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29 novembre 2014

Storia di un eroe socialista. Yashin, oltre il Ragno Nero

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La copertina di "Jasin. Vita di un portiere" (edizioni Il Melangolo)

E' uscito da alcune settimane Jasin, vita di un portiere , biografia del leggendario vratar sovietico, l'unico estremo difensore a vincere il Pallone d'Oro. Personaggio iconico e irripetibile, uno dei primi grandi calciatori di fama internazionale

Quando in Unione Sovietica uscì al cinematografo Вратарь (Vratar), "Il portiere", Lev Ivanovic Yashin aveva sette anni. Era la trasposizione su celluloide di Vratar Respubliki, "Il portiere della Repubblica", un romanzo di Lev Kassil che venne pubblicata però solo dopo lo strepitoso successo della pellicola. Un film di educazione collettiva, propaganda, spirito socialista: un lavoratore indefesso, un ragazzo tanto abile da diventare un calciatore famoso. Cade, si rialza. Trionfa infine.

La fabbrica.
L'eroe calcistico, nella Russia degli anni '30, è pertanto un portiere, e non è una coincidenza che il più celebre degli atleti sovietici nati in quel periodo sia diventato, da adulto, proprio un portiere: Lev Yashin, classe 1929, da ragazzino operaio in una fabbrica di metalli, quindi idolo delle folle in patria, conosciuto all'estero almeno quanto Gagarin, Pallone d'Oro 1963, eroe del lavoro socialista e molto, moltissimo altro. Un mondo, il suo, ricostruito con precisa chiarezza e documentazione da Jasin. Vita di un portiere, scritto da Mario Alessandro Curletto e Romano Lupi, uscito da poche settimane per Il Melangolo.

Eroe socialista.
Fu il primo portiere di fama planetaria, grazie anche alla tv che portò nelle case e nei luoghi di aggregazione il Mondiale svedese del 1958, fisico maestoso e doti atletiche eccezionali, pioniere delle uscite spericolate ed efficaci, il migliore del suo tempo. Iconico poi, con quei completi monocolore che gli valsero il soprannome di Ragno nero. 22 anni in campo, oltre 400 partite totali, circa 270 senza prendere reti, un'impresa per quei tempi, 150 rigori respinti. C'era tutto, insomma, per costruire un personaggio, un singolo. Yashin, però, fu l'opposto: uno spirito guidato dal senso di appartenenza, dal suo essere uomo del suo tempo, nel suo contesto storico. E quando morì, ad appena 60 anni nel 1990, morì ancora sovietico. Non russo.