spalti del Bernabeu. Il presidente socialista, José Luis Rodriguez Zapatero, non ha mai nascosto la sua fede blaugrana. Fu infatti uno dei primi a complimentarsi negli spogliatoi dell’Olimpico con Messi e compagni dopo la conquista della Champions 2009 sul Manchester United.

Dall’altra parte invece, ci saranno il leader dell’opposizione, il popolare Mariano Rajoy che nello scorso mese di gennaio si paragonò addirittura a Mourinho, e l’ex premier José Maria Aznar. Stesso discorso vale anche per il mondo dello sport e dello spettacolo, con Alonso, Nadal e Banderas dalla parte blanca e Lorenzo, Indurain e Shakira (fidanzata di Piqué) per i blaugrana. Barça-Madrid è più di una partita. Ora la parola passa al campo: buon clasico a tutti.

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