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19 gennaio 2013

Dal trionfo all'esilio, la storia di Luciano Vassallo

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Luciano Vassallo, classe 1962, festeggia il titolo di campione d'Africa allo stadio Hailè Selassie di Addis Abeba (Foto dal sito ufficiale di Luciano Vassallo)

Nel 2013, dopo 31 anni la Nazionale etiope torna a giocarsi la Coppa d'Africa. Parla il capitano dell'unica vittoria degli Walyas nella competizione, nel 1962, figlio di un italiano e di una donna eritrea

di Roberto Brambilla

“Addis Abeba era fantastica. Dopo la finale per tornare in albergo in auto ci impiegammo delle ore, da tanta gente che era venuta a festeggiarci.” Luciano Vassallo, 78 anni il 15 agosto, ricorda così uno dei suoi "momenti di gloria". Era il 21 gennaio 1962 e allo stadio Haile Selassie la nazionale etiope, di cui era regista e capitano, aveva appena battuto 4-2 la Repubblica Araba Unita e si era laureata campione d'Africa per la prima e unica volta della sua storia. Con il gol del 3-2 realizzato dallo stesso Vassallo nei supplementari. “Eravamo una squadra meravigliosa – spiega orgoglioso - con me giocavano mio fratello Italo e Menghistu Worku, forse il miglior giocatore etiope di tutti i tempi e soprattutto un grande uomo, fuori e dentro il campo". Una squadra formata da nove eritrei, tra cui i due "meticci". “Quella volta la Federazione per paura di sfigurare davanti all'Imperatore Hailè Selassiè – racconta Vassallo – mise in campo davvero la squadra migliore, anche se non mi volevano come capitano perchè ero un mezzosangue, ma alla fine valse la regola che chi aveva più presenze aveva la fascia".

Da Asmara alla Nazionale, da dilettante discriminato – La finale di Addis Abeba è l'apice dell'Etiopia calcistica e della carriera calcistica di Vassallo che conta 104 presenze in Nazionale (recordman per gli Walyas), quattro Coppe d'Africa giocate (un altro quarto posto nel 1968) e l'onore di essere l'unico etiope a essere nominato miglior giocatore della competizione, quella vinta nel 1962. Un amore per il pallone nato ad Asmara, dove lui e suo fratello Italo sono cresciuti, figli di un soldato italiano e di una donna eritrea. “Io ho cominciato da ragazzino – spiega con un filo di nostalgia – ad Asmara ogni gruppo etnico aveva una squadra e io finii in quella dei "meticci". Smise quando al suo team regalarono delle maglie bianconere, come il colore della pelle dei loro genitori. "Un insulto" racconta arrabbiato ancora oggi. Poi giocò nel Gujeret, nell'Asmarina, infine si trasferì a Dire Dala, a 1400 km da Asmara, militando nel club legato al cotonificio della città. Sempre lavorando. "Il calcio in Africa non ti da da mangiare – continua Vassallo – mentre giocavo ho fatto di tutto, muratore, falegname, meccanico".

Dal campo alla panchina, passando per Coverciano – Nella seconda metà degli anni Sessanta, mentre ancora gioca con il Dire Daua Cotton Fc apre un'officina e pensa al futuro. Vorrebbe insegnare calcio e la Federazione etiope nel 1968 lo manda in Italia, al corso di allenatore di secondo livello. Con lui Armando Picchi, Cesare Maldini e Luis Vinicio. "Imparai molto, tornai a casa con libri e conoscenze – spiega Vassallo – ma soprattutto il confronto con i miei miti mi fece capire che non ero così distante da loro". "Ma quando tornai – dice laconico l'ex regista della nazionale – non trovai posto, assunsero un tedesco Peter Schnittger".

Fuga in Italia – A Dire Daua la vita di Luciano si divide tra officina e campo d'allenamento. Poi il 1974, la deposizione del Negus e l'inizio della dittatura militare di Menghistu. "Mi licenziarono – racconta amaramente Luciano – perché mi dissero che un allenatore non può guadagnare più di un soldato". Si trasferì ad Addis Abeba dove continuò a fare il meccanico, ma il clima si faceva sempre più pesante. Inviò la moglie e i quattro figli in Italia. Lui se ne andò nel maggio 1978, via Gibuti.

Un nuovo inizio e una nuova battaglia -
"Arrivai ad Ostia senza niente – spiega Vassallo – cominciai a riparare le macchine per strada, poi un amico mi prese a lavorare nella sua officina, di cui poi anni dopo diventai socio fino alla pensione". Tanto lavoro ma anche calcio. Luciano, di cui quasi nessuno conosce il passato da campione, continua a giocare a calcetto e negli anni Novanta apre una scuola a calcio a Ostia. "Avevamo creato un ambiente bellissimo, cercavo di seguire i ragazzi fuori e dentro il campo, li incitavo a studiare, percè sapevo che se non fossero riusciti come calciatori...". Poi la scuola calcio chiude ("mi hanno chiuso il campo sportivo", puntualizza) e Luciano si gode la pensione, a Marcellina, frazione di Tivoli, in provincia di Roma. Con un'ultima battaglia, quella per riavere quello che possedeva in patria. "In Eritrea (dove vive ancora il fratello Italo ndr) non ho più messo piede, mentre in Etiopia sono tornato nel 1991 – ricorda – mi sono presentato ad Addis Abeba per riacquisire la villa, l'officina e i miei beni. Mi assicurarono che mi avrebbero ridato tutto, ma non ho mai avuto nulla". "Ho lavorato tutta la vita e lo devo ai miei figli", conclude con rabbia. Intanto sta ultimando la traduzione in inglese di "Mamma, ecco i soldi" (Coralli editore), il libro che ha scritto nel 2000 per raccontare la sua vita. Con la grinta di sempre.