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07 gennaio 2011

Politica & corruzione: ecco il calcio secondo Wikileaks

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La nazionale dell'Iran impegnata nel 2009 contro la Corea del Sud: i giocatori legarono ai polsi nastri verdi, simbolo dell'opposizione al presidente Ahmadinejad, allora da poco rieletto fra le polemiche per presunti brogli (Getty Images)

Alcuni cablo diffusi dal sito di Assange riguardano lo sport più amato: il calcio bulgaro controllato dalla criminalità, le interferenze di Ahmadinejad, il dittatore che voleva lo United, le tensioni etniche in Giordania e una strana fuga eritrea...

di LORENZO LONGHI

Quello sul dittatore birmano Than Shwe, rinsavito dall’idea di investire una cifra folle per comprarsi il Manchester United per poi costruirsi in casa un campionato nuovo di zecca, è il più famoso dei cablogrammi diffusi da Wikileaks e aventi, in qualche modo, legami con il mondo del calcio. Nel mare magnum di confidenze diplomatiche diffuse dal sito di Assange, in diversi casi si ricorre allo sport più popolare come pretesto per illustrare l’incancrenimento di situazioni politico-sociali in paesi che spesso hanno grande importanza strategica nello scacchiere internazionale. E, quando accade, il calcio non ne esce granché bene.

Bulgaria, cartellino rosso. È il caso della Bulgaria. Nel cablogramma indicato con la sigla 10Sofia32 del 14 gennaio 2010, la diplomatica americana Susan Sutton si dilunga sulla diffusa corruzione del campionato. “I club calcistici bulgari - si legge - sono direttamente o indirettamente controllati da organizzazioni criminali che li utilizzano per ottenere legittimazione, produrre facili profitti e riciclare denaro”. “Eppure - continua - vi sono stati poche inchieste o arresti. Così il pubblico si è disaffezionato”. La Sutton cita club di grido come Cska, Slavia e Lokomotiv Sofia, il Levski di Todor Batkov, avvocato del discusso businessman Michael Cherney, il Litex Lovetch e il Lokomotiv Plovdiv, club che ha visto morire assassinati sei degli ultimi suoi presidenti. Il cablo parla poi di scommesse, combine, evasioni fiscali e cita personaggi poco raccomandabili.

Le spie di Ahmadinejad. Non poteva mancare un accenno a Mahmud Ahmadinejad, nel cablo 09RpoDubai235 del giugno 2009 redatto da Timothy Richardson. Il diplomatico scrive di come, a seguito di una serie di sconfitte subite dalle selezioni nazionali con Ahmadinejad sugli spalti, gli iraniani avessero iniziato a considerarlo uno iettatore, ma soprattutto parla delle ingerenze del presidente iraniano sul calcio nazionale. Fu l’intercessione del presidente (“preoccupato di come le sconfitte della nazionale possano avere effetti sul voto”) a cancellare nel giugno 2008 una sospensione alla stella Ali Karimi, pur di consentirgli di scendere in campo in una gara internazionale, e si deve alle pressioni dello stesso Ahmadinejad il licenziamento del ct Ali Daei dopo una sconfitta contro l’Arabia Saudita. Non è tutto: si sostiene che diversi giocatori della nazionale siano stati fatti spiare dal governo. Del resto, nel corso di una gara del giugno 2009 contro la Corea del Sud i calciatori iraniani scesero in campo con nastri verdi ai polsi, simbolo del sostegno ai movimenti di opposizione ad Ahmadinejad, da poco rieletto dopo un contestato turno elettorale.

Giordania, alta tensione. Il cablogramma 09Amman1689 redatto dal funzionario diplomatico Lawrence Mandel, racconta della sospensione dell’incontro di campionato Faisali-Wahdat, interrotta e mai più disputata a causa dei cori razziali della tifoseria del Faisali nei confronti della famiglia reale e della regina Rania, a causa delle sue origini palestinesi. Il Wahdat, spiega il cablo, è il club tradizionalmente sostenuto dai giordani di origine palestinese: episodio definito inquietante perché “ha messo in evidenza il lato peggiore dell’ultranazionalismo giordano (…) che si preferisce tenere nascosto per motivi di stabilità politica”. “Ero a conoscenza dell’attrito fra le comunità, ma è molto superiore a quanto pensassi”, conclude Lawrence.

La grande fuga. Ronald McMullen, ex ambasciatore statunitense in Eritrea, nel dicembre 2009 inviò in patria un cablogramma in cui stigmatizzava l’abitudine dei funzionari pubblici eritrei “accaniti tifosi della Premier League inglese che a volte lasciano gli impegni ufficiali anzitempo pur di non perdersi le partite più importanti”. Sin qui nulla di sconvolgente. Ma c’è altro, una storia degna della sceneggiatura del film Machan: McMullen riporta come, dopo un torneo della nazionale in Kenya, “solo l’allenatore e un colonnello della scorta fecero ritorno in patria”, e aggiunge ironicamente fra parentesi “ci si domanda il perché, visto il loro probabile destino”. In effetti la squadra, battuta ai quarti di finale 4-0 dalla Tanzania, pur avendo superato il girone non fece una grande figura. Il governo eritreo si affrettò a smentire la fuga degli atleti ma, si sa, in certi casi la smentita equivale a una conferma: 12 dei 25 atleti della nazionale chiesero asilo politico al Refugee consortium of Kenya di Nairobi, vedendoselo garantire poi dall’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu. 11 di loro oggi vivono in Australia.