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07 luglio 2011

Tifosi in pellegrinaggio, alla scoperta della casa del "Che"

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Un bambino gioca davanti a una raffigurazione del Che, a Caracas

La casa di Alta Gracia è diventata un piccolo museo, tappa ideale per una giornata di turismo e revival per molti tifosi impegnati a seguire la loro nazionale nella Copa America che si sta disputando in questi giorni in Argentina

Copa America 2011 - lo Speciale - il Calendario -

di Emiliano Guanella
(Altagracia, Cordoba)

Ernesto aveva quattro anni quando è arrivato ad Alta Gracia. Montagne di Cordoba, clima fresco e temperato, ideale per un bambino malato di asma. Il piccolo Guevara Lynch vi resterà fino agli anni del liceo, poi si trasferirà a Buenos Aires per studiare medicina, viaggerà per il Sudamerica, emigrerà in Messico, conoscerà Fidel Castro e diventerà, per tutti, il “Che”.

La casa di Alta Gracia è diventata un piccolo museo, tappa ideale per una giornata di turismo e revival per molti tifosi impegnati a seguire la loro nazionale nella Copa America, che si sta disputando in questi giorni in Argentina. Brasiliani, paraguaiani, messicani affascinati dalla figura dell’eroe della rivoluzione cubano. “Il Che in Brasile è molto rispettato - spiega un brasiliano di Fortaleza – ma non conosciamo molto della sua vita. Per questo abbiamo voluto approfittare di questi giorni qui a Cordoba (sabato il Brasile gioca contro il Paraguay) per venire a conoscere un po’ di più della sua storia”.

Il museo è nato nel 2002, con il beneplacito della famiglia. “Abbiamo - spiega Cristina Banegas, una delle guide - l’orgoglio di dire che Alta Gracia è la città dove il Che ha vissuto più tempo di tutti, Cuba a parte. Qui ha potuto avere un’infanzia felice, nel cortile di casa venivano bambini di tutte le classi sociali, dai figli dell’aristocrazia terriera della zona a quelli delle famiglie dei contadini ai caddies del vicino campo di golf”. Foto e ricordi, poster e cimeli da far gola ai collezionisti. Immagini con valore storico; Ernesto alle terme, con i genitori e i fratelli, a scuola, in piazza con calzoncini corti e sguardo serio. Nel patio d’ingresso una statua lo ritrae all’età di sei anni, aspettando l’arrivo degli amici per andare a giocare a pallone.

“Il calcio – spiegano al museo – è stata la sua prima passione, come ogni bambino argentino. Poi, da adolescente si è avvicinato al rugby e ha giocato in campionati giovanili. Lo faceva con grande entusiasmo, anche se l’asma gli impediva di sforzarsi troppo. A Cuba, poi, l’incursione nello sport nazionale dei Caraibi, il baseball e poi sui campi di golf, assieme a Fidel”. Al centro di una sala del museo c’è una replica della Poderosa, la moto con la quale il giovane studente di medicina intraprese il suo viaggio per il Sudamerica assieme all’amico fraterno Alberto Granado. Da lì nacquero i “diari della motocicletta”, così importanti per la formazione dell’uomo, del politico, del sognatore.

“Guevara – spiega la guida - conobbe con i suoi occhi le profonde ingiustizie del nostro continente, la povertà estrema, gli indigenti che morivano di fame nelle periferie delle grandi città, i lebbrosi abbandonati nella selva peruviana. Un viaggio d’iniziazione, che lo segnò profondamente. Senza quel percorso in Sudamerica non sarebbe mai diventato il “Che”. A fianco della moto, in un’urna appoggiata ad uno scaffale, giaciono le ceneri di Granado, scomparso all’Avana lo scorso mese di marzo. I suoi famigliari hanno voluto lasciarne una parte qui, oltre che a Cuba e in Venezuela, perché stesse più vicino alla casa dove è cresciuto il suo grande amico.

“Ci vorrebbero tanti “Che” – dice emozionato un turista del Paraguay – perché il mondo è ancora oggi pieno di ingiustizie e scarseggiano gli uomini capaci di sacrificarsi davvero per delle idee. Lui ci insegnò a lottare con convinzione contro le ingiustizie e le discriminazioni e diede la sua vita in nome di questa lotta. È per questo che la sua figura è così ammirata; uomini così nascono ogni cent’anni”. Il museo resterà aperto durante tutta la Copa America. Il libro delle visite è un mappamondo pieno di dediche ed ammirazione. In una delle ultime pagine una scritta rossa, in tono con il clima assolutamente futbolero di questi giorni: “Querido Che, tu per me sei il vero campione d’America!”.

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