01 maggio 2010

Dopo Fini, Leonardo: aziendalista sì, ma suddito mai

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Leonardo il rivoluzionario: dopo Fini, presidente della Camera, anche il tecnico del Milan a muso duro con Berlusconi

Dopo lustri di "peones" inginocchiati, soffia il vento dei non allineati al Verbo di Silvio Berlusconi. Dopo il presidente della Camera, tocca al tecnico del Milan. Ecco perché Leo, a un passo dell'addio, è un uomo libero. L'ARTICOLO DI GIORGIO PORRA'

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di GIORGIO PORRA'

Dopo Fini, Leonardo. Comincia a diventare abitudine diffusa. Dopo lustri e lustri di peones inginocchiati soffia improvviso il vento dei non allineati. C’è chi lo solleva in modo plateale (Fini), c'è chi preferisce alzare refoletti tanto eleganti quanto efficaci (Leonardo). Ma la polpa è la stessa.

Attenzione, che nessuno dica che Berlusconi è diventato l'orsetto delle fiere, quello che tutti si sganasciano a prendere a pallate. Però si può fondatamente sostenere che nel suo controllatissimo microcosmo (neanche tanto micro…) sta facendosi largo una frangia di "noman" belli tosti ed in grado di generare proseliti. E' quasi una rivoluzione, dagli effetti ancora ignoti, soprattutto sul piano politico.

Ma sul versante calcistico una cosa è già certa, certissima, scolpita nei pali delle porte di San Siro. Quella che Leonardo se ne andrà dal Milan a fine stagione. Dove non si sa, ma nelle ultime ore si è dissolto ogni dubbio sul fatto che il brasiliano consideri chiusa la sua esperienza da tecnico rossonero. Quell’accenno alla "incompatibilità caratteriale" tra lui ed il Presidente, pronunciato nella solita conferenza-stampa della vigilia, costituisce la spallata definitiva ad un rapporto apparso logoro da tempo. O, ancora meglio, ad un rapporto mai veramente decollato.

Perché Leonardo berlusconiano nel profondo non lo è mai stato. Nella sostanza, due diverse visioni dell’universo. Aziendalista sì, e nessuno può mettere in dubbio la sua fedeltà ai valori di famiglia, la feroce applicazione per l’affermazione degli interessi comuni. Tra l’altro, in un ambiente nel quale la riconoscenza vale meno di zero, il brasiliano non ha mai fatto mistero della sua gratitudine per una società che nel corso degli anni gli ha dato importanti opportunita’ di crescita.

Ma suddito no, quello è un ruolo che Leonardo, per formazione, cultura, personalità, non può proprio ricoprire. Nel Milan, come in qualsiasi altra dimensione professionale. A certificarlo il suo background, sportivo e non, quello di un uomo rigorosamente "libero", disponibile al dialogo, al confronto, all’autocritica, al rispetto delle gerarchie, ma del tutto refrattario all’imposizione nuda e cruda. O sottilmente mascherata da suggerimento.

Lo sapevano tutti, anche i muri di via Turati, ed è per questo che a molti era parsa inopportuna la sua decisione di sedersi sulla panca milanista. Scelta romantica, è stato detto, per nulla mossa da calcolata smania carrieristica. Ma non appena sono arrivate le prime bordate dall’alto, neppure sparate in faccia, ma affidate agli spifferi di palazzo, si è subito capito che il sodalizio prima o poi si sarebbe inevitabilmente spaccato.

Eppure i risultati non sono disprezzabili. Tutt'altro. A Leonardo, al suo Milan, non si poteva ragionevolmente chiedere di più di un piazzamento Champions. Ed una onorevole partecipazione europea. Salvo cataclismi è con questo bilancio che si chiuderà la stagione rossonera. Non male per un tecnico debuttante. E neanche per un club assennatamente proteso verso il contenimento dei costi. Peccato, Leonardo sarebbe davvero potuto essere l'allenatore giusto per gestire un ciclo nuovo, stimolante, anche se imbottito di incognite. Niente da fare, il brasiliano ha già fatto calare il sipario. Ci penserà qualcun altro. A occhio e croce più "compatibile" con chi sta lassù.

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