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17 ottobre 2013

Da emigrati a campioni, ecco la favola della Bosnia

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Con la vittoria sulla Lituania la Bosnia ha conquistato la prima qualificazione della sua storia alla fase finale di una competizione internazionale (Foto Getty)

La squadra di Susic, alla prima qualificazione Mondiale, presenta ragazzi cresciuti all'estero per sfuggire a guerra e miseria negli anni '90. Un "miracolo" che arriva da lontano, un rimpianto per coloro che hanno optato per un'altra Nazionale

di Roberto Brambilla

Sono nati a Tuzla, Trebinje, Vlasenica, ma sono cresciuti in Lussemburgo, a Vancouver, a Saint Louis.Colpa della guerra che ha devastato il loro paese, la Bosnia Erzegovina, e che l'ha ridotta ad un cumulo di macerie portando molti suoi abitanti a cercare un migliore futuro altrove. Miralem Pjanic, Asmir Begovic, Vedad Ibisevic, sono insieme a Edin Dzeko, i pilastri della Nazionale bosniaca che ha appena conquistato il primo accesso Mondiale della sua storia. Un traguardo che non può non scatenare rimpianti nei campioni che, seppure legati al Paese tramite origine o nascita, hanno optato per le maglie di altre Nazionali. Ecco come un successo meritato, arriva da molto lontano. In tutti sensi.

Begovic e Ibisevic, bosniaci d'America – Il portiere e l'attaccante della Nazionale di Safet Susic non hanno in comune solo in passaporto, ma un'infanzia e un'adolescenza con la valigia in mano. Begovic lasciò con la sua famiglia la Bosnia da bambino, vivendo come rifugiato in Germania e poi in Canada, nazione con cui partecipò qualche anno dopo anche al Mondiale Under 20, trasferendosi a 16 anni in Inghilterra dove gioca ancora, nello Stoke City. Percorso simile, ma più tortuoso per la punta dello Stoccarda, autore del gol qualificazione contro la Lituania. Bosnia, dieci mesi di Svizzera e a 16 anni a Saint Louis negli Stati Uniti a seguito della famiglia, in cerca di miglior fortuna salvo tornare in Europa nel 2004 al Psg, la squadra in cui il suo allenatore in Nazionale Susic, è stato giocatore e bandiera.

Pjanic e Lulic, emigrati con la Bosnia nel cuore – Il giocatore della Roma è nato a Tuzla, ma a 2 anni, nel 1992, i suoi genitori, papà Fahrudin e mamma Fatima decisero di scappare quando nella loro città cominciarono a sentirsi i primi venti di guerra. Partenza destinazione Lussemburgo, paese in cui Miralem cresce e che rappresenta in un Europeo Under 17, salvo poi scegliere la nazionalità del suo paese natale. Lulic invece la guerra l'ha vissuta tutta, a Jablanica, dove ha tirato i primi calci al pallone sotto la guida di Ahmed Salihamidzic, il papà dell'ex juventino Hasan. Nel 1998, a 12 anni, l'emigrazione in Svizzera con papà e le due sorelle. Nella Confederazione comincia con il Chur e prosegue con lo Young Boys, dove incontra il suo mentore, il connazionale ma di passaporto svizzero Vladimir Petkovic.

Bikakcic, Salihovic, Misimovic, bosniaci di Germania –
Non solo campioni, ma anche onesti giocatori che hanno portato il loro contributo all'impresa bosniaca. Rigorosamente cresciuti nella Repubblica federale. Come il centrale dell'Eintracht Braunschweig Ermin Bikakcic arrivato a 5 anni a Stoccarda da Zvornik, nel pieno della guerra civile (la popolazione musulmana della sua città venne espulsa da paramilitari serbi durante la guerra) , il giocatore dell'Hoffenheim Salihovic cresciuto a Berlino da genitori sfuggiti dal conflitto o come il vice-capitano della squadra Misimovic. Che ha una storia particolare, essendo nato a Monaco di Baviera da genitori bosniaci emigrati nella ex Germania Ovest negli Anni Settanta.

Dzeko e Medujanin. l'eccezione e la tragedia –
Chi invece non è cresciuto fuori dalla Bosnia. Anzi la guerra l'ha vissuto ogni giorno, tra le paure e sotto le bombe è Edin Dzeko che ha raccontato più volte le sue difficoltà da bambino durante il conflitto. Una storia a lieto fine, quella di Dzeko che non ha avuto la vicenda di Haris Medujanin, motore del centrocampo della Bosnia. All'inizio della guerra, nel 1992 il bambino di 7 anni riuscì a scappare da Sarajevo con sua madre e sua sorella, ma senza suo padre. Che Haris non vedrà più perchè morirà durante l'assedio di Sarajevo, mentre lui e la sua famiglia si trovavano in Olanda.