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03 novembre 2017

Milan, Montella peggio di Mihajlovic e Inzaghi. Ma occhio ai "funerali frettolosi"

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In questa Serie A il Milan viaggia più piano rispetto alle gestioni di Mihajlovic e Super Pippo. Ma l'allenatore, dopo il ricco mercato estivo, ha dalla sua una rosa con cui può invertire la rotta. E far ricredere chi vorrebbe l'esonero, come accadde con Allegri. Che fu mandato via dopo il Sassuolo, la squadra che domenica sfida i rossoneri

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Per non assistere all'ultimo atto del proprio “funerale” da allenatore del Milan, di cui si è detto spettatore in vita “da tempo”, Vincenzo Montella ha un'unica strada che passa da Reggio Emilia: deve battere il Sassuolo domenica al Mapei Stadium e restituire fiducia a un ambiente che nell'ultimo mese ne ha persa molta, nel valore dei giocatori e nell'allenatore. È sembrata solida (almeno in pubblico) quella dei dirigenti, con Fassone e Mirabelli sempre puntuali nel confermare la stima al tecnico del ritorno in Europa, il cui contributo quest'estate è stato decisivo per trattenere Donnarumma e portare Bonucci a Milano. Ma sta venendo meno in parte dei tifosi, i cui sonni nell'ultimo mese sono turbati dai peggiori incubi degli ultimi anni: l'assenza di gioco e la modestia (anche di grinta) che avevano contraddistinto in negativo le gestioni di Filippo Inzaghi e Sinisa Mihajlovic. I quali, pur in quelle stagioni funeste, a questo punto avevano raccolto di più di questo Milan.

La proiezione a fine anno

Montella fa i conti con una classifica rovinata nell'ultimo mese: appena 4 punti nelle 5 partite di campionato giocate a ottobre, sconfitto in tutti gli scontri diretti (Roma, Inter e Juventus a ottobre, Lazio e Samp a settembre) e scivolato all'8° posto in Serie A. Con una media di 1,45 punti a partita: di questo passo a fine anno sarebbero 55, di sicuro non abbastanza per entrare in Champions. In Europa League le cose vanno un po' meglio (8 punti in 4 gare e qualificazione vicina) ma il doppio 0-0 contro l'Aek ha preoccupato anche i più ottimisti.

Il confronto con Sinisa

In questa Serie A il Milan sta avendo un rendimento inferiore rispetto alle stagioni di Mihajlovic e di Inzaghi, due annate non certo trionfali (e nelle quali, lamenta anche sui social una parte del tifo, non si erano spesi 200 milioni di euro nel mercato estivo): a questo punto dell'anno il serbo aveva tre punti in più (19 nel 2015 contro i 16 di oggi), con una media di 1,72 a gara. Aveva perso anche lui tre match con le big – Inter, Fiorentina e Napoli – ma la squadra di Bacca e Cerci, Mexés e Luiz Adriano, pur segnando un gol in meno di quella di oggi, si era imposta almeno contro Sassuolo e Lazio, rivali dirette per un posto in Europa (mancato a fine stagione).

Il punto in più di Pippo

L'anno prima in panchina sedeva Filippo Inzaghi, paragonato a questo Montella per i toni pacati – troppo secondo alcuni, al limite della rassegnazione – dopo prestazioni non all'altezza. Alla vigilia della 12esima di campionato il suo Milan aveva 17 punti (uno più di oggi), frutto di 4 vittorie e 5 pareggi, con appena due sconfitte, tre in meno di adesso. La media punti era leggermente superiore (1,54) così come i gol segnati (20): lì davanti c'era il tridente Menez-El Shaarawy-Honda, con Torres e Pazzini pronti a subentrare. A fine anno fu solo 10° posto.

Occhio ai "funerali" frettolosi

Questo Milan da Gattopardo ha cambiato tutto (dirigenti, allenatore, giocatori) senza riuscire, per adesso, a cambiare niente, almeno nei risultati. C'è un numero che ritorna sempre: 16, come i gol subiti in 11 partite in tutte e tre le stagioni a confronto. Montella (il cui primo anno era cominciato meglio: 22 punti) ha almeno un'arma in più dei suoi predecessori, che però gli toglie alibi: una rosa con un potenziale infinitamente più alto. Tocca a lui invertire la rotta e cancellare per sempre questi paragoni, sicuramente spiacevoli e non per forza significativi. A partire dalla trasferta di Sassuolo, quella che nel gennaio 2014 costò la panchina all'ultimo allenatore vincente del Milan prima di Montella, un certo Max Allegri. Ma l'esonero del livornese (e il suo futuro in bianconero) svelò a molti che il problema vero non era il tecnico. Una storia da tenere a mente prima di celebrare “funerali” frettolosi.

 

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