18 ottobre 2008

Marisa Raciti: "Che le morti non siano inutili"

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Marisa Raciti, vedova di Filippo Raciti

ESCLUSIVA SKY. La vedova dell'ispettore ucciso dopo il derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007 parla alla vigilia della sfida che vedrà le due squadre ancora di fronte: "Il sacrificio di mio marito deve avere un seguito, non si può far finta di niente"

Marisa Grasso, vedova di Filippo Raciti, l'Ispettore di Polizia rimasto ucciso negli scontri avvenuti il 2 febbraio del 2007 dopo il derby Catania-Palermo, ha parlato in esclusiva ai microfoni di Sky Sport24, alla vigilia della sfida di domenica, che vedrà nuovamente di fronte Catania e Palermo. Spassati 20 mesi da quel Catania-Palermo che ha segnato la sua vita. Il ripetersi della partita riporta indietro però questa per me non è una violenza maggiore, la violenza la vivo nel quotidiano. Riporta solo indietro nel ricordo e guardi con più attenzione le risposte che ti dà la città dopo venti mesi. La violenza, infatti, ha diverse forme e diversi aspetti ma il fine è sempre quello, non quello di creare ma di distruggere. Ho fatto un giuramento, prima che la bara venisse sigillata, perché quell’uomo che è stato ammazzato era mio marito e sapevo chi era quell’uomo che indossava la divisa. Attraverso la mia voce terrò viva la vita di mio marito perché possa continuare ad educare, perché è morto a causa di una divisa, perché indossava una divisa, e lo faceva con onore. Il sacrificio di mio marito deve avere un seguito, non si può passare sopra o fare finta di niente: si è visto l’uso della violenza, la forma di razzismo nei confronti della divisa e come questo si manifesta in una partita di calcio e in prossimità di uno stadio. Quindi, il sacrificio di quell’uomo, deve servire a fare in modo che non ci siano altre vittime come lui e che l’impegno di alcuni che hanno determinati ruoli possa portare almeno a tenere a freno questi violenti, e poi cercare di rieducarli.

Non devo essere solo io a portare un messaggio anti-viloenza, però la mia testimonianza può essere importante perché il sentire, il vedere, il capire, forse anche attraverso la presenza, aiuta molto. Gli incontri sono stati fatti sia nella scuola elementare ma soprattutto li rivolgo ai ragazzi delle superiori. Ho girato in venti mesi parecchie scuole in tutta Italia, pochissime a Catania e nessuna ad Acireale, a parte la scuola di mia figlia. Io mi auguro, attraverso la mia testimonianza, che alcuni possano comprendere e capire però, ovviamente, una sola voce non è forte quanto un coro. Mi auguro che accanto a me ci siano altre voci, altre persone capaci e che abbiano la possibilità di potersi impegnare in questo cammino di educazione.

La prima volta che sono andata allo stadio dopo la morte di mio marito sono andata senza i miei figli ed era il 2 settembre, sette mesi esatti dopo la morte di mio marito. Non vi sono andata con odio ma a portare un messaggio di pace e di civiltà, in modo di poter dare e poter vedere una risposta. Volevo dare una risposta alla violenza che avevo ricevuto ma anche pretendevo che ci fosse una risposta dall’altro lato. La seconda volta sono andata con i miei figli grazie al Presidente Galliani, che ci ha invitato in occasione della partita Milan-Catania. Continuo a ringraziare Galliani perché mi ha dato la forza di portare i miei figli in quel luogo, guardare in faccia il trauma e questo poteva servirci come terapia. Infatti, all’indomani della partita, mio figlio Alessio è riuscito a tirare fuori degli argomenti che aveva chiuso dentro. E da lì, è tornato piano piano a giocare a pallone. Queste sono state le due uniche volte in cui sono andata allo stadio.

Il caso di violenza del 2 febbraio è totalmente diverso dalla morte di Gabriele Sandri. Purtroppo, noi familiari abbiamo ritoccato un determinato odio perché si sono scagliati contro me e i miei figli anche determinate forme di razzismo ad Acireale, che non avrei pensato di vivere: determinate scritte sotto casa, mia figlia ha trovato scritte offensive vicino all’aula, nei suoi confronti e nei confronti del padre poliziotto. E non è bello, perché è un’altra forma di violenza che continua e non ti lascia lo spazio per riemergere. La tranquillità non la vive più il poliziotto che va in servizio allo stadio perché comunque non è in grado di garantire la sicurezza né degli altri, né di sé  stesso. E quindi la mancanza di tranquillità si vive già in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio di Gabriele Sandri, ogni soggetto risponde delle proprie azioni. Un caso non può coinvolgere tutto il resto, quello è un caso e c’è in atto un processo, delle indagini per valutare la situazione, ma è un caso a parte, un caso a sé dal resto, che riguarda il servizio di ordine pubblico delle Forze dell’Ordine allo stadio. Credo che le Forze dell’Ordine non possano garantire la sicurezza agli altri ma non la possano garantire neanche a sé stessi. Lo provo a casa.

 

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