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22 giugno 2013

Brasile-Italia '56, quando al Maracanà rifiorì il Verdeoro

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La Nazionale brasiliana che cercava di risorgere dopo alcuni risultati deludenti (Getty)

LA STORIA. Le due squadre si sono incontrate una sola volta a Rio, dove i padroni di casa dovevano vendicarsi del 3-0 subìto qualche mese prima a Milano. Il ricordo di Beppe Virgili , autore di "due gol e mezzo" al Meazza e al Maracanà...

di Alfredo Corallo

Quel 1° luglio del 1956 non fu soltanto la prima storica vittoria del Brasile contro l'Italia e l'unica disputata tra le due squadre al Maracanà (aspettando la Conf Cup). Il ricordo del Mondiale perso in casa nel '50 con l'Uruguay ("O Maracanaço" di Ghiggia, dei suicidi e del lutto nazionale), e l'eliminazione subita quattro anni più tardi dall'Ungheria nella "battaglia di Berna", avevano gettato l'intera nazione in uno stato di profonda depressione. Certo, anche allora i problemi erano ben altri - il Paese era in preda agli scioperi, tra le ragioni l'onerosa costruzione di Brasilia, un po' quello che si contesta oggi ai mega-investimenti su Confederations, Mondiali e Olimpiadi - ma il debito più urgente da saldare era sacro, come il pallone sa essere solo ai piedi del Cristo Redentore.

Precedenti - A Rio de Janeiro doveva consumarsi la "Grande vendetta calcistica", così ribattezzarono l'amichevole i giornali, con gli azzurri designati a vittime sacrificali. Non era ancora la Seleçao dei Garrincha, Vavà, Pelé, che conquisterà tre Coppe Rimet tra il '58 e il '70, ma gli uomini di Flavio Costa erano chiamati a cancellare la sconfitta nella semifinale dei Mondiali francesi del '38 (quella del rigore segnato da Meazza reggendosi i pantaloncini cadenti per l'elastico rotto, la Paradinha); e la più recente del 25 aprile, verdeoro umiliati 3-0 a San Siro nell'amichevole di lusso organizzata per inaugurare il secondo anello dello stadio. Un evento eccezionale per l'Italia "bucolica" di Don Camillo e Peppone, in piena ricostruzione, ipnotizzata ogni santo giovedì dal "Lascia o raddoppia?" di Mike Bongiorno e governata 365 giorni l'anno dalla Democrazia Cristiana...

Pentola a pressione - In campo era un'ItalViola, formata dal blocco della Fiorentina scudettata di bomber Virgili, Montuori, Magnini, e guidata dalla "commissione tecnica" Schiavio-Marmo-Pasquale-Tentorio-Foni. Gli avversari potevano contare sulla classe del vecchio Zizinho, le parate di Gilmar e l'estro di Didì. Ma, soprattutto, sui 210mila del "vulcano" Maracanà. "Non bastassero le voci urlanti - leggiamo da una Gazzetta dello Sport d'epoca - si sparano mortaretti e petardi enormi, lanciati con le pistole "Very" dei tempi della Grande guerra. Si tratta, insomma, di un Vomero moltiplicato (dal quartiere dove giocava ai tempi il Napoli, ndr). Che può esaltare i propri beniamini e può impressionarli col senso d'orgasmo che sempre accompagna chi sa che tutto un popolo lo segue col sangue agli occhi".

Al Sambodromo - E' in questa atmosfera che gli italiani - seppur sostenuti da oltre 30mila connazionali - fanno ingresso al Tempio. "Avevo una piccola cinepresa - ci racconta Beppe Virgili, oggi 77enne - e filmai quello spettacolo, compresi i tifosi brasiliani che ci insultavano e mi facevano le corna, perché mi avevano riconosciuto (a Milano segnò due reti e procurò l'autogol di De Sordi, ndr). Poi, non appena l'arbitro fischiò l'inizio, mi beccai un ceffone dallo stopper, tanto per mettere in chiaro le cose...". Finirà 2-0 (29' Ferreira, 75' Canario) e alla fine Virgili ammetterà: "Non dimenticherò mai questa maledetta partita. Ho sbagliato due gol nei primi venti minuti che parevan belli e fatti". Conferma? "Già, specialmente il secondo. Invece di prendere la porta colpii in pieno un fotografo, ma se lo portarono via con l'ambulanza! Mentre io la sera andai a Copacabana a farmi consolare dalle ballerine. Che vuole, ero un ragazzo, a Rio...".

Pecos Bill, come fu soprannominato da Gianni Brera per l'eroe di un fumetto in stile cowboy, sparava delle bordate micidiali, alla Balotelli. "E' vero, ero un attaccante molto potente, mi piaceva tirare da tutte le posizioni, mi somiglia in questo. Io ero meno aggressivo, lui dovrebbe stare più sereno, però si sa che i campioni hanno tutti un po' la testa matta...". La spedizione azzurra rientrò dalla tournée sudamericana fortemente ridimensionata - aveva perso in precedenza anche contro l'Argentina - attesa da un decennio e passa di delusioni (mancata qualificazione ai Mondiali del 1958, l'infelice scelta degli "oriundi" in Cile e l'harakiri con la Corea del Nord nel '66). Per il Brasile "liberato", invece, fu tutta un'altra storia...