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07 aprile 2010

Molto, ma molto più di un gioco: quando il calcio è libertà

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Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela nel film "Invictus" di Clint Eastwood

A due mesi dai Mondiali, il 10 aprile, va in libreria lo struggente racconto dei detenuti politici di Robben Island e del loro amore per il pallone. Storia (da non perdere) di come da una prigione è nata la democrazia in Sudafrica. L'ALBUM DEI MONDIALI

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LE FOTO: IN MISCHIA CON "INVICTUS"

di PAOLO PAGANI

Furono gli olandesi i primi. Metà del Seicento: temperia di scorribande, prendono il Capo con le armi, lì dove la brezza gentile dell’Oceano allaga di salmastro  il cono del Sudafrica. E Robben Island, l’isola delle foche che galleggia al largo della Table Bay a 12 km dalla terra ferma, diventa una prigione. Tra i primi ospiti fissi capi politici traghettati in catene dalle colonie olandesi, lontana Indonesia inclusa. Poi l’isola si trasforma in lebbrosario. E poi ancora, nel Secolo Breve, nel Novecento crudele dell’apartheid, fu tristemente nota come galera per i prigionieri politici nel periodo più buio e razzista del Sudafrica.

Il carcerato più famoso è Nelson Mandela. Ne ha raccontato lui stesso, in pagine febbrili della sua biografia, Lungo cammino verso la libertà. In Italia pubblicato da Feltrinelli. E un buon film, un po’ agiografico ma di grande dignità e di umanità allegra, l’ha mostrata agli occhi del mondo, Invictus di Clint Eastwood. La Nazionale degli Sprinbocks visita Robben, e il capitano Pienaar sosta proprio nella cella-bonsai di Madiba, come l’orgoglio popolare nero chiamava Mandela, nato nella famiglia reale dei Tembu a Qunu, vicino a Umtata, il 18 luglio del 1918. Ci restò dentro 27 anni.

Qui comincia la storia di un libro da ricordare che esce il 10 aprile, due mesi prima dei Mondiali: Molto più di un gioco-Il calcio contro l'apartheid. Racconto dei detenuti politici di Robben Island, del loro amore per il pallone (240 pp, 15 €, Iacobelli editore). L’hanno voluto scrivere Chuck Korr e Marvin Close. Il 14 aprile, Gianni Rivera e il presidente Federcalcio, Giancarlo Abete, lo presentano in via Allegri a Roma, sede Figc.

Un sabato ventoso di 40 anni fa, senza telecamere attorno, è in calendario Rangers contro Bucks: partita da giocare in uno spiazzo delimitato da due porte costruite con legna fradicia e reti da pesca trovate su una riva. In campo, è il dicembre del ' 67, eroi della lotta antiapartheid che avevano negoziato anni e anni con la direzione del carcere per strappare il permesso di giocare 30 minuti ogni sabato nell’isola-prigione. A spiarli un tifoso sprangato in cella, cui quel permesso non sarebbe stato concesso mai: Madiba Mandela. Di questo parla, anzi urla, nel mondo pacificato che guarda alla festa dei Mondiali, Molto più di un gioco.

Ma è non soltanto avventura, memoria, retorica. A dimostrazione che ribellarsi non significa quasi mai negare a priori disciplina e organizzazione, specie in Politica, quei prigionieri sentirono il bisogno di darsi “strutture” e “istituzioni”.  Così, dopo mesi di discussioni, manuale della Fifa alla mano (il secondo titolo più popolare della biblioteca del carcere dopo Il Capitale di Karl Marx), nel giugno del '69 presentarono lo statuto della Makana Football Association (dal nome del grande capotribù xhosa esiliato sull'isola nel 1819 dopo aver sfidato il potere coloniale). Un vera Lega di calcio: la Mfa contava nove club, tre divisioni, la Commissione disciplinare e un'Associazione arbitri. Mentre il regime era boicottato dal mondo dello sport, tra le torri di guardia di Robben il primo torneo dei detenuti squadernava al vento regole e sudore, sudore e regole. Vinse, per la cronaca, il Manong. Unico club che reclutava i giocatori a prescindere dal partito d’appartenenza. Trarne una morale? Sarebbe di buon senso. Giustizia, democrazia, equanimità vinsero un Campionato che ancora si gioca ogni giorno. Aspettando i Mondiali a giugno, naturalmente.