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12 febbraio 2018

Dyer shock: "Noi nazionali inglesi eravamo malati di gioco d'azzardo"

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L'ex centrocampista del Newcastle svela nel suo libro dei retroscena accaduti durante i ritiri di campionato nel club e quelli con la Nazionale inglese: "Giocavamo d'azzardo e scommettevamo, fino ad accumulare debiti di circa 100 mila sterline". Poi racconta la rissa con Boywer in campo e i litigi con il suo allenatore ai tempi dei Magpies, Souness

Il Daily Mail ha pubblicato alcune anticipazioni del libro scritto da Kieron Dyer, ex giocatore di Newcastle, West Ham e QPR tra le altre. "Old Too Soon, Smart Too Late: My Story" il titolo, che tradotto significa "vecchio troppo presto, intelligente troppo tardi", una frase che riassume al meglio la parabola sportiva e umana del 39enne ex nazionale inglese. Ecco alcuni retroscena vissuti insieme ai compagni di squadra nel club e, soprattutto, in Nazionale. In particolare riguardanti il gioco d'azzardo che affligeva una gran quantità di calciatori britannici: "Adoravo trovarmi in nazionale con un compagno (di cui non va il nome, ndr). O era il giocatore di carte più sfortunato che abbia mai visto oppure il peggiore. Penso di più la seconda. Ero felice di 'rubargli' i soldi. Sotto Sven Goran Eriksson non è stato chiamato molto, ma è stato un vero 'bonus' quando divenne ct Steve McClaren che ha iniziato a convocarlo regolarmente. Ogni volta in ritiro lo sfasciavo per tutta la settimana. Arrivò al punto in cui mi doveva così tanti soldi che mi chiese se poteva pagarmi a rate e istituire un ordine permanente per gestire i pagamenti. Poveretto, continuava a credere che la fortuna sarebbe girata, ma non è mai successo. Per un po' di tempo ricevetti bonifici da lui ogni mese. Non ci siamo qualificati per Euro 2008 con McClaren e probabilmente per lui fu una benedizione, perché alla fine del torneo sarebbe andato in bancarotta. Non molto tempo dopo il ritorno dalla Coppa del Mondo del 2002, uscì la storia che Michael Owen aveva accumulato 30 mila sterline di debiti giocando a carte in hotel e che io ero l'uomo a cui doveva pagare i soldi. Mi sentivo dispiaciuto per Michael. Si era offerto di essere il bookmaker in Giappone e aveva preso le scommesse di noi giocatori. Avevo fatto abbastanza bene e conquistato due vincite spettacolari. Avevo puntato 500 sterline sulla Corea del Sud vincente contro l'Italia nella fase a eliminazione diretta. Michael mi diede delle probabilità di 16-1. Vinsi la scommessa, quindi mi dovette subito 8500 sterline. Ma Michael aveva fatto soldi con altre persone e probabilmente ne è anche uscito alla fine. La quantità di denaro che giocavamo nel mio tempo passato con l'Inghilterra è cresciuta con il passare degli anni, finché non è arrivato al punto in cui pensavo ci fosse un enorme pericolo che destabilizzasse le persone e potenzialmente danneggiasse i nostri risultati. La gente crede che sia iniziata nell'era di Kevin Keegan, ma nella mia esperienza i livelli di gioco d'azzardo sotto Keegan erano piuttosto bassi. Tutto sembrava relativamente tranquillo. Alan Shearer e Gareth Southgate giocavano a carte, ma non credo che giocassero per soldi. Alcuni degli altri giocatori erano coinvolti in altri giochi e le somme erano relativamente piccole, un paio di centinaia di sterline qua e là".

