10 novembre 2011

L’Arsenal sbarca in Italia. A lezione da chi alleva campioni

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Arsène Wenger indottrina Aaron Ramsey, una delle ultime scoperte dell'Arsenal dei giovani

TALENTI/1. Saper fare i “numeri” con il pallone, ma nel momento giusto. Esercitazioni brevi ma intense. Zero ostacoli alla creatività. È lo "stile Arsenal" della scuola di Wenger, che manda istruttori per il mondo a spiegare il suo calcio

di Vanni Spinella

“Tempo fa abbiamo ricevuto la telefonata di un padre che voleva portare il figlio a Londra per fare un provino. Tentenno, e intanto chiedo: ‘Vediamo… quanti anni ha il ragazzo?’. Risposta: ‘Sei’. Ecco: questo non è il nostro lavoro”.
Renzo Revello è il Direttore dello Sviluppo del progetto “Arsenal Soccer Schools” in Italia, e di storie così ne potrebbe raccontare a bizzeffe.

La scuola calcio Arsenal, fabbrica di talenti, affascina e attira: soprattutto genitori convinti di avere tra le mani il futuro Messi.
Lo chiamano “l’Arsenal dei giovani”, va bene: ma a tutto c’è un limite. E un bambino di 6 anni, per quanto promettente possa essere, non deve essere sradicato dal suo mondo.

“Crescere il talento è l’obiettivo, rispettare il ragazzo la prima regola”: messe in chiaro le cose, Renzo Revello può svelare cosa sia realmente l’Arsenal Soccer Schools, progetto nato nel 1985 e oggi presente in oltre 20 Paesi, tra cui l'Italia.
“Non ci occupiamo di crescere giovani talenti italiani da portare in Inghilterra, sia chiaro, ma di esportare una filosofia. O meglio: esportare e importare cultura calcistica”.
Il motto è “Play the Arsenal way” e la filosofia è quella dettata dalle parole dello stesso Arsène Wenger: “Non dobbiamo necessariamente crescere dei campioni, ma far sì che un ragazzo possa diventare il miglior giocatore che può diventare”. Aiutarlo, insomma, ad esprimere al massimo il suo potenziale.

Il progetto, sviluppato soprattutto nel nord Italia (con diverse sedi in Lombardia e Piemonte), prevede la formazione dei tecnici (con allenatori inglesi che aggiornano quelli italiani, fornendo indicazioni e strumenti didattici), l’organizzazione di camp estivi per i ragazzi (in cui, oltre a tanto pallone, è obbligatoria un’ora di lezione d’inglese al giorno), l’affiancamento dei tecnici delle società italiane affiliate.

Il segreto degli allenamenti “stile Arsenal”? “Esercizi brevi, con intervalli frequenti – rivela Revello - I ragazzi sono cambiati: quelli di oggi sono capaci, contemporaneamente, di mandare un sms all’amico mentre sono al computer su facebook e hanno la tv accesa. La loro capacità di concentrazione ha durata ridotta, ma è intensa”.
Ogni giornata di lavoro, poi, è dedicata a un diverso “fondamentale”: un giorno dribbling e conduzione della palla, un altro finte e saltare l’uomo, poi controllo e passaggio, tiro… “E infine, sempre, la partitella a tema, perché i ragazzi giocano principalmente per divertirsi”.

Una filosofia riassunta in 7 lettere, quelle della parola Arsenal, in cui ognuna esprime un concetto base: Attitude (giusto approccio alla disciplina), Respect (rispetto), Skill (abilità), Energy (intensità nel lavoro), New thinking (innovazione), All for one (gioco di squadra), Learning (mai smettere di imparare).
Due in particolare differenziano il calcio giovanile inglese da quello italiano. “Energy – dice Revello - perché le sedute di allenamento inglesi normalmente sono di 70’; noi italiani impieghiamo 2 ore per fare le stesse attività. Non solo: all’Arsenal insegnano sì gesti tecnici e “numeri” con il pallone, ma bisogna poi saperli trasferire nel contesto di gara, metterli al servizio dei compagni. Tanta tecnica, quindi, e tanto pallone: ma conversione immediata in situazioni reali”.
Il secondo punto? L’innovazione. “All’Arsenal i bambini sono visti come i principali portatori di creatività, che poi il tecnico deve essere bravo a incanalare e gestire. L’Italia, soprattutto negli ultimi anni, ha sfornato grandi corridori, grandi colpitori di testa, ma poca gente capace di saltare l’uomo”. Chi avrebbe mai detto che avremmo preso lezioni di creatività dagli inglesi?

“Mi raccontava un ex giocatore professionista di aver portato suo nipote a un paio di allenamenti in una famosa scuola calcio in Italia – continua Revello - Mi disse: la parola che ho sentito di più in due giorni è ‘Scarica’. In Italia si pensa che il bravo giocatore sia il ragazzo che in campo fa esattamente ciò che gli dice l’allenatore. In realtà quello è un soldatino, e tra i soldatini è difficile trovare giocatori decisivi nei momenti cruciali, che abbiano la faccia tosta di prendersi la responsabilità di provare una giocata difficile”. Sembra l’elogio di Balotelli. Che, sarà un caso, ma è volato in Inghilterra.

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