Esplora Sky TG24, Sky Sport, Sky Video
16 marzo 2011

Sulle tracce di Luther Blissett. Il capostipite dei "bidoni"

print-icon
lut

Uno scontro fra personaggi cult: Luther Blissett contende palla a Rod Stewart in una gara benefica (Getty)

L’ex punta del Watford di Elton John e del Milan ora insegna calcio nello Stevenage, in Inghilterra: “Sono sempre tifoso dei rossoneri”. Fra progetti anti razzismo, un team automobilistico e dopo un formidabile successo letterario. GUARDA FOTO E VIDEO

Commenta nel forum del Milan

di LORENZO LONGHI
da Stevenage

Il treno dalla stazione londinese di King’s Cross parte dal binario 0. Suggestivo, considerando che la meta è l’ultimo indirizzo professionale conosciuto di Luther Blissett, che in Italia è rimasto nella leggenda sportiva come uno dei più popolari bidoni del Milan. Stevenage, 80mila abitanti, un club in quarta divisione e un centro sportivo giovanile che farebbe gola a diverse società italiane: Blissett, origini giamaicane, recordman di presenze e reti nel Watford di Elton John ed ex nazionale inglese, oggi insegna calcio.

Lo fa come head coach dei ragazzi fra i 16 e i 18 anni dello Stevenage: “Sono sempre rimasto coinvolto nel calcio, nonostante molte altre attività, e così ho accettato questo incarico perché mi piace lavorare con i giovani. Insegno calcio, sì, ma part-time”, ci racconta. Part time, precario per scelta, perché Blissett da qualche anno si è anche dato all'automobilismo, fondando il suo Team48 con il quale ha messo assieme la passione per la velocità - da patron e pilota - e l’impegno antirazzista, che tuttora lo vede impegnato in decine e decine di eventi benefici l’anno: “Il team è composto da persone di diverse etnie, una squadra multietnica. È una passione che avevo da bambino, proprio come il calcio”. Oggi le vive entrambe da protagonista.

Personaggio trasversale, rispettato anche dai tifosi delle squadre rivali, Blissett, 53 anni e un fisico ancora da atleta, fu acquistato dal Milan nel 1983, primo calciatore a costare più di un milione di sterline. Frank, il barista della club house che sul polso sinistro sfoggia un tatuaggio con il Liver bird, simbolo della sua Liverpool, interviene divertito ricordando che “in realtà il Milan voleva John Barnes, ma si è confuso fra i due e ha preso Luther”. Blissett sorride, ben sapendo che il mito vive anche di leggende metropolitane: “L’esperienza con il Milan fu qualcosa di speciale. Certo sul campo fu frustrante: l’allenatore era Castagner, un calcio molto difensivo in cui non mi trovai bene e non mostrai nemmeno la metà del mio valore. Ma ebbi la possibilità di giocare per uno dei club più importanti del mondo e con Franco Baresi, che mi aiutava con la lingua: imparai un po’ di italiano. Quell’anno mi servì moltissimo: tornai in Inghilterra migliore, allenamenti così professionali erano stati fondamentali per me”.

In effetti, Blissett tornò al Watford, riprese a segnare tanto (e a fallire anche tanti gol semplici, di qui il soprannome “Miss it”) e lo stesso fece qualche anno dopo con il Bournemouth. “Seguo ancora con piacere il Milan, anche nel vostro campionato e sono contento che sia primo. Ho visto la gara di Champions League contro il Tottenham, dove i rossoneri hanno giocato piuttosto bene ma non hanno fatto abbastanza. Quanto mancava Pirlo…”. Il ritiro, per Luther, è avvenuto a 36 anni, nel 1994, fra i dilettanti del Fakenham Town.

Quindi, a metà anni ’90, l’evento che cambia la storia, quando Luther Blissett si riaffacciò, suo malgrado, agli onori della cronaca internazionale. Un collettivo underground bolognese, senza motivo apparente, si appropriò del suo nome e lanciò il suo progetto di pseudonimo aperto a tutti. “Ognuno può essere Luther Blissett semplicemente adottando il nome Luther Blissett” era il loro manifesto: fu un fiorire di pubblicazioni, fanzine, beffe e performance un po’ dovunque. Una perfetta campagna virale prima del proliferare del web, che produsse anche il romanzo storico Q, un clamoroso successo letterario tradotto in tutto il mondo: “Q l’ho letto anche io - dice il Blissett vero - e non potevo non farlo visto che c’era il mio nome. Quando venni a sapere di quello che stava accadendo fui molto sorpreso: mi domandavo perché qualcuno avesse deciso, a mia insaputa, di scegliere proprio il mio nome per questo progetto. È stato un fenomeno molto fantasioso e, mano a mano che si propagava, era impossibile da controllare. Alla fine devo dire che mi ha fatto piacere. Per me, anche se in maniera molto strana, è stata tutta pubblicità”.

Quella che serve per restare nella memoria. Per i gol segnati, per quelli falliti, per l’impegno contro il razzismo e perché qualcuno, un giorno, ha deciso che sì, quello di Luther Blissett doveva essere un nome cult. Al di là del calcio e oltre ogni frontiera.