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17 maggio 2013

Addio Videla, il dittatore che volle vincere i Mondiali '78

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Mondiali 1978, finale Argentina-Olanda: esultanza della Giunta militare argentina, composta dal generale Jorge Rafael Videla (al centro), dall'ammiraglio Emilio Massera (a sinistra) e dal generale dell'aeronautica Orlando Agosti

LA STORIA . Muore a 87 anni nella cella di un carcere per militari alla periferia di Buenos Aires il capo della Giunta militare golpista argentina che celebrò il suo regime sanguinario con la vittoria della Nazionale di Menotti alla Coppa del Mondo

di Emiliano Guanella
(da Rio de Janeiro)

Non si è mai pentito, anzi, fino all’ultimo Jorge Rafael Videla ha rivendicato gli atroci crimini che il suo regime, assieme agli altri gerarchi insediatisi con il golpe del 24 marzo 1976, ha commesso ai danni di migliaia di argentini. Un dittatore fino alla fine, condannato all’ergastolo per decine di omicidi, che muore a 87 anni nella cella di un carcere per militari alla periferia di Buenos Aires.

Notizia celebrata dai famigliari delle vittime, non in se stessa, ma per il fatto che sia morto in carcere, a seguito di processi riattivati negli ultimi anni. Dal 1976 al 1981 le mani dell’ex dittatore controllavano tutto, anche lo sport, al punto che fu proprio lui, da presidente e capo della giunta militare, a consegnare a Mario Kempes la Coppa del Mondo 1978 conquistata dalla seleccion nello Stadio Monumental di Buenos Aires, quartiere di Nunez, a poche centinaia di metri dalla Esma, il lager più grande del regime, dove sono passati almeno seimila desaparecidos.

Ancora oggi lo stadio e la Esma si osservano da vicino, ma l’ex campo di concentramento è diventato uno spazio culturale gestito proprio dalle associazioni dei famigliari delle vittime; le nonne, le madri, i figli dei desaparecidos. Qualunque argentino dai quarant’anni in su ricorda benissimo quel Mondiale, la festa in strada, un popolo che scopriva il primo momento di felicità nella lunga notte del terrore. Mondiale giocato, per volere della Fifa, in un paese senza democrazia, con i giornalisti venuti da ogni parte che venivano intercettati da madri coraggiose alla disperata ricerca dei loro figli. Cercavano un microfono aperto, una finestra per parlare al mondo: in pochi ebbero la forza di scrivere di quello, troppo facile tapparsi gli occhi e parlare solo di futbol.

L’Argentina era una squadra forte e partiva con i favori della vigilia in quanto padrona di casa. Gli avversari da battere erano l’Olanda, la Germania, l’Italia. Cesar Menotti aveva lasciato a casa un ragazzino di 17 anni che prometteva molto bene, Diego Armando Maradona, perché lo considerava troppo giovane. El Flaco aveva puntato sui suoi uomini; Bertoni, Passarella, Ardiles, lo stesso Kempes. Sentiva, questo sì, il fiato sul collo dei generali, che volevano a tutti i costi una vittoria. La stampa di regime si prodigava nel mostrare l’immagine di un paese che funzionava alla perfezione. Il telecronista ufficiale delle partite della nazionale, José Maria Munoz, ripeteva ogni cinque minuti lo slogan coniato per l’occasione: “Gli argentini sono derechos e humanos”, franchi e schietti, un gioco di parole che scherniva, con trucida ironia, chi reclamava per i diritti umani negati ad ogni angolo.

La storia sportiva di quei Mondiali sarà segnata dai sospetti infiniti per la partita della seconda fase a gruppi, con l’Argentina che è obbligata alla goleada contro il Perù per scavalcare per differenza reti il Brasile e passare in semifinale. Finisce 6-0 per la celesta y blanca, il giorno dopo si parla di navi argentine piene di grano dirette a Lima, un favore fra dittature amiche. Nella finale, arbitrata dall’italiano Gonella, la seleccion batte l’Olanda 3-1 e si aggiudica il trionfo.

Videla è euforico, la festa dura tutta la notte. Alla Esma, per qualche ora, nessuno viene torturato. Il giorno dopo, però, riprendono i voli della morte, con i prigionieri gettati vivi dagli aerei nelle acque del Rio della Plata, le sevizie con la picana, le scariche elettriche per tutto il corpo, il submarino, la testa immersa in un secchio d’acqua. Riprende anche il campionato di calcio, con il Boca, il River e l’Indipendiente a contendersi gli scudetti. Nel 1979 l’under 21 di Maradona vince i mondiali in Giappone e i campioncini vengono ricevuti alla Casa Rosada dai dittatori. Videla, ancora lui, stringe forte la mano a Dieguito, che anni dopo ricorderà schifato quel momento. La sua seleccion vincerà il secondo Mondiale nel 1986 e questa volta a riceverli sarà il primo presidente della democrazia, Raul Alfonsin. Un titolo, quello, più bello e sicuramente più pulito. Non sporcato dalla lunga mano assassina del regime di Videla.

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