"Quando Keegan fu sostituito da Eriksson nel 2001, le cose peggiorarono. Era ancora gestibile, non abbiamo mai esagerato. Solitamente eravamo coinvolti io, Michael (Owen), Teddy Sheringham, David James, Wayne Bridge e ogni tanto Robbie Fowler. Stiamo parlando di un massimo di 2000 sterline in una mano. Sembra un po 'eccessivo ma, visto lo stipendio che percepivamo, non era fuori controllo e nulla avrebbe potuto farci prendere dal panico. Ma i livelli che abbiamo raggiunto a Euro 2004 e in alcune gare delle qualificazioni di Euro 2008 sono stati semplicemente ridicoli, enormi. Stavamo scommettendo somme così ingenti che sapevamo che non avremmo potuto farlo in pubblico. Così giocavamo l'un l'altro nelle stanze, dietro le porte chiuse. Eravamo come bevitori clandestini, ci nascondevamo per non essere beccati. Non c'era la droga ma il gioco d'azzardo e c'era una parte considerevole di noi che ne era dipendente. C'erano quattro o cinque di noi su tutti, ma le somme erano così grandi che non ho intenzione di fare nomi. Non c'erano limiti su ciò che scommettevamo per rivincere i soldi che avevamo perso. L'unica restrizione che avevamo imposto a noi stessi era smettere di giocare 72 ore prima di una partita. Era un'ammissione inconscia che giocare a carte per oscene quantità di denaro poteva essere dannoso per te, mentalmente e fisicamente, piuttosto che andare a bere qualcosa. Sapevamo che era molto difficile tornare a pensare a una partita importante se avessimo perso centinaia di migliaia di sterline contro un compagno di squadra un paio di notti prima. E questo è il tipo di denaro di cui sto parlando. Il gioco d'azzardo era una routine a Euro 2004. A quel punto non scommettevamo con denaro materiale perché non era pratico. Giocavamo d'azzardo "a pagherò" e tenevamo un registro di quanto ciascun giocatore dovesse dare al piatto. Questa era un'altra ragione per cui le somme divennero così assurde. A volte non sembrava reale. Dopo una settimana circa in Portogallo, ero in perdita di 46000 sterline. Poi una sera sono passato da 46000 di debito a oltre 50 mila di guadagno. Stavo guadagnando 60-70 mila sterline a settimana a Newcastle in quel periodo, ma quando ero giù di 46 mila era una sensazione orribile. L'ho odiato. Era nella mia testa. Era fuori controllo. Le somme di denaro per le quali giocavamo erano tali che qualcuno sarebbe potuto facilmente essere sotto di mezzo milione. E questo tutto in un solo torneo. Non posso parlare di come ha influenzato gli altri giocatori, perché non lo so. Non penso che abbia influenzato le relazioni all'interno della squadra. Ma eravamo ad un torneo importante. Come puoi giocare un torneo di livello e non essere concentrato esclusivamente su quello? Non vedo come tu possa giocare contro la Francia, ad esempio, in una delle più grandi partite della tua vita e giocare il tuo miglior calcio. Un debito di mezzo milione di sterline è un sacco di soldi per chiunque. Se hai quel tipo di debito la tua testa non penserà ad alto. Quando siamo stati eliminati dal Portogallo ero sopra o sotto (non ricordo) di circa due mila sterline. Il giocatore che ha perso di più invece era sotto di oltre 100 mila sterline.

Il gioco d'azzardo è un problema nel calcio. I giocatori si annoiano e hanno troppi soldi a disposizione. Anche al Newcastle avevamo un problema di gioco d'azzardo, perché si giocava a carte anche lì.
Per la maggior parte delle partite andavamo in trasferta, quindi scommettevamo sull'aereo. Le somme non erano così grandi come quelle con l'Inghilterra, ma c'era una partita che si concluse con uno scontro tra Craig Bellamy e Laurent Robert che finì con circa 40000 sterline sul tavolo. Michael Chopra, che ha continuato a sviluppare una grave forma di dipendenza, ha accusato quella squadra per i suoi problemi, che sono iniziati quando era adolescente nel club. Ha menzionato me, Craig e Titus Bramble come i principali protagonisti. Ha detto che i suoi debiti di gioco lo hanno portato a essere minacciato da personaggi malavitosi", prosegue Dyer nel racconto riportato dal Daily Mail.

