15 gennaio 2017

Calciomercato Story: e gli stranieri diventano tre

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Calciomercato: Andreas Brehme e Lothar Mattheus

La coppia Brehme-Mattheus fu determinante. Arrivarono scudetto dei record e Coppa Uefa (Getty Image)

Nuova tappa della storia degli stranieri approdati in Serie A: l'estate del 1988 fu caratterizzata da un arrivo di massa e la spesa globale toccò cifre mai viste. Per la prima volta ogni squadra poteva acquistare tre stranieri

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La battaglia tra Lega e Federcalcio sul terzo straniero in rosa andava avanti da qualche tempo. Fu però la direttiva CEE del 30 giugno 1987 a risolvere la situazione: bisognava adeguarsi alle nuove norme sulla libera circolazione dei lavoratori in ambito comunitario (Trattati di Roma) e fu così che il mondo della Serie A ebbe una casella in più alla voce “stranieri”. Da due, si passò a tre elementi per squadra. A partire dalla stagione 1988-1989.

La nuova regolamentazione portò

  • 31 nuovi arrivi stranieri
  • 64,5 miliardi di spesa totale

Ai nastri di partenza della nuova stagione (considerando anche i non italiani rimasti) c’erano, in tutto, 50 stranieri. Ecco la composizione geografica dei nuovi arrivati

  • 9 brasiliani
  • 3 argentini
  • 3 jugoslavi
  • 2 svedesi
  • 2 belgi
  • 2 tedeschi dell’Ovest
  • 2 uruguaiani
  • 2 olandesi
  • 1 finlandese
  • 1 cileno
  • 1 portoghese
  • 1 sovietico
  • 1 ungherese
  • 1 spagnolo

Ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare nel dettaglio le gesta e le curiosità di ognuno di loro: l’Ascoli prese Arslanovic e Cvetkovic, l’Atalanta Evair e Prytz mentre a Bologna si accasarono Rubio (preferito a Zamorano), Demol e Aaltonen. La Lazio puntò sui sudamericani: i tre stranieri biancocelesti furono Gutierrez, Dezotti e Ruben Sosa. Il Lecce scelse l’ungherese Vincze; i brasiliani Edmar e Tita andarono a Pescara e poi ci furono i vari Milton (Como), Holmqvist (Cesena), Severeyns (Pisa), Troglio e Caniggia (Verona)

Tra i più positivi, quanto a gol segnati, ci furono Luis Muller (11 reti) che ebbe come compagni al Torino Edu Marangon e Skoro, Tita e Matthäus (9 reti ciascuno), Evair che timbrò per 10 volte e Ruben Sosa che si fermò a 8 segnature

Il Milan divenne totalmente “Orange” grazie all’acquisto di Rijkaard (consigliato da Van Basten), il Napoli prese Alemao mentre l’Inter vinse lo scudetto grazie anche al duo tedesco Brehme-Matthäus.

Chi toppò clamorosamente fu la Roma che si assicurò i servigi di Andrade e Renato. In due chiusero con 32 presenze e zero gol… Jorge Luis Andrade da Silva era il classico giocatore che dove lo metti sta: nel senso che sta immobile, senza muoversi. I tifosi della Roma ci misero 200’ di Serie A per soprannominarlo “Moviola”. Renato ci fece conoscere il termine “Maria-chuteria”: amava la bella vita (notturna) e amava le donne: "Ne ho avute più di mille". Col pallone però ci sapeva fare poco.

L’ondata di stranieri della stagione 1988-1989 richiede un focus su tre giocatori (rispetto ai soliti due delle altre puntate)

  1. Figlio di un falegname, Rui Barros arrivò alla Juventus per 5 miliardi e mezzo. Mise piede a Torino il 22 luglio, conobbe Boniperti e dopo pochi minuti fu costretto ad andare dal barbiere (per via dei capelli troppo lunghi). Era alto 160 centimetri e andò a giocare in quella Juventus che, parecchi anni prima, aveva ingaggiato Pedro Sernagiotto che misurava 153 centimetri d’altezza. Il piccolo portoghese venne ribattezzato “Rui Bassos” ma concluse il suo primo campionato da bianconero con 12 gol all’attivo. Doveva far dimenticare Rush (impresa non impossibile) e ci riuscì

  2. Dopo Euro ’88 i due nomi della vecchia URSS da portare in Italia erano quelli di Zavarov e di Protassov. Entrambi avevano meno di 28 ed era un dettaglio non da poco visto che l’Unione Sovietica non rilasciava permessi per abbandonare la madrepatria ai giocatori sotto i 28 anni. La Juventus però fece ricorso a diplomazia e con l’ aiuto della casa (automobilistica) madre riuscì ad assicurarsi Alexander Zavarov. I dirigenti bianconeri e il giocatore si erano incontrati a Viareggio (c’erano anche l’ex arbitro Paolo Bergamo e il “Colonnello” Lobanowski) in quello che sarebbe dovuto essere un appuntamento segreto. Scacchista, amante della musica, Zavarov sognava la pace nel mondo. I soldi del suo trasferimento finirono alla Dinamo Kiev e alle istituzioni sovietiche. Il suo stipendio veniva accreditato direttamente nelle casse del partito comunista sovietico. Al “triste Sasha” restavano 2 milioni al mese e dei buoni spesa per il supermercato. Andò a vivere nella stessa casa di Ian Rush. Il primo sovietico mai sbarcato in Italia segnò 2 reti nel suo primo anno. Non parlava né inglese né italiano: al suo fianco c’era sempre l’interprete Tatiana. La sera del suo esordio in A, la moglie gli preparò aragosta e caviale ma rimase impressionata dal prezzo sullo scontrino: “Da noi costano pochissimo – disse Zavarov – ma mia moglie si è molto stupita del prezzo italiano”. Iniziò bene, proseguì male e finì come “corpo estraneo”. Il timido e solitario Alexander tornò a casa dopo 2 stagioni

  3. Ricordate Eloi? Ne avevamo parlato nella prima puntata di “Calciomercato Story”. Beh un altro giocatore che, come Eloi, deve tutto ad una singola partita è Mika Aaltonen che oltre ad esser stato il primo finlandese della storia del campionato italiano, è ancora oggi il primo in ordine alfabetico (per cognome) tra tutti i giocatori che, nelle varie epoche, hanno militato in Serie A. Era il 21 ottobre 1987 e nell’andata dei sedicesimi di finale di Coppa Uefa a San Siro Aaltonen azzeccò il tiro giusto e lo sconosciuto TPS vinse 1-0. Ernesto Pellegrini lo prese ma Trapattoni ottenne di girarlo in prestito prima in Svizzera e poi al Bologna. Maifredi in campionato gli concesse 3 partite per un totale di 45 minuti. Mika però stava lavorando alla sua seconda carriera: a Bologna frequentò l’università (Economia e Commercio) e nel corso degli anni arrivarono laurea e dottorato. L’Università di Turku gli offrì una cattedra, lui la prese. Questa volta senza dover azzeccare la giornata giusta per svoltare.  

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