Champions League, dove accade l'impossibile: Paolo Condò presenta la nuova edizione

Champions League

Paolo Condò

"Non è mai finita, finché non è finita": il famoso detto del fuoriclasse del baseball, Yogi Berra, torna di moda per dare il bentornato alla Champions League. La competizione dove tutto è possibile, dove l'impossibile non è contemplato. La presentazione di Paolo Condò

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La giocata che ha deciso l’ultima Champions League non è arrivata in finale, come di solito succede, ma prima: al minuto 79 della semifinale di ritorno fra Liverpool e Barcellona. La giocata dell’anno è stata l’angolo battuto a sorpresa da Trent Alexander-Arnold, il formidabile ragazzino (ha 20 anni) che si è preso la maglia dei Reds con la corsa e l’intelligenza superiore che gli è propria (gioca a scacchi, in una sfida multipla ha incrociato i pezzi col campione del mondo Magnus Carlsen); nato dalle lezioni di Klopp su passività e riflessi lenti della difesa del Barça, l’assist di Trent per Origi - che non ha tremato - è stato il colpo finale di una stangata memorabile, una rimonta dallo 0-3 dell’andata al 4-3 complessivo. Una lezione che ha riecheggiato il famoso detto di Yogi Berra, il fuoriclasse del baseball - ricevitore degli Yankees a membro della Hall of Fame - cui si deve l’aforisma "Non è mai finita finché non è finita" che raccoglie alla perfezione lo spirito dello sport. La resa è un concetto per mediocri, fino a quando l’arbitro non fischia ci si deve battere senza perdersi in calcoli.

Una lezione talmente ispiratrice che la sera dopo il Tottenham, già sconfitto 1-0 in casa all’andata e sotto di altri due gol alla fine del primo tempo, si inventò 45 minuti di fuoco culminati nella tripletta di Lucas Moura, il terzo e decisivo gol all’ultimissimo secondo del recupero. Due semifinali di ritorno così non c’erano mai state: la Champions è definitivamente diventata il luogo in cui accade l’impossibile.

Secondo Oscar Wilde, "Expect the Unexpected" è il moderno mantra delle persone intelligenti: il nostro QI è descritto dalla rapidità di adattamento a circostanze inattese, stressanti, estreme. La Champions è un ottimo giardino per allenarsi fin dalla prima edizione di quella che si chiamava coppa dei Campioni. Il 13 giugno 1956, nella finale che si gioca al Parco dei Principi di Parigi, dopo dieci minuti lo Stade Reims di Jacquet, Hidalgo e Kopa è avanti 2-0. Di Stefano indirizza la prima rimonta del Real Madrid, ma al 62' proprio Hidalgo riporta avanti i francesi. Sarebbe il momento di blindare la gara per portare a casa il primo trofeo, ma l’unexpected è in agguato: prima Marquitos e poi Rial ricacciano indietro il Reims, fissando la vittoria numero uno di un ciclo di cinque, la pietra angolare dell’edificio di 13 Champions che fa del Real Madrid il club più importante della storia.

Nelle finali della coppa dalle grandi orecchie, l’impossibile è un concetto superato. Pensate al '99, quando il Bayern entra nei (tre) minuti di recupero forte del suo vantaggio, e si vede rigirare la frittata in un amen da Sheringham Solskjaer. Pensate al 2005, quando il Milan disegna un primo tempo celestiale chiudendolo 3-0, e nel giro di dieci incredibili minuti il Liverpool pareggia il conto guadagnandosi un vantaggio psicologico che mette a frutto dal dischetto. Pensate al 2012, quando il Bayern organizza la finale in casa, contro un Chelsea incompleto e ferito il conto dei corner sale fino al 20-1, ma su quell’unico angolo battuto all’88' con la forza della disperazione Drogba incorna alle spalle di Neuer la palla dell’1-1, porta d’accesso ai supplementari dove è Cech a salvare la patria parando un rigore di Robben. E dopo aver evitato così tante trappole, va da sé che nella serie finale dal dischetto l’ultima (e vincente) parola spetti a Didier Drogba.

Il Bayern si prende la rivincita l’anno dopo a Wembley con la "Robbery", ovvero una coproduzione tra Franck Ribery - geniale colpo di tacco - e Arjen Robben che deposita in rete il 2-1 al minuto 89. Se vi pare che sia un gol in extremis, cosa dire allora del colpo di testa di Sergio Ramos del 2014 a Lisbona, minuto 90+3, 1-1 contro un Atletico che ormai il traguardo lo vedeva, lo pregustava, lo sfiorava con le dita. Ai supplementari non c’è storia, il Real li chiude addirittura 4-1, felice di ribadire la solita massima, "non è mai finita finché non è finita".

Perché la Champions restituisce sempre una possibilità a chi ha la forza e il coraggio di riprovarci. Klopp per esempio aveva perso contro la Robbery e s’era ripetuto nel 2018 col Real Madrid, ma l’anno scorso in trionfo è stato sollevato lui, e sono stati momenti bellissimi. Pensate però che nell’ultima giocata del girone di qualificazione c’era voluto un mezzo miracolo di Alisson per impedire che Milik saldasse il conto sull’1-1 qualificando il Napoli. Pensate che la Juve ha perso due finali in questi anni esattamente come Klopp, e il santone tedesco ha appena dimostrato che in Champions può tranquillamente esserci un due senza tre. Pensate che l’Inter è l’ultima italiana ad aver vinto il trofeo, e chissà che non sia proprio lei a chiudere un cerchio che si sta dilatando troppo. Pensate che l’Atalanta è l’Atalanta, e basta la parola per descrivere il commando di Gasperini. Pensate a tutte queste cose, e mettetele in un angolo perché in qualche modo le abbiamo previste. L’unexpected è da qualche altra parte, e sta arrivando.

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