"I giocatori hanno paura di indossare la maglia dell'Inghilterra"

Dyer analizza poi i motivi che hanno portato la Nazionale dei Tre Leoni a non vincere nulla per oltre 50 anni: "Abbiamo tutti paura di indossare la maglia dell'Inghilterra - afferma l'ex Newcastle -. È uno dei motivi principali per cui non conseguiamo mai ciò che dovremmo ottenere. Questa è la malattia del giocatore inglese. Certo, alcuni sono più spaventati di altri. Una volta mi sono seduto accanto a un giocatore in panchina che aveva giocato per il Liverpool e altri club della Premier League e i tifosi stavano criticando aspramente i giocatori. Allora lui si rivolse a me e disse: «Spero di non entrare oggi». Ancora oggi funziona così. Troppi giocatori hanno paura di commettere un errore perché sanno che potrebbero essere maltrattati dai media e dai tifosi. Cercano di nascondersi. L'ho fatto anch'io. Scegli l'opzione più facile, ma non fai una cosa coraggiosa. Non provi a far succedere qualcosa durante la partita. Non provi il passaggio intelligente perché sei preoccupato che la folla ti salga sulla schiena o che la stampa ti dia un 3 in pagella. Quindi non provi a distinguerti. Non provi ad alterare il gioco. Cerchi di sparire. Cerchi di essere dannatamente sicuro di non fare nulla di sbagliato e limiti la tua prestazione a quello. Guarda come è stato trattato Raheem Sterling. È uno dei giocatori più talentuosi che abbiamo, eppure ci sono stati momenti in cui è diventato un capro espiatorio. A Euro 2016 tutti erano dell'idea che fosse colpa sua se la squadra di Roy Hodgson non riusciva a ottenere i risultati e veniva criticato per il suo atteggiamento. Dov'è quindi la sorpresa quando i giocatori convocati per l'Inghilterra si chiudono nei loro gusci? Non giocano con la libertà che mostrano con i loro club. Non è arroganza, ma paura. E non è un fatto che influenza solo i giocatori marginali ma anche chi, come me, vanta più di 30 presenze con la Nazionale. Ho giocato con l'Inghilterra il match contro Andorra nel 2007 e ho visto quale poteva essere la pressione di giocare per la Nazionale anche per i giocatori più forti. John Terry e Rio Ferdinand riuscivano a malapena a fare un passaggio di cinque metri a causa della pressione. L'atmosfera era velenosa. Siamo stati denigrati dai nostri stessi tifosi. La paura era di ottenere un cattivo risultato contro Andorra e subire la conseguente umiliazione. È stato brutale, non ho mai visto niente del genere. Alcuni componenti della squadra che erano nella tribuna hanno dovuto abbandonare i loro posti perché stavano subendo tanti abusi. Eravamo 0-0 all'intervallo e quando i ragazzi sono usciti i fischi erano assordanti. Non dimenticherò mai l'odio che c'era nei confronti della squadra quel giorno. Oggi parliamo di come i giocatori non si preoccupino e quanto siamo indietro rispetto al resto. È una presa di posizione troppo comoda e non credo che la situazione migliorerà presto. Mancanza di responsabilità, mancanza di rispetto, mancanza di pensiero indipendente: è questo che contraddistingue i nostri fallimenti. Ci prendiamo gioco dell'autorità, non la rispettiamo".

