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17 aprile 2013

League of Ireland, il torneo dove non osa neppure il Trap

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I giocatori dello Shelbourne nella rifinitura pre-partita al Tolka Park di Dublino

Un campionato che si gioca da marzo a ottobre, club di proprietà dei tifosi, biglietti per non entrare allo stadio, una nazionale senza giocatori del torneo autoctono: viaggio nel calcio d’Irlanda che ama tanto il tecnico di Cusano Milanino

di Lorenzo Longhi
da Dublino (Irlanda)

Pagare per non vedere. Nella League of Ireland, uno dei campionati più snobbati d’Europa, succede anche questo: è lo Shelbourne Fc a vendere, tramite il proprio sito internet, anche i non attendance ticket, ovvero biglietti che consentono di supportare il club per una partita ma non di entrare allo stadio. Ne ha venduti appena una manciata - a fronte di 1047 ingressi effettivi - lo Shelbourne venerdì scorso, quando al fascinoso e vetusto Tolka Park ha ospitato il Drogheda United, formazione di media classifica con un portiere italiano (Gabriel Sava), nella ottava giornata del campionato di massima divisione irlandese. Per gli Shels, il secondo club più vincente dell’Eire ma attualmente fanalino di coda, doveva essere la gara del riscatto: è finita invece con un 1-3, con rimonta, sorpasso e allungo tutto negli ultimi 19 minuti. E allora forse, per i pochi tifosi possessori del biglietto da… pagante non spettatore più che una beffa, non esserci è stato un sollievo.

Metti una sera nel campionato della Repubblica d’Irlanda, uno fra i più singolari affiliati alla Uefa. È l’unico dell’Europa occidentale a disputarsi da marzo a ottobre, viene sostanzialmente snobbato dai quotidiani in patria (l’esempio più lampante sull’Irish Daily Mail di sabato: venti pagine di sport, una appena sulla League of Ireland…) eppure ha un pubblico di appassionati notevole, tanto che cinque dei 12 club di prima divisione sono di proprietà di trust costituiti dai tifosi. Fra di essi lo Sligo Rovers, campione uscente e primo in classifica, e il Bohemians, la squadra più titolata. Non mancano storie singolari, come quella dello stesso Shelbourne, capace nel 2006 di vincere il titolo per differenza reti, perdere ai rigori la finale della coppa nazionale, entrare di diritto nello European Club Forum (oggi European Club Association, il cui presidente è Rummenigge) e... festeggiare con la retrocessione d’ufficio per problemi finanziari. O quella del Derry City, club dell’Irlanda del Nord fondato nell’area unionista e protestante di una città principalmente cattolica che, per motivi legati al settarismo religioso, dal 1972 al 1985 non ha potuto affiliarsi né alla federazione dell’Irlanda del Nord né a quella irlandese.

Sugli spalti del torneo, tuttavia, la media è di 1700 presenze, con un assente illustre, vale a dire Giovanni Trapattoni. Il Trap, ct della nazionale segnalato in uscita, non osa tanto: di convocare calciatori che giocano nel campionato autoctono non se la sente nemmeno per scontate sfide amichevoli come quella dello scorso dicembre contro l’Oman (ranking Fifa numero 103), preferendo pescare eventualmente dalla Football League inglese. Il che, vedendo all’opera giocatori che fisicamente appaiono per gran parte torelli alla Rooney o Robbie Keane - ovvero apparentemente allenatisi dopo lunghe sessioni al pub - ma senza le medesime qualità tecniche, non è esattamente un errore strategico. Eppure, per restare nell’area geografica, tutto ciò in Scozia sarebbe considerato un delitto, in Irlanda del Nord pure, ma nel Galles accade più o meno lo stesso, anche se almeno in quest’ultimo caso si salva l’onore con Swansea e Cardiff City, le gallesi che giocano in Inghilterra. Ma queste fanno parte delle home nations; l’Irlanda e il suo calcio sono davvero un’altra cosa.

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