28 settembre 2017

Riposa in pace, Marco

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Marco Pantani (Getty)

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'avvocato difensore dei familiari del campione di Cesenatico contro l'archiviazione decisa dal Gip di Rimini nel giugno del 2016

Riposa in pace. Eh sì, si può dire così. E’ finita ma era già drammaticamente finita tanti anni fa, il 14 febbraio del 2004. Marco Pantani: la fine di una vita, la fine di un’atleta e l’inizio di una leggenda prima vivente ora no. Comunque una fine triste e terribile, dove la vera parola fine da un punto di vista legale non è mai stata scritta. I tanti dubbi, le molte  indagini, le troppe inchieste aperte, i ricorsi e i controricorsi, i tribunali e gli avvocati. Insomma  tutto quello del non voler chiudere adesso ha avuto la sua conclusione con la definitiva archiviazione.  Chiudere quindi  un grande libro di timbri, udienze e carte bollate. A ragione o a torto ma finire. 

Perché? Perché accanirsi ancora dopo 13 anni e farsi dire ora definitivamente  che non è stato ucciso. Basta. Ora basta. Forse per la famiglia non è la risposta giusta, forse  vi è - per loro - la certezza dell’errore e  del grande dubbio  per tenere ancora stretta quella convinzione che qualcuno  e non qualcosa abbia portato via il loro figlio. 

Ora quel grande campione lo celebriamo  (ma non abbiamo mai smesso di celebrarlo). Se tanti tribunali hanno analizzato il suo caso, la gente, il suo pubblico, i suoi tifosi lo hanno sempre amato. Ogni salita , ogni tornante, ogni strada che sia Tour de France o Giro d’Italia trova scolpito il suo nome. Non è mai passato, Marco Pantani. E’ sempre presente per tutto quello che ha fatto per essere memoria e ricordo.  Ora, secondo me, potrà solo dire attaccando l’ennesima salita, alzandosi  sui pedali  e con le mani sotto il manubrio: lasciatemi finalmente  in pace e… così sia.

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