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11 gennaio 2018

La leggendaria velocità di Marc Overmars

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Ove

Il ritratto di una delle ali più archetipiche degli anni 90, delle sue corse palle al piede, dei suoi dribbling, dei suoi tiri con entrambi i piedi

Il 2017 è stato un anno importante per Marc Overmars.  L’ex ala di Ajax, Arsenal e Barcellona si è definitivamente affermato come direttore sportivo: è lui l’eminenza grigia dietro la rinascita degli ajacidi, il maitre-à-penser delle politiche di mercato, il deus-ex-machina della ritrovata valorizzazione dei settori giovanili. Nell’anno appena trascorso - peraltro affiancato nella stanza dei bottoni da un’altra gloria del passato come Van der Sar, CEO del club - ha riportato i Lancieri a rivivere i fasti di una finale europea a distanza di vent’anni, il capitolo conclusivo dell’Europa League persa contro il Manchester United.

Anche per questo, poco prima che l’anno finisse, ha cominciato a circolare per un po’, e in maniera insistente, la voce che l’Arsenal gli avesse messo gli occhi addosso e stesse pensando a lui per il ruolo di direttore sportivo dei Gunners nel 2018. Per il momento è ancora difficile che l’immagine di Overmars-dirigente scalzi nel nostro immaginario la polaroid dell’Overmars-calciatore, ma va detto anche che il nostro ricordo di Overmars è già di suo sufficientemente sbiadito: forse è passato troppo tempo, forse sono passati troppi giocatori velocissimi, di quelli perfetti per i vecchi PES.

Qui sotto c’è una sua giocata dalla partita di addio di Van der Sar (Ajax vs Olanda), Overmars aveva 38 anni e magari non vi aiuterà a ricordarvi com’era in attività ma testimonia di un talento cristallino, di quelli che non temono i chili di troppo.

Quando pensiamo ad Overmars pensiamo soprattutto alla sua velocità. Di lui serbiamo una reminiscenza fuori fuoco, come certe foto che scattiamo al panorama dal finestrino di un treno in corsa: ma per quanto Overmars sia davvero stata una delle schegge più iconiche del calcio di metà anni ‘90, è riduttivo associarlo soltanto quello. Marc Overmars è stato molto di più: un calciatore completo, per certi versi decisamente moderno, precursore dei tempi per come interpretava il suo ruolo.

La nostra memoria è altamente selettiva, ma ci tende dei tranelli: altera la percezione, apparecchia la tavola ai riduzionismi. E il risultato è che la nostra considerazione globale del suo apporto al calcio degli anni Novanta, tutto sommato, non è che una sottostima. Il nome di Overmars non è il primo che ci viene in mente quando pensiamo all’Ajax che è stato anche il suo Ajax, all’Arsenal che è stato anche il suo Arsenal, al Barcellona che è stato anche il suo Barcellona.

Certo, la velocità è stata il suo punto forte, il suo marchio distintivo, la sua etichetta. Ci ha investito ogni sforzo, fin da ragazzino, quando ossessionato dal calcio metteva in secondo piano la scuola, dimenticava i compiti, si allenava con tutte le energie per potenziare l’aspetto che lo rendeva unico, grazie alle contingenze del suo fisico: l’esplosività sugli spazi aperti. Ade Mafe, sprinting coach del Chelsea negli anni ‘90, nel suo libro Football Fitness lo definì «un atleta eccezionale di per sé.». «La sua velocità sui 30 metri è fenomenale: veloce a sufficienza per evitare di fare una brutta figura in una finale Olimpica».

Overmars poteva contare su una specie di benedizione genetica: la statura e le leve corte facilitavano una corsa tambureggiante, per larghi tratti incontenibile. Eppure, riguardare oggi le sue azioni, soprattutto ai tempi dell’Ajax, ci restituisce un ricordo diverso, l’idea che la sua vera grandezza fosse altrove. Nella tecnica, nell’intelligenza tattica.

Bluffare con tutto il corpo

Jorge Valdano diceva che «lo specialista del dribbling è un giocatore di poker che bluffa con tutto il corpo e si gioca il pallone faccia a faccia con il suo avversario: chi vince se lo porta via». I calciatori dell’Ajax-metà-anni-Novanta erano disabituati alla sfida: il contesto dell’Eredivisie era così modesto, di fronte alla loro tecnica sfacciatamente superiore, che il loro gioco finiva sempre per tramutarsi in una perpetuazione dell’accademia. Marc Overmars non è mai stato un giocatore da spazi stretti. Eccelleva nel dribbling, ma preferiva le situazioni in cui, lanciato come un treno in fiamme nelle pianure, poteva affondare la sua corsa disegnando lingue di fuoco dietro di sé. Questo gol, segnato al Real Madrid, è il perfetto manifesto della sua timidezza: punta la difesa che però retrocede, non lo affronta, non gli presta il fianco. Lui potrebbe insistere, affondare, e invece tira da fuori area.

