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22 agosto 2011

Razza Socrates: quando i calciatori avevano qualcosa da dire

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Paul Breitner, Cesar Menotti e Socrates, ovvero quando i miti del calcio avevano anche una loro visione del mondo

L'ex regista brasiliano è in lieve miglioramento. Storia d'altri tempi, la sua: un giocatore anti-sistema e non patinato, con colleghi contestatori, da Kempes a Sollier, dal maoista Breitner al romeno Ducadam che fece la rivoluzione contro Ceausescu. FOTO

FOTO: I contestatori del calcio

di LORENZO LONGHI

Socrates ha ripreso conoscenza e, sebbene ancora in terapia intensiva e in condizioni critiche, sembra in via di miglioramento, stando ai bollettini medici degli ultimi due giorni. Il mondo del calcio è comunque in apprensione per la sua sorte. Perché il brasiliano non è stato solamente un fuoriclasse, ma anche un campione politicamente scomodo, uno che ha lasciato il segno anche fuori dal campo con pensieri, parole, gesti. Come e più di tanti idoli del pallone della sua epoca. Niente a che vedere con i loro patinati colleghi odierni, equilibristi sul filo della banalità e attenti a non sbilanciarsi mai, ché sponsor e tifosi potrebbero non gradire un filo di onestà, una opinione eterodossa, un rantolo di libertà mentale.

Un tempo nemmeno troppo lontano infatti i miti del calcio avevano qualcosa da dire, elaboravano la loro visione del mondo e di frequente - incredibile dictu - la esternavano. Il tedesco (occidentale...) Paul Breitner non aveva paura di farsi fotografare con il Libretto Rosso di Mao Tse Tung, pur in una Germania divisa, presentandosi in campo con un look da contestatore. Erano gli anni '70 e, nello stesso periodo, in Italia Paolo Sollier salutava il pubblico prima di ogni partita con il pugno chiuso. Marxista convinto, leggeva Pavese ed Evtuscenko e giocava assieme a Giancarlo Raffaeli, terzino umbro e militante del Pci.

Calciatori già allora sui generis, personaggi anti-sistema in un ambiente che stava mutando. Socrates, nel 1980 in Brasile, era il leader della Democracia Corinthiana, l'autogestione pallonara che faceva sì che al Corinthians tutto si decidesse a votazione. Il suo più fedele discepolo fu un attaccante riccioluto e capellone, quel Walter Junior Casagrande che più in là arriverà in Italia per vestire le maglie di Ascoli e Torino. Socrates, del resto, in Brasile aveva partecipato attivamente ad uno sciopero indetto dagli operai contro le politiche economiche del governo e, appena arrivato in Italia rilasciò una meravigliosa intervista a La Repubblica: "Mai accetterò una vita di accomodamento, non voglio perdere il mio senso critico del mondo. Questi miei colleghi, che sono liberi di vivere come desiderano, pensano di guadagnare molto oggi per non lavorare domani". Ve le immaginate, queste parole, in bocca a Cristiano Ronaldo o David Beckham?

Ai Mondiali del 1978, nell'Argentina dei generali, vinse l'Albiceleste del Flaco Cesar Menotti, che ai politici del Paese proprio non piaceva per il suo passato comunista. E Mario Kempes, quando si trattò di sfilare davanti alla Junta militar, si girò dall'altra parte e non strinse la mano a nessuno dei componenti il governo. Nel 1989, il romeno Helmut Ducadam, portiere della Steaua, fece la rivoluzione contro il regime di Ceausescu, fucile in spalla, e in patria per molti è un idolo proprio per questo.

Più di recente, Diego Maradona non poteva non fare scalpore per la sua amicizia con il leader cubano Fidel Castro e il supporto al venezuelano Hugo Chavez, mentre in Italia - pure in un calcio ormai meno genuino - gli ultimi a dichiarare simpatie politiche opposte e discutibili, sono stati Cristiano Lucarelli e Paolo Di Canio. Magari non uomini anti-sistema, ma apprezzabili perché hanno un'idea e hanno deciso di non tenerla per loro, pur essendo calciatori. E pazienza se poi non piacciono a tutti: è il destino di chi dice sempre quello che pensa, per eterodosso che sia.

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