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28 agosto 2017

Beto, "10" del Napoli preferito a Baggio e Dinho

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Estate 1996: il Napoli ha in pugno un giovanissimo Ronaldinho ma preferisce andare sul sicuro acquistando Beto, già nel giro della Seleçao. Inizio promettente, poi le fughe in Brasile, le panchine e la cessione, sognando un Baggio che non arriverà. E che confusione tra lui e Caio...

Quando sulla scrivania di Corrado Ferlaino arrivarono le relazioni degli osservatori dal Brasile, il presidente del Napoli si trovò davanti a un bivio: da una parte la scommessa rappresentata dal sedicenne dentone che faceva i numeri da giocoliere (il classico “tanto fumo e niente arrosto”?), dall’altra la maggior sicurezza garantita dal ragazzo che Zagallo aveva appena convocato nella Seleçao per la Copa America (“Questo è un fenomeno”, l’incoronazione dell’allora Ct). Vada per il secondo. Metti che poi il ragazzino si rivela un bidone?

Fu così che, nell’estate 1996, Joubert Araujo Martins Beto vinse il ballottaggio approdando al Napoli come un re, tra l’entusiasmo di una città che gli coprì immediatamente le spalle con il pesantissimo mantello numero 10, quello che dopo l’addio di Maradona e prima del ritiro della maglia solo pochi fortunati hanno avuto il privilegio di indossare. Al Botafogo sei miliardi di lire, nemmeno poco se pensate che nella stessa estate uno Zidane veniva pagato 7,5 dalla Juventus. E il sedicenne dentone? Di lui, tale Ronaldo de Assis Moreira, si inizierà a parlare solo un paio di anni più tardi, quando per tutti diventerà Ronaldinho, il fumo e l’arrosto più deliziosi degli Anni Duemila. Dite che al bivio sarebbe stato meglio imboccare l’altra strada?

Beto, Cruz e Caio: un Napoli con i piedi buoni, nel 1996

Le partitelle di Natale

A posteriori sono bravi tutti. Ma a discolpa di quel Napoli va detto che nel 1996 Beto rappresentava davvero il possibile futuro della nazionale brasiliana. Gran tiro con entrambi i piedi, due cosce che sembrano colonne di marmo, della tecnica inutile parlarne, è brasiliano. L’ambientamento alla Serie A, poi, non è un problema: in gol alla quarta giornata contro la Sampdoria (sassata di sinistro), replica contro il Perugia (inserimento perfetto e destro fulminante), e intanto il Napoli di Gigi Simoni vola. A Natale è addirittura secondo in classifica, a pari con l’altra sorpresa del campionato, il Vicenza di Guidolin, e a 6 punti dalla Juve in vetta.

Proprio a Natale, però, ecco le prime crepe. Dopo le vacanze, Beto rientra dal Brasile con due giorni di ritardo, senza avvisare nessuno. “Volevo solo passare il Capodanno con i miei genitori e con Amanda, la mia fidanzata”, si giustifica al rientro. Simoni lo multa e contro la Fiorentina lo spedisce in tribuna dopo un discorsetto da padre di famiglia buono ma intransigente: “Non posso tenere in considerazione un giocatore che non si allena da dieci giorni per una partita così importante. Gli ho chiesto se laggiù si fosse allenato, ma lui è stato fin troppo sincero, direi quasi poco furbo. Mi ha detto che ha giocato solo due partite sulla spiaggia…”. Di nuovo titolare il 12 gennaio contro l’Inter, però, Beto si dimostra poco furbo una seconda volta, facendosi espellere per un ingenuo fallo di mano e inguaiando il Napoli.  

Si farà perdonare un mese dopo, sempre contro i nerazzurri, questa volta in Coppa Italia, in quello che resta il momento più alto del suo anno a Napoli. La squadra infatti procede bene anche in coppa e dopo l’1-1 di San Siro si gioca nella semifinale di ritorno l’accesso alla finale, dove ad attenderla c’è, guarda un po’, il Vicenza delle meraviglie. Il 26 febbraio 1997, Zanetti spaventa il San Paolo, poi Beto si incunea nell’area interista, si presenta solo davanti a Pagliuca e lo batte, portando la sfida ai rigori dove a far festa sono gli uomini di Simoni, che continua a incassare complimenti da Moratti e che di lì a poco troverà anche un accordo con i nerazzurri per la stagione successiva (stretta di mano che gli costerà la panchina ad aprile).

"Caio, Caio, tiro... gol!". Anche i migliori sbagliano: e per tutta la telecronaca il grande Bruno Pizzul chiama Beto "Caio". Sempre meglio che "Tizio" o "Sempronio"

Finale amaro/a

Aprile è anche il mese della nuova fuga in Brasile di Beto, stavolta desideroso di un consulto medico dopo un infortunio: tornerà due settimane dopo, insieme alla fidanzata Amanda e al figlio di due mesi che il giocatore aveva tenuto nascosto a tutti. A maggio si gioca la finale di Coppa Italia, occasione che il Napoli – nel frattempo sprofondato nella seconda metà della classifica – non può lasciarsi sfuggire se vuole tornare in Europa e garantirsi introiti preziosi per le casse del club che boccheggiano. Contro il Vicenza, poi, non sembra neanche un’impresa impossibile…

All’andata il San Paolo spinge gli azzurri a un 1-0 che non basta a chiudere la questione; il 29 maggio, infatti, Guidolin e i suoi ribaltano il verdetto ai supplementari. Centoventi minuti che Beto si “gode” a bordocampo, lasciandosi scappare anche qualche lacrima, dato Vincenzo Montefusco, nel frattempo subentrato a Simoni, non gli ha ancora perdonato la scappatella.

Ancora più grande è la delusione per i tifosi, che già sognavano la Coppa e l’Europa. Tre giorni dopo, tu guarda a volte il destino, si gioca ancora Napoli-Vicenza, ultima giornata di campionato. La decide Beto, perché al destino piace scriverle bene certe storie, in un San Paolo semideserto che fischia tutti i suoi ex eroi tranne il brasiliano. Confermatissimo, sembrerebbe, per la stagione seguente, quando in panchina siede Bortolo Mutti e si vocifera anche di un possibile arrivo di Roberto Baggio, in rotta col Milan e rifiutato dal Parma di Ancelotti. «Sarà Beto il nostro Baggio», annuncerà il nuovo allenatore dopo il “no, grazie” del Divin Codino. Poche ore dopo, Beto sarà ceduto in Brasile. E quella 10…

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