28 giugno 2017

Accadde oggi: Euro-Totti, "er cucchiaio" che umiliò Van Der Sar

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29 giugno 2000: il cucchiaio di Francesco Totti nella semifinale dell'Europeo contro l'Olanda (LaPresse)

Il 29 giugno del 2000 Totti con l’ormai famoso rigore tirato con lo scavetto spiana la strada all'Italia verso la finale europea. Un gol che nessuno ha dimenticato. E che è immediatamente entrato nella gallery delle cose più belle fatte dall’ex capitano della Roma

«Mo je faccio er cucchiaio». Sembrava una battuta detta all’amico Gigi Di Biagio per stemperare la tensione di quei lunghissimi minuti che tenevano l’Italia con il fiato sospeso durante la semifinale europea contro l’Olanda. Uno scherzo. Una goliardata tra compagni di squadra. Insomma, una cosa detta così, come se ne possono dire tante, magari per farsi grande. D’altronde, non puoi mica pensare di andare sul dischetto durante la semifinale di un Europeo e calciare un rigore facendo lo scavetto? E invece sì. Altro che ironia. Era tutto vero. Rincorsa, colpo sotto, Edwin Van Der Sar da una parte e la palla che, lentamente, fa una parabola e si va ad adagiare dolce in fondo alla rete. Gol. Era il pomeriggio del 29 giugno 2000: Francesco Totti, da quel giorno, si è consacrato (anche) come quello del cucchiaio. Un marchio di fabbrica. Riconoscibile. E pazienza se per la storia del calcio l’inventore del gesto è il cecoslovacco Antonin Panenka, che lo fece nella finale dell’Europeo del 1974 contro la Germania Ovest. Da 17 anni, e per le generazioni attuali, lo scavetto ha il copyright e su ha il nome di Francesco Totti.

 

Lo sberleffo del Campione

Il cucchiaio è coraggio e incoscienza. Sberleffo irriverente. Colpo (in apparenza) semplice e malizioso. Che esalta, quando va a buon fine. Ma che porta con sé il forte rischio della figuraccia. Totti di tutto questo ne aveva coscienza. Eppure ci ha provato. E ci è riuscito. Prendendosi poi titoli di giornali e complimenti bipartisan. E non c’è cosa più giusta. Perché tutta quella partita è stata riassunta in quel gesto che, dopo le parate da fenomeno di Francesco Toldo in partita e dagli 11 metri, è stata la sentenza sul morale già sotto terra degli olandesi. Sconfitti e umiliati.

 

Il cammino azzurro

ll «Mo je faccio er cucchiaio» arriva in un mite pomeriggio olandese. All’Amsterdam Arena va in scena la semifinale tra Italia ed Olanda. Gli oranje, organizzatori del torneo con il Belgio, partono favoriti. Ma gli Azzurri guidati da Dino Zoff sono tosti, malgrado le assenze di Gigi Buffon e Christian Vieri per infortunio. L’Italia è una squadra che non si arrende mai. Gli Azzurri si giocano la semifinale europea dopo esser arrivati primi nel girone, dove avevano vinto tutte e 3 le partite del gruppo subendo solo 2 gol, e dopo aver battuto ai quarti la non irresistibile Romania grazie al 2-0 firmato da Totti e Filippo Inzaghi.

Toldo paratutto

In semifinale, però, è tutt’altra storia, perché l’Olanda fa davvero paura. Sulla carta non c’è partita. La gara comincia alle 18.00. Pronti via e quasi subito gli Azzurri restano in 10 a causa dell’espulsione di Gianluca Zambrotta per doppia ammonizione. Sembra il prologo di un pomeriggio di passione. E infatti sarà così. Con la superiorità numerica a favore, l’Olanda attacca a testa bassa. L’Italia, a corto di forze e costretta a riorganizzarsi, non può far altro che difendersi, così come chiesto da Zoff. Al 38’ primo momento clou. Rigore per i padroni di casa. Sul dischetto va il capitano, Frank De Boer. Tira angolato sulla destra. Toldo para.

 

Chi ha fatto palo?

Al 62’, altro momento topico della partita. Mark Iuliano entra in scivolata al limite dell’area sul suo compagno di squadra alla Juve, Edgar Davids e l’arbitro fischia il secondo rigore. Il pallone, questa volta, lo prende Patrick Kluivert, che nel corso degli Europei aveva già segnato cinque gol. L’ex Milan calcia in maniera quasi perfetta. Forte e angolato. Toldo è spiazzato e spacciato. Ma la palla prende l’interno del palo e torna in campo.

 

Totti + Toldo: e i Tulipani sfioriscono

Si va ai supplementari, che non risolvono la pratica. A decidere la finalista sono i calci di rigore. Che premiano gli Azzurri. Toldo ne neutralizza tre su quattro, ipnotizzando ancora Frank De Boer, Jaap Stam e Paul Bosvelt. Per l’Italia segna prima Di Biagio, che aveva ancora sulla coscienza l’errore al Mondiale di due anni prima nei quarti contro la Francia. Poi va Pessotto: ancora gol. Infine Totti. E qui la cronaca si mescola col sublime. Cucchiaio e il bestione Van der Sar deriso da quel gesto che il capitano della Roma aveva imparato a fare a Trigoria da Rudi Voeller. «Queste cose le fai o perché sei matto, o perché  sei bravo. Ed io matto, sinceramente, non lo sono», ha ricordato l’ex numero 10 giallorosso anni fa.

 

Estetica ed efficacia

Oggi, a 17 anni di distanza, il cucchiaio è ancora uno dei tratti distintivi di Totti. Quello che, forse, meglio rappresenta la sua classe e il suo modo estetico e allo stesso tempo efficace di interpretare il calcio. A quel rigore nella semifinale di Euro 2000 ha dedicato anche un libro, uscito nel 2005, edito da Mondadori. Il titolo, manco a dirlo, è “Mo je faccio er cucchiaio”. In quelle pagine Totti è tornato, ovviamente, a quella sera all’Amsterdam Arena e ha ripercorso la fugace chiacchierata con Di Biagio e Paolo Maldini negli attimi prima di avviarsi a calciare. Un colloquio di cui si è discusso e su cui si è indagato per giorni, tra ironia e saga. Di Biagio rivolto a Totti: «A Francé, io c'ho ‘na paura». Totti: «Eh, a chi lo dici, ma hai visto quant'è grosso quello (riferendosi a Van der Sar, ndr)?». Di Biagio: «Ah, così m'incoraggi?». Totti: «Nun te preoccupà, mo je faccio er cucchiaio». Maldini: «Ma che sei pazzo? Siamo a una semifinale degli europei!». Ancora Totti: «Se, se, je faccio er cucchiaio!». Detto, fatto. La camminata palcida verso il dischetto. Uno sguardo all'arbitro, uno alla porta. Fischio, rincorsa e cucchiaio. L’Italia, anche grazie a quella sana follia del romanista, vola in finale. Dove perderà contro la Francia di Zidane e Trezeguet dopo aver assaporato la vittoria per buona parte della gara. Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

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