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10 dicembre 2013

Mou non si accontenta: "Ho vinto tutto, ora mi ripeterò"

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Mourinho, dopo Inter e Real Madrid, è tornato da questa stagione sulla panchina del Chelsea (Foto Getty)

Lo Special One si racconta nella lunga intervista a FourFourTwo e non nasconde le sue ambizioni: "Ho vinto quello che volevo vincere, ma ora voglio ripetermi". E aggiunge: "Sono il miglior allenatore della storia del Real"

"Non sono il signore di niente". Così debutta Josè Mourinho nella lunga intervista concessa a FourFourTwo e riportata nel primo numero dell'edizione italiana della rivista, della quale fcinternews.it propone un'anticipazione. Ha vinto tanto, quasi tutto, ma l'ambizione resta enorme: "Ho fatto tutto quello che volevo, ho vinto le competizioni che volevo vincere, sono stato in Paesi che ero curioso di conoscere. Sono ancora ambizioso, ma in maniera diversa: non ho nuovi campionati da conquistare, per questo ora voglio ripetere il passato - spiega il tecnico del Chelsea - ognuno dei campionati dove ho lavorato è diverso dagli altri; la cultura del calcio è diversa, media e tifosi sono diversi. Uno non perde la propria metodologia ma impara ad adattarla a situazioni differenti. Questo aiuta a crescere".

La diversità dei campionati - L'esperienza "è importante - rileva Mourinho - un conto è giocare in Premier, un altro in Liga, un altro gareggiare per lo scudetto. Ogni cosa è diversa, la mentalità delle altre squadre, l'approccio tattico. E devi adattarti. Quando ti sposti da un Paese all'altro, è una storia completamente diversa: devi analizzare gli avversari, la mentalità dei giocatori. Non puoi sempre giocare nel modo in cui ti piace, ma col migliore sistema per i tuoi giocatori e la tua squadra, in modo da provare a vincere grandi sfide. Poi, per quanto mi riguarda, quando realizzi di avere il pieno controllo puoi anche andare via. Per questo ho lasciato l'Italia dopo due anni e la Spagna dopo tre".

Il rapporto con i giocatori - Una delle doti di Mourinho è la capacità di instaurare un bel rapporto con i giocatori: "qualcuno magari questo feeling non lo sente, ma la stragrande maggioranza dei giocatori sì, con loro costruisco un rapporto che rimane per sempre. Loro mi sono leali tanto quanto lo sono io con loro. Questo è un rapporto che costruisco con l'onestà"

L'avventura al Real - Dopo il Triplete con l'Inter, la promessa di un ritorno fatta a Massimo Moratti, quindi l'avventura al Real Madrid. "Io sono il miglior allenatore della storia del Real Madrid, il più grande club del mondo. Ho fatto 100 punti con 121 gol, campioni contro il miglior Barcellona che si sia mai visto. Io sono l'unico, la gente può guardare alla mia storia come le pare, ma io preferisco farlo in un altro modo. Ho vinto il campionato dei Record, questo è il mio posto nella storia del Real".

Il ritorno al Chelsea - Quest'estate, si è invece concretizzato il ritorno al Chelsea e in Premier League: "Sapevo che sarei tornato in Inghilterra. Al Chelsea? Non si sa mai, è sempre stata una speranza. E' chiaro che la situazione ideale, come in questo caso, è esaudire tutti i desideri: essere nel Paese dove ti piace lavorare e vivere, in un club con cui hai un'intesa profonda. Ma da professionista devi essere pronto a tutto, dipende sempre dall'incarico che ti si presenta. E nel momento in cui volevo tornare in Inghilterra, la panchina del Chelsea era disponibile. E' una bella coincidenza, ma resta una coincidenza. La mia casa resta il Portogallo, però abbiamo deciso che Londra era un ottimo posto anche per i bambini. Qui la gente ti permette di vivere, capiscono il lavoro del calcio".

Il gioco difensivo - E poi Mou aggiunge: "Ci sono storie su di me che mi piacerebbe sapere da dove saltano fuori. Come il discorso dell'eccessivo gioco in difesa. Il mio Real Madrid era difensivo? Con 121 gol fatti? Il mio Chelsea ha ancora il record di punti della Premier League. Qualche volta ripetere una bugia convince gli stupidi a credere che sia vera. Le mie squadre giocano all'attacco, sono costruite per vincere, normalmente uno vince giocando un calcio dominante; devi essere dominante, perciò è questo ciò che le mie squadre devono fare".

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