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18 luglio 2017

Dici Galibier, dici Pantani: la salita simbolo del Tour de France

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Le imprese, i ricordi e l’attesa in vista di una delle asperità più famose nel mondo del ciclismo: il Galibier, l’opportunità che dovrà sfruttare Fabio Aru per tornare in maglia gialla

LA TAPPA DEL TOUR LIVE

Pioveva freddo e tirava un ventaccio  come solo in certe giornate estive disoneste ai duemilasei del Galibier. Quel 27 luglio del ’98, diciannove anni fa, il culmine della leggenda del Pirata che firmava l’impresa. Scolpendola sulla roccia nuda e viscida della montagna del mito. Lo scalatore asociale Marco Pantani  che, dopo il trionfo al Giro, in quell’inferno minerale rifilò nove minuti di distacco al toro tedesco Ullrich, vestì il giallo a Les Deux Alpes e si avviò a conquistare il suo primo (e ultimo) Tour de France.

Campione giovane ma tutt’altro che privo di memoria ram, oggi ci riprova Fabio Aru, che in classifica freme a 18 secondi appena dal leader afro-britannico Chris Froome. Il  Galibier, nome che profuma di Francia nel dipartimento di confine Hautes-Alpes. Non fosse usurato dalla retorica che circonda ormai ogni minima pernacchia sportiva, nel caso di una vetta così andrebbe usato l’aggettivo leggendaria. Galibier, e senti le bollicine gelate, senti il fumo azzurro di Gauloises nel chiuso di un bistro, senti l’erre arrotata come la grattata di un cambio marcia, che regala il brivido delle canzoni on the road di un Paolo Conte. Si scala lì, tappa 18 della Grande Boucle, 183 km di calvario alpino. Si va su a 2600 di quota, dove manca l’aria e a qualcuno che vorrà strafare, in serata, magari anche la terra sotto ai piedi. Galibier, ma voilà: prima Croix de Fer (2067 metri, 24 km al 5,2% di pendenza) e Telegraphe (1566 metri, 11,9 km al 7,1%). E dopo,  per ghiacciare il sudore sul body, 28 km di picchiata verticale,  vertigine alla rovescia, fino a Serre Chevalier.

Dici Galibier, stesso accento di Tourmalet, e viene in mente la storia umanissima del ciclismo, la montagna delle bufere e delle avventure solitarie. Uguale al Ventoux, o al Peyresourde, o al Portet d’Aspet. Pochi nomi scelti e aristocratici, tra Alpi e Pirenei, capaci di accendere la passione, l’attesa, la paura, lo spavento. Finalmente siamo lì, sul Galibier. E non è finita, giovedì l’ultima frazione in salita (179 km) regala l’Izoard. Parola che evoca ferocia, 2360 metri di sofferenza dopo la partenza da Briançon, la Francia della porta accanto, e una salita dal nome tenero: la Cote des Demoiselles Coiffées, la rampa delle signorine ben pettinate.  Izoard (14 km al 7,3%) che vuol dire, e vorrà dire sempre, Coppi & Bartali, 18 luglio del ’49, in testa soli, anche stavolta sotto una pioggia battente attraverso la Casse Déserte.  Il piattume lunare del versante sud. Anche stavolta, come 40 anni dopo per Pantani, trionfo finale al Tour pochi giorni più tardi. Vincerà Coppi, bissando il Giro. La tappa a Ginettaccio, eroe di resistenza oltre che della Resistenza.

Galibier e Izoard, frullato di emozioni antichissime come la fatica umana troppo umana di saltellare sui pedali quando  la strada si impenna. E diventa obbligatorio l’innaturale, cioè sfidare follemente controcorrente la gravità. Questo il programma in calendario nella due giorni che, forse più dei 22 km della crono di Marsiglia sabato 22, deciderà la Grande Boucle edizione 104. Froome, Aru, Bardet scaldano i polpacci. Ultima follia vincente e conosciuta in zona nel 2011, firma di Andy Schleck: tappa da Pinerolo, lui in fuga sull’Izoard e primo sul Galibier 60 km più avanti. Bonne chance, buona fortuna a chi tocca.

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