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25 novembre 2011

Genio e sregolatezza. Il mondo ricorda George Best

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Fuoriclasse e campione del calcio internazionale. Lui, che ha incontrato la leggenda e l'ha attraversata. Una vita breve e dannata, finita 6 anni fa per colpa dell'alcol. A celebrarlo, una statua all'ingresso dell'Old Trafford, la sua cattedrale. VIDEO

È stato un lampo nel cielo grigio di Manchester, George Best.  Ha incontrato la leggenda, l'ha attraversata, ne è uscito immortale. Un'icona pop: maglia dello United e polsini stretti nei pugni chiusi. Giocava così, George.  Forse per battere la timidezza, almeno all'inizio. Quando un osservatore del Manchester aveva scoperto il suo genio e lui, bambino, aveva nostalgia di casa. Amava l'inglese e la matematica, e il padre lo voleva tipografo. Ha sempre sorriso, George, pensando alla quantità di inchiostro ispirato alla sua vita. Breve e dannata quanto basta per morire d'alcol a 59 anni. Un lampo, appunto. Chiamarsi Best ed essere il migliore. Non è così facile quando sei nato in un sobborgo di Belfast e d'improvviso, con il calcio, puoi comprarti il mondo o, male che vada, averlo ai tuoi piedi. Come nel 1968, quando tutto sembrava possibile. Non solo in campo, non solo per Best. Coppa campioni e pallone d'oro quell'anno. Era il quinto Beatles: giocava in modo "diverso",  proprio come i Fab four, nella stessa Inghilterra, suonavano in modo "diverso". Andava via a tutti e segnava contro tutti. E nell'epoca in cui al gol seguiva una stretta di mano, prima di tornare a centrocampo, Best già esultava. Ha avuto tutto, si è bevuto tutto. E quando ha smesso gli è mancato tutto. Fino al dribbling più lungo, sei anni fa. A celebrarlo c'è una statua all'ingresso dell'Old Trafford, la sua cattedrale. E basterà. Perché George ha vissuto a modo suo e perché, in fondo, le stelle è giusto che stiano in cielo.

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