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08 dicembre 2017

Cristiano Ronaldo, ecco perché non tutti lo amano

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Il campione portoghese ha appena vinto il suo quinto Pallone d'Oro, eppure Zidane ha di recente dichiarato che meriterebbe più rispetto. È davvero così? 

I 5 PALLONI D'ORO DI CRISTIANO RONALDO

La notizia è di quelle che tutto sommato si possono trascurare e non è neanche di strettissima attualità. Martedì scorso (tre giorni fa, che convertiti in tempo su internet equivalgono almeno a un paio di settimane) l’allenatore del Real Madrid ha detto che Cristiano Ronaldo merita più rispetto di quello che gli viene concesso. Cristiano aveva segnato solo due gol in campionato e parte di pubblico e stampa sembrava infastidito di fronte alle sue ultime prestazioni. Il giorno dopo, Cristiano Ronaldo ha segnato il gol del momentaneo 2-0 contro il Borussia Dortmund con uno splendido tiro a giro da fuori area, in cui ha messo in mostra una rapidità di esecuzione, tra controllo e calcio, che hanno pochissimi attaccanti al mondo. Con quel gol Cristiano Ronaldo è diventato l’unico calciatore ad aver segnato in tutte le partite di un girone di Champions League; ieri, invece, ha vinto il suo quinto Pallone d’Oro, raggiungendo Messi e pareggiando, in teoria, qualsiasi tipo di conto in sospeso.

Ma è vero che Cristiano Ronaldo merita più rispetto? È solo una sfumatura nella narrazione di un calciatore di cui davvero pochi (quasi nessuno, ovviamente, oggi) si sognerebbero di negare l’eccezionalità. Sembra più che altro un sentimento di fondo, che viene fuori quando le cose non vanno benissimo, una tensione che lo circonda più o meno da vicino e lo mette in discussione non appena normalizza le sue prestazioni.

L’aria intorno a Cristiano Ronaldo è diventata più spessa anche lo scorso anno, prima del suo sovrannaturale finale di stagione. Contro il Bayern di Monaco, nel quarto di finale di ritorno, il Bernabeu lo ha fischiato fino a poco prima che segnasse una tripletta e in quel periodo il suo declino sembrava non solo inevitabile, perché in fondo prima o poi capita a tutti, ma persino imminente. È successo di nuovo quest’anno (per ora in maniera lieve, soprattutto a causa dei soli due gol segnati in Liga e dello scarso momento di forma di tutto il Real) e succederà di nuovo in futuro, probabilmente.

È una questione che riguarda in parte il pubblico di Madrid - come Zidane ha ricordato: “hanno fischiato anche me” - ma non solo. Anche il pubblico avversario, sempre particolarmente generoso nel fischiarlo, per non parlare della crudeltà con cui tifosi del tutto estranei alla faida Madrid-Barcellona cantano “Messi, Messi” per farlo impazzire, e la stampa severa nei periodi difficili non sembrano riconoscere a Cristiano Ronaldo lo status di campione indipendentemente da tutto che i suoi record e la sua storia sembrano meritare. In questo senso è anche un effetto ottico, un inganno della prospettiva. Sono dieci anni che nessun altro essere umano vince il Pallone d’Oro e nessun calciatore è stato celebrato come Messi e Ronaldo mentre era ancora in attività: di fronte a una grandezza di questo tipo qualsiasi sentimento che non sia l’amore incondizionato sembra una mancanza di rispetto.

D’altra parte lo stesso Cristiano ha fondato la sua retorica motivazionale sul rapporto con le critiche. Su Instagram condivide frasi come “Il vostro amore mi rende forte, il vostro odio inarrestabile” e già dopo aver vinto il primo Pallone d’Oro si difendeva dicendo che che forse lo odiavano “perché sono ricco, bello e sono un grande giocatore”. Persino le sue esultanze non sembrano momenti di pura felicità, quanto la messa in scena della propria grandezza. Quando esulta con il suo saltello innaturale, persino buffo, che sembra aver preparato a casa davanti allo specchio. Quando ricorda enfaticamente “Ci sono io qui”. Quando mette in mostra la struttura muscolare frutto del lavoro ossessivo su se stesso. Quando, dopo aver segnato una tripletta in un derby, fuori casa, si accovaccia davanti a una telecamera portandosi una mano al mento, senza nessuna espressione sul volto, come se stesse posando per il catalogo di un parrucchiere, come se volesse trasformarsi nell’icona di se stesso.

