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03 febbraio 2012

Riecco la Libertadores, il grande tour dell'America Latina

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Riuscirà il Santos a confermarsi campione in Copa Libertadores? (Getty)

Sei mesi attraverso città distanti migliaia di chilometri e almeno cinque fusi orari, un torneo condito dalla passione di decine di milioni di tifosi. Il Santos di Neymar difende il titolo conquistato 48 anni dopo Pelè

LA SCORSA EDIZIONE - Il trionfo del Santos di Neymar

di Emiliano Guanella
da Buenos Aires

Immaginatevi un tour che dura sei mesi lungo capitali distanti fra loro migliaia di chilometri, con almeno cinque fusi orari, paesaggi meravigliosi, picchi innevati fino a 4.000 metri, pianure eterne e la maestosa foresta amazzonica in mezzo. Non è una proposta da "avventure nel mondo" ma lo scenario nel quale si gioca la Coppa Libertadores, evento esclusivo di Sky Sport che ha già preso il via con il meglio del calcio sudamericano e non solo. Un torneo dalla lunga tradizione, la prima edizione risale al 1960 e vedeva impegnate solo le squadre laureatasi campioni nei rispettivi paesi, che risveglia in ogni angolo la passione più grande per centinaia di milioni di persone, si chiami futbol o futebol, calcio, insomma, alla massima potenza. Dal Messico fino all’Argentina e al Cile, gli scenari sono quanto mai suggestivi. Partendo dall’alto si inizia da Città del Messico, una delle città più grandi e popolate al mondo, urbe affascinante che cambia volto ad ogni quartiere. Nella capitale messicana gioca il Cruz Azul, nella tradizionale e coloratissima Guadalajara la squadra dei Chivas. Due fra le città più importanti del paese sono dentro, la sfida nella sfida sarà quella di capire chi arriverà più lontano nella competizione.

Lasciando la terra dei mariachis, la nostra bussola punta verso Sud e ci porta subito nell’agitatissima Barranquilla, dove è nata la cantante Shakira, punta di diamante della costa caraibica colombiana. Terra di carnevale e di musica, ma anche dello Junior, squadra oggi in decadenza ma che negli anni sessanta riuscì a tesserare il mitico Mané Garrincha assieme ai connazionali Tim e Dida. La Colombia è un paese grande e variegato, dalle spiagge del Caribe si va alle colline e montagne di Medellin, un tempo simbolo del potere dei cartelli della droga oggi molto più pacifica e moderna. Negli anni ottanta il boss della coca Pablo Escobar era il padre padrone del Nacional. Oggi la squadra è tornata ad esprimere un buon calcio e rappresenta al meglio l’orgoglio della nuova era, con l’integrazione delle favelas alle città  attraverso un ingegnoso sistema di funivie e un’intensissima vita artistica.

Anche il vicino Venezuela schiera due squadre. La prima è il Deportivo Tachira di San Cristobal, città di frontiera segnata dal contrabbando e dallo sconfinamento dei gruppi armati colombiani, ma che proprio dalla vicina Colombia ha ereditato la passione predemominante del calcio rispetto allo sport nazionale venezuelano, il baseball. Lo Zamora, outsider del torneo, viene invece da Barinas, città natale di Hugo Chavez e per questo beneficiata dalla pioggia di dollari arrivata dal governo per la modernizzazione del vecchio stadio comunale che ha ospitato alcune partite della Coppa America 2007. Dopo la buona prestazione della Vinotinto nell’ultima edizione della Copa America giocata in Argentina Chavez, legatissimo da sempre al baseball, si è avvicinato al calcio e sarà in prima linea a tifare per le squadre venezuelane. Alcune partite le vedrà in campagna elettorale, già che si vota il prossimo ottobre. L’Ecuador si divide politicamente e geograficamente fra la montagna e il mare e anche il calcio rispetta questa tradizione, con il Deportivo Quito che gioca in casa col vantaggio dei 2.600 metri di altitudine del suo stadio e l’Emelec di Guayaquil, team fondato negli anni venti dai sindacalisti dell’impresa elettrica nazionale, in sigla Em.El.Ec.

