Caricamento in corso...
13 maggio 2012

Quando c'era il Colonnello. Un altro calcio, un altro mondo

print-icon
01_

Andriy Shevchenko depone fiori al monumento dedicato a Lobanovski davanti allo stadio di Kiev (Getty)

Dieci anni fa moriva Valeri Lobanovski, leggedario allenatore di Dynamo Kiev e Urss. Analitico e autoritario, ieratico e pieno di sé, collettivista e poco incline a dare spazio all'individualismo. A batterlo, furono Van Basten e la perestrojka

di Lorenzo Longhi

"Sei più bravo di me? Siediti qui e dimostramelo". Aveva scaldato gli animi, quella semifinale fra Italia e Unione Sovietica. Stoccarda, 22 giugno 1988: Vladimiro Caminiti, prima firma di Tuttosport, incassò la stoccata di quel russo - allora erano tutti russi - pieno di sé. 0-2. Valeri Lobanovski era a un passo dalla gloria. Meno di tre giorni più tardi, la sua Urss si sarebbe giocata l'Europeo contro l'Olanda di Michels, già battuta nel girone.

Aveva trionfato, appena due anni prima, con la Dynamo Kiev in Coppa delle Coppe, bissando il trionfo del 1975. 3-0 contro l'Atletico Madrid a Lione, così com'era stato 3-0 contro il Ferencvaros a Basilea . In mezzo, 8 campionati sovietici in 11 anni. Valeri Lobanovski, il "Colonnello", e il suo calcio socialista. La squadra, prima del singolo. Proprio lui, classe 1939, che era stato calciatore dotato di piede raffinato, lui - laurea in idraulica - che ai tempi in cui giocava nella Dynamo aveva studiato la fisica e l'effetto Magnus per calciare i corner.

Volto da funzionario del Politburò, Lobanovski era un perfetto prodotto dello sport del socialismo reale. Per lui tutto era numero e il tanto pubblicizzato "laboratorio" della Dynamo Kiev era, in effetti, anni avanti. Il valore delle sue squadre era superiore alla somma dei valori dei singoli, come confermarono, più tardi, le esperienze europee dei vari Belanov, Zavarov, Protasov e Michailichenko. Niente cesello, tanto senso pratico: un calcio collettivista. Sovietico. Autoritario e ieratico, costringeva i calciatori ad allenarsi, la mattina, nel gelo di Kiev, a torso nudo, o bendati in partitelle 5 contro 5. Quando, nella seconda metà degli anni '70, ordinò il suo primo computer, pure al Kgb drizzarono le orecchie. Non ce n'erano che una manciata, di quegli enormi e rudimentali processori, nell'intera Urss. E, di certo, non erano in utilizzo ad alcuno sportivo. Ma di Lobanovski, e del suo braccio matematico Anatoliy Zelentsov, ci si poteva fidare.

Vinse con la Dynamo Kiev, la trasportò in Nazionale. Aprile 1975, Turchia-Urss: schierò 11 giocatori della sua squadra. Vinse 3-0. Al Cremlino non piacque granché. Divennero 7 o 8 a partita. In Messico, Mondiali 1986, arrivò agli ottavi, dopo avere stregato tutti all'esordio con un 6-0 all'Ungheria di Detari. Perse 4-3 con il Belgio ai supplementari. Alcune decisioni arbitrali, tuttavia, gridavano vendetta. Ma la gloria era lì, nemmeno troppo lontana: l’Europeo.

Gli dei del pallone, però, avevano in serbo la vendetta. Olanda-Urss, di nuovo, ma in finale. Il calcio totale lo giocarono i sovietici, a vincere furono gli Orange. Gullit di testa (ai sovietici Urss mancava Kuznetsov, il saltatore della difesa), Van Basten di genio: l'Urss di Lobanovski, di fatto, finì lì. Contro due individualità fuori dagli schemi, un palo e un rigore fallito da Belanov.

Al resto pensarono glasnost, perestrojka e la dissoluzione della Matuška Rossija. Lobanovski, ora ucraino, se ne andò a fare dollari negli Emirati Arabi e in Kuwait, per poi tornare - venerato maestro - a Kiev e sulla panchina dell'Ucraina. Il talento non era svanito (fu lui a creare Shevchenko e Rebrov), ma il mondo del Colonnello non c'era più. In dieci anni, invecchiò di venti. Gli fu fatale un malore in panchina, durante una partita della Dynamo contro il Metallurg Zaporozhye. Morì sei giorni dopo, il 13 maggio 2002. Esattamente dieci anni fa.

Premier League 2017-2018

Tutti i siti Sky