Se Cristiano Ronaldo non è rispettato quanto meriterebbe forse è proprio perché si sforza troppo di essere rispettato. È lui per primo che sembra inseguire il gol come prova materiale inconfutabile del proprio valore, e la lucentezza di un trofeo per vederci rifletta la propria immagine di se. Per questo non esulta ai gol dei compagni; per questo gli sarebbe stato impossibile nascondere il proprio dolore quando Messi ha vinto quattro Palloni d’Oro consecutivi; per questo nelle partite in cui fallisce un paio di occasioni e poi alla fine riesce a segnare sembra sinceramente sollevato, come se si fosse tolto un peso di dosso.

Da una parte, questo fa di lui una figura tragica, perché come Sisifo è stato condannato a spingere ogni volta lo stesso masso in cima al monte, solo per poi vederlo tornare a valle e ricominciare da capo, così Cristiano Ronaldo dopo ogni gol, dopo ogni trofeo, dopo ogni Pallone d’Oro, sembra condannarsi da solo ad inseguire quello successivo. Dall’altra, nei momenti in cui non riesce a contenere la propria delusione, quando si sbraccia subito dopo aver colpito male un pallone e la disperazione deforma i suoi splendidi lineamenti, quanto meno è pienamente umano. Fa persino tenerezza, in quei momenti in cui Cristiano Ronaldo sembra l’unica persona sul pianeta Terra a pensare che Cristiano Ronaldo non segnerà mai più un altro gol, che proprio da quell’occasione dipendeva tutta la sua reputazione.

Apparentemente Cristiano Ronaldo non ha bisogno del nostro amore. I trofei di squadra e i Palloni d’Oro servono proprio a convincere anche l’ultimo scettico, ad eliminare l’ultima critica. Apparentemente Cristiano Ronaldo non vuole sentirsi amato, ma essere idolatrato.

Ma forse è colpa anche della sua evoluzione come calciatore, dell’ambivalenza stessa del suo percorso. La determinazione con cui ha fuso il suo talento naturale di ala dribblomane e lo ha colato nella forma di uno dei più grandi finalizzatori della storia del calcio è senza dubbio ammirevole. La fatica che questa trasformazione ha richiesto, il lavoro continuo e la forza mentale necessari per restare, così a lungo, così in alto. Al tempo stesso, però, è come se una parte di noi gli rinfacciasse che il suo non è un talento puramente naturale.

Cristiano Ronaldo non ci fa sentire piccoli per il suo potere innato, ma per la sua maniacalità. Chi lo fischia non lo fa per vera e propria invidia, perché si invidia qualcosa che si vuole e pochissimi accetterebbero i sacrifici, lo stress, e la solitudine necessari per essere Cristiano Ronaldo. Propone un modello di sacrificio e di eccellenza inarrivabile e per questo non gli viene perdonato nessun rallentamento. Di Messi ammiriamo il dono divino senza sentirci coinvolti sul piano umano, riconosciamo in lui il genio di strada, il predestinato; al contrario, sottolineare ogni piccolo cedimento di Cristiano significa rifiutare l’immagine di uomo infallibile che propone e il tipo di campione sportivo che è diventato, l’archetipo del calciatore moderno. Efficace, freddo, egocentrico.

È arrivato il momento, però, per imparare ad amare Cristiano Ronaldo non soltanto per quello che ha fatto, ma per quello che è. Stiamo entrando negli anni in cui sarà sempre più difficile scalare un nuovo Everest ogni anno, piegare da solo gli eventi alla propria volontà. Cosa deve fare Cristiano Ronaldo per non essere fischiato? Basterebbe vincere una terza Champions League consecutiva con il Real Madrid? Un sesto Pallone d’Oro?

Se Cristiano Ronaldo dovrà ricalibrare i suoi standard in corrispondenza dell’invecchiamento del suo corpo, anche noi dovremo iniziare a perdonargli il fatto che in fondo è solo un essere umano, anche se per tutti questi anni ha fatto finta di no.

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