"Se vuoi un esempio di cosa c'è di sbagliato nel calcio inglese e se vuoi sapere perché non abbiamo vinto un torneo importante dal 1966, ti faccio riferimento a una serata in Malesia alla Coppa del Mondo Under 20 - continua Dyer -. Ci siamo comportati molto bene, ma dopo aver perso in Argentina le cose sono andate male. Ci siamo diretti tutti verso il bar dell'hotel e ci siamo fermati. Ad un certo punto qualcuno ha deciso che sarebbe stato divertente se tutti avessimo passato una borsa in giro e poi consegnato un "regalo" appeso alla porta della camera da letto del manager, Ted Powell. Non chiedermi perché pensavamo che sarebbe stato divertente o accettabile. In quel clima, a quell'età, dopo qualche drink, sembrava l'idea più divertente del mondo. Non era perché non ci piaceva. Abbiamo solo pensato che sarebbe stato divertente. È stata una mancanza di rispetto, decenza, professionalità, serietà, intelligenza, responsabilità - e una cultura calcistica fatta a brandelli. Era il modo in cui la nostra cultura era allora, il modo in cui eravamo cresciuti. Lo stavamo facendo al manager di una squadra inglese. Mi guardo indietro e mi chiedo se sia stata la nostra cultura a trattenerci. Abbiamo agito senza considerare le conseguenze. Inevitabilmente quella mentalità sta avendo ripercussioni sulle prestazioni". L'ex centrocampista critica poi il modo in cui è stato trattoto Paul Scholes in Nazionale: "È stato il miglior giocatore con cui ho giocato e persone come Xavi e Zinedine Zidane lo consideravano il loro giocatore preferito. Altre Nazionali lo avrebbero usato come fulcro del gioco ma Sven Goran Eriksson a centrocampo sceglieva sempre David Beckham sulla destra, Frank Lampard e Steven Gerrard al centro e Scholes sulla sinistra. Non avevamo una cultura calcistica che lo apprezzasse. Così lo abbiamo sprecato mettendolo a sinistra e bandendolo ai margini. Era irrispettoso, uno dei più grandi crimini di sempre. Tra Gerrard, Lampard e Scholes il giocatore dello United era il migliore, tuttavia fu chiesto a lui di sacrificarsi. Era un maestro assoluto in allenamento con il suo tocco. Un giorno ha segnato tre o quattro da oltre 25 metri. Quando la sessione finì il resto dei giocatori inglesi formò una guardia d'onore e lo sbatté fuori dal campo. Non l'avevo mai visto prima e non l'ho mai più visto".

La celebre rissa con Bowyer

Kieron Dyer ritorna poi sul suo litigio in campo con Lee Bowyer, suo compagno di squadra ai tempi dei Magpies: "Potevo vederlo marciare verso di me, con gli occhi sporgenti - racconta -. Graeme Souness stava gridando "non farlo" dalla linea di fondo, ma Lee Bowyer ha continuato a venire verso di me. L'ho afferrato per le spalle e il collo per tenerlo lontano da me e poi ha iniziato a dare dei pugni. Era come al rallentatore. Quando i pugni mi colpivano in testa, pensavo: «Non posso credere che mi stia colpendo di fronte a 52000 persone. A cosa sta pensando?». Stavo cercando di non reagire, pensando che ci sarebbero state solo manate e spintoni. È il tipo di cosa che potrebbe accadere in allenamento, ma non in una partita. Nessuno sano di mente lo farebbe, ma Bow aveva perso la testa. Penso che mi abbia colpito quattro volte. I pugni non hanno fatto male, ma quando è arrivato il quarto ho pensato "fottiti" e mi sono lanciato contro di lui. Gareth Barry si è precipitato per trattenere Bow e trascinarlo via. La maglia di Bow era strappata sul petto e lui stava ancora ringhiando e cercando di divincolarsi. Io ero relativamente calmo, ma guardai di nuovo Bow e lui era ancora fuori di sé per la rabbia. Non mi rendevo conto che potevo ricevere l'espulsione per una rissa con il tuo compagno di squadra. Invece l'arbitro si avvicinò e mi mostrò il cartellino rosso. Poi mandò fuori anche Bow. Gli animi in campo erano incadescenti perché eravamo in svantaggio per 3-0 in casa dell'Aston Villa. Bowyer era venuto a ricevere la palla. Era libero, ma io pensavo che ci fossero delle opzioni migliori e così la passai ad un altro compagno di squadra. Bowyer impazzì e urlò: «F****** passami la palla». «Di cosa stai parlando?» risposi. "Non mi passi mai la palla," disse lui. Pochi minuti dopo, voleva che gliela mettessi sui piedi. Anche in quel caso credevo di avere a disposizione soluzioni migliori. Non era un fatto personale. Bow a quel punto diventò assolutamente pazzo. "Vai all'inferno", gridò, "non mi passi mai la palla". "Il motivo per cui non ti passo la palla," dissi io, "è perché sei un fottuto idiota".