L’estetica del duello di Overmars puntava sopratuttto a surclassare l’avversario atleticamente, prima che tecnicamente. Un calciatore perfetto per squadre disordinate, che si sfilacciavano in verticale: Overmars non era il gong che concludeva il crescendo rossiniano dell’orchestra, ma più la svisata di sassofono di una take di jazz, improvvisa e difficile da contenere.

Nel 1998, in Francia, giocò un Mondiale da protagonista. L’Olanda arrivò quarta, sconfitta dal Brasile in semifinale, ma subito dopo la partita contro l’Argentina sembrava davvero potesse puntare al gradino più alto del podio. E Overmars era in fiamme.

César Luis Menotti, commentatore per TV Azteca in quel periodo, disse che «in questo calcio difensivo, in cui il posizionamento dei difensori è tutto volto alla limitazione dei rischi, perforare le difese, trovare spazi, si fa sempre più difficile. Overmars, invece, riesce a scardinarle. Sembra sia nato in una favela: riesce a penetrare le difese avversarie partendo dall’esterno. Attacca la fascia, supporta l’attacco, si mette al servizio della manovra: è per questo che è uno dei migliori calciatori, concettualmente parlando, di questa Coppa del Mondo».

Se da una parte il discorso di Menotti sembra fuorviante su alcuni aspetti (perché Overmars sembrava tutto fuorché nato in una favela, e nel suo gioco non c’era niente del futebol bailado brasiliano), dall’altra coglie un aspetto fondamentale: Overmars sapeva come scardinare le difese. E in più aveva una caratteristica che lo distingueva dalle ali tipiche di quegli anni: aveva una tecnica di tiro sopraffina, oltre a un killer instinct non comune.

La Sempre-Troppo-Sottostimata capacità balistica di Overmars

I ricordi, ho letto una volta da qualche parte, non sono che una pazza che conserva tovaglioli di carta colorata e butta via il cibo. La narrazione consolidata di Overmars è troppo lacunosa e per questo mi sono andato a riguardare le sue partite, soprattutto quelle con la maglia dell’Ajax, nel suo picco di massimo splendore. E mi sono imbattuto nella mia rete preferita di Marc Overmars, che è questa:

È un gol segnato in Champions League, contro il Ferencvaros. Il numero 4 che pennella il lancio è Clarence Seedorf. Overmars è il numero 11 con la calzamaglia, quello che quando parte il lancio ha almeno due metri di svantaggio sul difensore e che quando impatta il pallone, dieci passi più tardi, se l’è lasciato alle spalle di almeno altrettanti. Di questo gol mi piacciono, oltre allo strapotere atletico, il modo in cui calcia: un tiro perfetto, pulito, con la palla che sembra cristallizzarsi per due secondi in aria prima di continuare a girare, e che a differenza di quanto ricordavo nasce dal suo sinistro.

Overmars ha sempre attribuito i meriti della sua ambidestria al padre, che da piccolo gli suggeriva di allenare entrambi i piedi calciando ripetutamente la palla contro il muro. In Overmars questo esercizio continuo si è tradotto in una capacità di calciare con entrambi i piedi che ha contribuito alla sua modernità. È stato uno dei primi esterni a giocare a piedi invertiti. Partiva da sinistra per calciare col destro: molte delle sue reti sono memorabili peana all’ambidestria, tipo quest’altro, realizzato contro il Twente nel ‘95, all’apice della sua esperienza coi “Lancieri”, in quel periodo in cui scattare, dribblare con l’esterno, concludere erano l’esercizio abituale di ogni domenica.  

Il primo tecnico a farlo giocare nel ruolo in cui si sarebbe consacrato è stato Henk ten Cate. Il suo idolo, da ragazzino, era Neeskens: non a caso, uno che giocava interno di centrocampo a piedi invertiti. Anche Overmars giocava da mezzala, ma era evidentemente uno spreco, oltre che una decisione controintuitiva, viste le caratteristiche fisiche, deve aver pensato ten Cate.

Partire largo a sinistra per accentrarsi e calciare con il destro sarebbe diventata la sua cifra stilistica anche e soprattutto durante la parentesi - durata soli tre anni, decisamente più breve di quanto ricordassi - in Premier League, quando «giocavamo e ci sentivamo come se fossimo imbattibili, il miglior periodo della mia vita da calciatore», come ha dichiarato lui stesso. Nelle prime settimane da “Gunner” era stato titubante, anche perché reduce da un infortunio al crociato che lo aveva tenuto fuori 8 mesi. Nel ‘97-’98 l’Arsenal con lui in campo avrebbe vinto FA Cup e Premier League: Overmars partiva largo a sinistra, si accentrava e calciava col destro.

