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03 dicembre 2016

L'arte di cambiare: la sfida tattica Pep-Conte

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Manchester City-Chelsea mette di fronte due allenatori che hanno molto in comune, capaci addirittura di dare il proprio nome a un "movimento" calcistico. Parola d'ordine: sperimentare. Ecco come si sono evoluti, restando però sempre fedeli all'essenza

Non sono molti gli allenatori che possono vantare il fatto di aver dato il nome a un movimento calcistico. Fino a poco tempo fa bisognava addirittura schierarsi, “guardiolisti” contro seguaci del “cholismo”, i dominatori del gioco senza macchia da una parte, quelli brutti e cattivi che parcheggiano l’autobus in porta dall’altra. In soldoni: nel calcio c'è chi ama tessere la tela e chi la distrugge. Con tanti saluti alle sfumature: la gente vuole la contrapposizione netta, la categorizzazione facile, l’etichetta pronto-uso.

Ai colleghi Pep Guardiola e Cholo Simeone si è aggiunto di recente Antonio Conte, fondatore del “contismo” nel momento in cui abbiamo riconosciuto nella sua Nazionale tratti distintivi che erano propri della Juventus 2011-2014: furia calcistica, coltello tra i denti, altruismo e spiccato senso del noi. Siamo a cavallo tra guardiolismo e cholismo?

Attenzione, però. Non si tratta semplicemente di aggiungere un suffisso al proprio cognome, non tutti se lo possono permettere: qui parliamo di squadre con un’identità talmente spiccata da essere riconoscibili da chiunque e facilmente associabili al loro modellatore. Eppure, anche Guardiola e Conte – che la sfida al vertice tra Manchester City e Chelsea metterà a confronto – sono cambiati nel tempo.

Pochi ricordano che Pep Guardiola chiuse la sua carriera da giocatore in Messico, accettando una proposta dei Dorados. Ancora meno sono quelli che sanno il perché: voleva essere allenato da Juan Manuel Lillo, con il quale condivideva idee e dal quale poteva trarre insegnamenti utili per dare il via alla sua seconda carriera, a cui pensava già da diversi anni. In quest’ottica va visto anche il passaggio in Italia (Brescia e Roma), dove studiò un punto di vista culturalmente opposto a quello da cui aveva guardato il calcio per tutta la carriera al Barcellona. La storia recente del Guardiola allenatore è già leggenda: nato come allievo della scuola di Cruyff (che lo fece esordire quando era nelle giovanili), ha portato ai massimi livelli il tiqui-taca e reinventato il falso nueve.

Milioni di passaggi dopo, la voglia di una nuova avventura. Al Bayern Monaco la sfida è impossibile: migliorare la miglior squadra del mondo. Il desiderio resta quello di mantenere il pallino del gioco, ma Guardiola sperimenta nuovi modi di arrivare al gol (sfruttando magari un vero centravanti come Lewandowski, che assicurava molta più verticalità e permetteva qualche cross in più) e non rinuncia alla passione per i ruoli reinventati (Lahm in mezzo al campo, Alaba praticamente ovunque, Javi Martinez difensore centrale ma anche centravanti, persino Robben mezzala o Vidal come schermo della difesa). Tantissimi i moduli sperimentati, spesso anche difficili da riportare in numeri: 3-4-3, 4-5-1, 4-1-4-1, eccetera eccetera.

Ora il “City-taca”, con una batteria di scatenati genietti là davanti a cui recentemente si è riaggregato il gigantesco figliol prodigo Yaya Tourè, in un “classico” 4-2-3-1. Insomma, una carriera nel segno della sperimentazione, ma senza toccare l’essenza, fatta di possesso palla e imposizione del proprio gioco. “Come quelle vecchie canzoni che, grazie al talento e alla fantasia degli autori di oggi, vengono rese moderne da nuovi arrangiamenti e quindi nuovamente orecchiabili”, scrisse in proposito Valdano.

La musica non cambia nel caso di Antonio Conte, un altro che ha sperimentato tanto restando sempre fedele ai suoi princìpi. Dal sogno del 4-2-4 coltivato fin dai tempi dell’Arezzo e riproposto al suo arrivo alla Juventus (si spiegano così gli acquisti di Elia o Estigarribia) fino alla scoperta del 3-5-2 su cui ha fondato i suoi successi. Il resto lo fa la fame, la voglia di lottare su ogni pallone fino all’ultimo, qualità non comune a tutti con cui tanti buoni giocatori messi insieme possono arrivare a creare un gruppo unito più forte della somma dei singoli, come ci ha insegnato l’Italia contiana di Euro 2016. L’ultima evoluzione in Premier. Un tentativo di difesa a 4 (con Kanté a fare da schermo), poi il passaggio al 3-4-3 (che esalta le doti di David Luiz, mascherandone i difetti) dopo la scoppola rimediata contro l’Arsenal. Risultato, una striscia di 7 successi di fila arrampicandosi in cima alla classifica e difesa quasi imperforabile (un solo gol subìto).

Strade diverse che hanno condotto entrambi in Premier e ora eccoli di nuovo contro, Guardiola e Conte. Di nuovo perché incrociarono già i tacchetti a centrocampo in un Juventus-Brescia del 2003. Sarà come guardarsi allo specchio: in comune la passione per lo studio del gioco, il nome legato indissolubilmente a una squadra di cui erano stati in precedenza leader carismatici e con la quale hanno creato un ciclo vincente da allenatori, la curiosità che li ha portati altrove. Oltre, naturalmente, al desiderio di vincere questa Premier.

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