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03 aprile 2014

Brasile, 50 anni fa il golpe. E la dittatura toccò il calcio

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Il generale Medici con la Coppa Rimet vinta dal Brasile nel 1970. Nella foto anche il suo pupillo Dadà Maravilha (Getty)

Fra marzo e aprile '64 i militari presero il potere a Rio: fu l'inizio di un ventennio di regime che ebbe inevitabili connessioni anche con lo sport più amato. Oggi con i Mondiali alle porte la ricorrenza riporta alla mente quei tempi

di Lorenzo Longhi

50 anni fa, il 31 marzo 1964, l'esercito brasiliano rovesciò il governo democratico di João Goulart e il primo aprile i militari presero il potere in Brasile: cominciò così un regime dittatoriale (il primo generale capo fu Humberto de Alencar Castelo Branco) durato un ventennio, un regime che ebbe inevitabili connessioni anche con lo sport più amato. Con i Mondiali alle porte, oggi, vale la pena ricordare di quando la dittatura toccò il calcio, fra collaborazionisti, oppositori ed episodi leggendari.

Il pupillo del generale. Emilio Garrastadu Medici fu presidente del regime militare dal 1969 al 1974. Amava il calcio e aveva un idolo: Dario 'Dadà Maravilha', bomber dell'Atletico Mineiro. Così decise di imporne la convocazione ai Mondiali al ct della Seleçao, João Saldanha, comunista dichiarato e uomo libero. "Il signor Medici pensi a organizzare i suoi ministeri, al calcio penso io", disse Saldanha. Risultato? Saldanha venne sostituito in panchina da Zagallo, che si portò fedelmente in Messico il pupillo del presidente. Ma, se non altro, non lo fece mai giocare.

La torcida eterodossa.
Un regime militare, per definizione, non tollera eccessi eccentrici. Eppure, nel 1977, dovette sopportare un gruppo di tifosi eterodosso e d'avanguardia: erano i ragazzi del Coligay, torcida del Gremio creata nel circolo gay "Coliseum" di Porto Alegre. Impossibile non notarli. Impossibile non ammirarne il coraggio.

Democracia corinthiana. Dittatura in Brasile, democrazia al Corinthians di San Paolo. Quella, celeberrima, di Socrates, Casagrande e Wladimir, quella della frase sul dorso delle maglie con l'invito a votare alle elezioni del 1982, quella delle decisioni (su tutto) prese a maggioranza, dove uno valeva uno. Quella che, però, secondo alcuni giocatori passati per il Timão era più che altro un'oligarchia.

Il grande fratello. Se di Zico si sa tutto, molto meno è ciò che si sa di Nando Antunes Coimbra, suo fratello maggiore, che prima della dittatura si divideva fra il ruolo di calciatore (cresciuto nel Fluminense, divenne professionista nel Santos e giocò anche nel Flamengo) e quello di insegnante, essendo stato inserito nel progetto di alfabetizzazione federale di Paulo Freire. Bastò questo, ai gorilas, per considerarlo un oppositore. Carriera finita. Nando tentò di riparare in Portogallo; lì fu respinto dalla polizia di un altro dittatore, Salazar, e dovette tornare in Brasile, dove venne incarcerato e subì la tortura. Una lunga persecuzione.

I ribelli. Maglia bianconera, pugno chiuso alzato dopo ogni gol: questa è l'immagine iconica di José Reinaldo da Lima, per 12 anni attaccante dell'Atletico Mineiro in piena dittatura. Logico che non potesse piacere ai militari, pur essendo un calciatore di livello. A carriera finita, a regime terminato, entrò in politica con il Partido dos Trabalhadores, quello di Lula e Dilma Rousseff. Non piaceva lui, come non piaceva Alfonsinho, campione del Botafogo, che un posto ai Mondiali del 1970 avrebbe potuto sognarlo, in un altro contesto. Ma non in quel Brasile, lui socialista, barbuto e studente di medicina. Come il Che...

I collaborazionisti. Un regime non sarebbe tale se non avesse sostenitori, anche in vista, soprattutto in ambiti popolari come il calcio. E, in fondo, la storia in Brasile non andò diversamente, fra sostegni indiretti e silenzi di convenienza di tanti protagonisti del pallone che certo non potevano essere considerati invisi ai generali, tutt'altro. Ma, recentemente, la stampa ha portato alla memoria la storia di un calciatore divenuto sadico collaborazionista del regime: Orandir Portassi Lucas, alias Didì Pedalada, ex di Internacional e Atletico Paranaense. A carriera chiusa, come poliziotto, divenne carceriere e torturatore, implicato in un sequestro nell'ambito di un'azione internazionale dell'operazione Condor.