La rotella di un ingranaggio perfetto

Eppure, di quella stagione dorata, il primo calciatore olandese dei “Gunners” che torna in mente non è lui, ma Dennis Bergkamp. L’immagine di Marc Overmars prende forma sempre e soltanto quando viene proiettata sullo sfondo delle immagini di altri calciatori. È un bassorilievo, scavato tra un profilo e l’altro dei suoi colleghi più illustri, quelli che in campo hanno disegnato il contesto giusto affinché le sue caratteristiche sortissero degli effetti devastanti. Overmars non era un solista, non aveva l’ego smisurato del fantasista, non era geniale, eppure aderiva all’idea di pragmatismo collettivo che van Gaal aveva conferito al suo Ajax.

In Brilliant Orange di David Winner c’è una bella immagine descritta dal fotografo Hans Van der Meer, che dice «ci sono uno o due momenti in cui una situazione assume certi sviluppi che tu capisci che qualcosa sta per succedere. Un momento di tensione, di possibilità. E tutti, sugli spalti, condividono questa tensione. [...] È come negli scacchi. Quando i giornali raccontano una partita di scacchi, non ti parlano dell’ultima mossa. Ti parlano di che posizione avevano gli scacchi dieci mosse prima dell’ultima, perché è la situazione più drammatica. Il centrocampo è una zona spesso più drammatica dell’area di rigore. Il momento del gol non è mai particolarmente interessante. Ma cosa succede prima del gol: quello sì che è un momento interessante».

Quando partiva dalla linea di centrocampo, Overmars rappresentava meglio di ogni altro la tensione, il punto di fuga, il centro focale delle manovre dell’Ajax. L’attimo in cui la palla arrivava tra i suoi piedi, o in cui suggeriva il passaggio in profondità, era l’attimo in cui le cose iniziavano a succedere. Nell’idea di calcio di van Gaal, i giocatori di una squadra sono legati l’uno all’altro da uno stretto rapporto di dipendenza. Come diceva lo stesso tecnico, nelle parole che Jonathan Wilson riporta ne La piramide rovesciata: «Ogni giocatore deve portare a termine i suoi compiti base al meglio delle sue abilità, e questo richiede un approccio disciplinato in campo».

L’efficacia di Overmars, senza il contesto che circondava Overmars, non sarebbe mai esistita. Il suo calcio era la summa del calcio di Litmanen, di Kluivert, di Kanu, di chi lo lanciava in profondità. Lui era devastante nella misura in cui si faceva acceleratore di particelle di un flusso vitale preciso, ben congeniato. Come in questa azione contro il Feyenoord.

Overmars si avvicina a Michel Kreek, gli restituisce il pallone e con un movimento ingenuo quanto efficace, girandosi su se stesso verso l’esterno del campo, aggira il difensore del Feyenoord. Si fa tutta la fascia, nessuno riesce a fermarlo, finché non mette al centro un pallone sul quale si avventa Edgar Davids, trasformandolo in gol.

In questa azione c’è tutto Overmars, il suo baricentro basso, le gambe a mulinello, ma anche la partecipazione ecumenica a qualcosa di più grande di lui, che lo sovrasta e ridefinisce. In un’intervista di molti anni dopo Frank De Boer avrebbe detto che «in ogni pallone che passavamo a Overmars c’era un messaggio. Se ti do il pallone sulla sinistra è perché puoi girarti da quella parte, e partire. Se invece te la do sulla destra è perché hai la fuga sulla fascia bloccata».

Nella corsa sfrenata su corridoi desolati, Marc Overmars ha costruito un’immagine che, però, non ce lo restituisce appieno. Perché “l’Olandese volante” è stato ben più di una freccia caricata con rabbia in una balestra: Marc Overmars è stato una delle ali più complete di quegli anni, con la sfortunata/fortuna di essersi trovato in una squadra, in una generazione di talenti, così grande da poter vincere tutto (tra cui tre campionati olandesi, una Premier League, una Champions, una Supercoppa Europea e una Intercontinentale) ma che forse lo ha fatto sembrare, in proporzione, più piccolo.

Sarebbe davvero un peccato lasciare che la sua figura di calciatore sbiadisca dietro i fasti di una parabola dirigenziale brillante. Che è poi, in fin dei conti, a pensarci bene, l’esatta fotografia di come era il suo stare in campo: così perfettamente puntuale e in sintonia coi suoi tempi, che quasi non ce ne accorgevamo, di che giocatore incredibile fosse Marc Overmars.

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