Il Brasile non ha certo bisogno di presentazioni in quanto al calcio. In questa edizione della Copa quasi tutto si gioca fra le due grandi scuole, quello di San Paolo, con il Corinthians e il Santos campione in carica e quella carioca con tre delle quattro squadre più importanti di Rio De Janeiro - Vasco Da Gama, Fluminense e Flamengo. Pochi sanno che l’asse strategico Rio – San Paolo rappresenta oggi la rotta aerea interna più volata al mondo, un filo che collega ogni giorno due metropoli che messe insieme fanno la bellezza di trenta milioni di abitanti, periferie comprese. Tutto finirebbe qui se non fosse per la meridionale Porto Alegre, che quest’anno ha baciato la sponda Internacional, la squadra dalla maglietta rossa che fu di Falcao. Prima di buttarci sul Rio della Plata ci spostiamo verso il Paraguay, paese che a metà ottocento era la vera potenza del continente, la cui popolazione maschile venne decimata dalla guerra della Triplice Alleanza (Argentina, Brasile, Uruguay e l’appoggio logistico dell’Inghilterra) tra il 1864 e il 1870. Il Paraguay è anche l’unico paese completamente bilingue della regione, oltre allo spagnolo si usa e si insegna il guaranì e da un po’ di anni contende il ruolo della terza forza calcistica continentale all’Uruguay. Tutte di Asuncion le tre squadre in lista, Olimpia, Nacional e Libertad. La “fidanzata del mondiale” Larissa Riquelme ha già detto che tiferà per tutte e tre senza distinzioni, già che la sua squadra del cuore, il Cerro Porteño quest’anno non sarà della partita. Altro volo di un paio d’ore e siamo già alle prese con la meravigliosa cucina peruviana, la migliore del Sudamerica, che sta conquistando piano a piano il posto che merita nel gotha della gastronomia mondiale.

Possiamo assaggiare piatti di pesce deliziosi come i ceviche o i tiraditos a Chiclayo, dove i primi calci ad un pallone si diedero nella fazenda di un tal Juan Arich, che diede così il nome alla squadra locale, classificata a sorpresa per la Copa. A Lima invece si palpita con l’Alianza, squadra che fu un tempo serbatoio della nazionale e che fu decimata da una tragedia aerea nel 1987. Ci spostiamo di nuovo e approdiamo alle montagne boliviane, dove è davvero difficile fare punti per via dell’altitudine. Non c’è da prenderla alla leggera sui 4.000 metri di La Paz, la capitale che conta due club classificati per la Copa, il Bolivar e The Strongest, mentre la bellissima Potosi, città d’oro con le miniere da dove gli spagnoli estraevano i metalli preziosi per la Corona ha perso la possibilità di entrarvi nello spareggio disputato con il Flamengo di Ronaldinho.

Il Cile, lungo e stretto, schiera tre squadre tutte della capitale, la bella Santiago, adagiata in una conca fra le montagne e il mare, una delle poche città al mondo da dove puoi partire per sciare di mattina e stare in spiaggia, anche se il mare è gelato, alla sera. Giocano le due squadre universitarie, la Universidad de Chile e la Catolica, assieme alla cenerentola Union Española. Attraversiamo la Cordigliera delle Ande, vigilati dall’alto dall’Aconcagua, la vetta d’America e troviamo Mendoza, capitale del vino argentino. La squadra classificata per la Libertadores è il Godoy Cruz, ma per tutti è il Tomba, dal cognome del fondatore, emigrato italiano che fece fortuna in città proprio con i vigneti. Il Tomba è l’unica squadra non capitolina, tutto il resto si giocherà a Buenos Aires e dintorni, con il gran ritorno del Boca, la maglia azzurra ma con strisce tricolori del Velez Sarfield, altro retaggio dell’emigrazione italiana e la periferia industriale di Lanus e Sarandi, dove gioca l’Arsenal. Affrontiamo un ultimo spostamento, questa volta in nave e sulle acque grigio-marroni del maestoso Rio della Plata per sbarcare a Montevideo, culla del calcio moderno con il suo vecchio ma sempre affascinante Stadio Centenario. Giocano Peñarol e Nacional, manco a dirlo, assieme al Defensor Sporting terza forza del calcio charrua. Il nostro viaggio finisce qui, l’avventura della Copa Libertadores 2012, invece, è appena iniziata. 

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