I problemi con l'allenatore Souness

Lee Bowyer non fu l'unico del Newcastle con cui Dyer venne alle mani, almeno nelle intenzioni. Secondo il centrocampista infatti anche l'allenatore, Graeme Souness, voleva picchiarlo. "Si girò sul sedile anteriore della macchina, mi guardò e disse: «Se mai dovessi venire di nuovo in una stazione di polizia perché sei andato fuori i limiti ti picchierò» - continua nell'intervista -. Ho tenuto la bocca chiusa. Non stava facendo casino, era serio. I miei primi rapporti con il nuovo manager del Newcastle nel 2004 non erano ideali. C'erano delle foto su un giornale che sembravano riprendermi mentre mi aggiustavo la cerniera dei pantaloni per strada dopo una serata fuori. Ero stato accusato di aver urinato in pubblico e mi era stato detto che mi sarei dovuto presentare a una stazione di polizia. Souness aveva detto che sarebbe venuto con me. Il mio cuore affondò. Ci portarono in una stanza per l'interrogatorio dove stavano aspettando due agenti. Non era il modo migliore per fare una buona impressione con il nuovo allenatore. Il poliziotto anziano disse che avrei lasciato la stanza in manette e che mi avrebbero gettato in prigione per quello che avevo fatto. Tutto ciò per aver fatto pipì in strada. Le affermazioni mi sembravano assurde. Era solo una fotografia che dava un'impressione sbagliata. Dicevano di avere anche dei filmati. Gli dissi che era un'assurdità totale, di smetterla di accusarmi e sprecare il tempo di tutti. Souness si sedette e ascoltò. Quando lasciammo la stazione di polizia, tornammo in macchina in silenzio. Tornati al campo di allenamento poi, era di umore nero. Era a Newcastle da circa un mese e doveva occuparsi anche dei problemi di altri calciatori. Le telecamere catturarono Bellamy che lo insultava mentre se ne andava. Souness non l'aveva visto né sentito, ma quando gli mostrarono il filmato era furioso. C'erano state anche storie su un alterco tra Craig e Nicky Butt prima della partita Inghilterra-Galles, giocata una settimana prima. Souness non era ovviamente contento, così organizzò un incontrò: «Quando ero fuori, guardando questa squadra di calcio ho visto una squadra di grande talento, ma persone che sono fuori controllo e pensano di essere al di sopra della legge» - disse -. Poi mi guardò e aggiunse: «Sono appena stato alla stazione di polizia con questo piccolo p****. Probabilmente è normale per lui fare su e giù dalla stazione di polizia tutto il tempo, ma non lo è per me». Quindi passò a Craig e Butty. Aveva sentito parlare del loro alterco e che Butty aveva minacciato di battere la me*** di Craig. «Vorrei che avesse sconfitto la tua di me***», disse Souness. Craig era stato avvertito da Dean Saunders, l'assistente di Souey, di non rispondere, ma iniziò a protestare, affermando che non c'erano state discussioni. «Vedi, questo è il problema», disse Souness, che menzionò poi alcuni dei trofei vinti e dei club per cui aveva giocato. "E poi qualcuno come te mi chiama in quel modo» - aggiunse rivolgendosi a Craig -. «Ti farò sudare". Fu necessario l'intervento di Shearer per separarli dopo che aveva tentato di afferrarlo per la gola. Nei miei confronti in realtà Souness fu davvero buono. La stagione che ho avuto con lui è stata la migliore della mia carriera. Penso che fosse perché temevo quell'uomo. Avevo paura fisica di lui. Non volevo deluderlo perché credevo che ci sarebbero state conseguenze fisiche se l'avessi fatto. Ne avevo avuto la prova".

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