01 gennaio 2017

Dakar 2017. Alla vigilia parla "Re" Peterhansel

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Aver vinto 12 volte non ha voluto dire pensare di smettere. Anzi Stephane Peterhansel si presenta al via della sua 28ma Dakar con propositi analoghi, solo con dei moventi “reinterpretati”.

Andiamo a vedere come vive Stephane Peterhansel questo suo Capodanno, senz’altro un po’ speciale.

L’altitudine ti dà pensiero? - «Mi dà pensiero che tu mi venga a fare delle domande. No, scherzo, non mi dà pensiero nulla. L’altitudine, tuttavia, lo è, un pensiero, perché non abbiamo mai passato un periodo così lungo in “quota”. Ci siamo già stati più volte, ma non per tutto il tempo previsto per questa edizione. Ci siamo preparati, ma è certamente un’incognita.»

Il percorso, in generale? - «Si sospetta che possa essere la Dakar più dura da quando si corre in Sud America. Così ha detto Marc. Noi non abbiamo paura, ma è possibile che condizioni più delicate possano fare la differenza. Dune, un po’ meno WRC, i paesaggi come sempre e anche in questo caso magnifici, ma insidiosi. La pressione inizia ad aumentare.»

Gli Avversari. Pericolo in vista? - «Il “Plateau” è buono, e rischiamo di avere una bella concorrenza. È possibile anche che il livello di competitività delle vetture, ora che la nostra non è più un mistero, porti su piani analoghi più concorrenti, che più Equipaggi si avvicinino. Al Attiyah ha una nuova Macchina, molto performante, ed è sicuramente un Avversario duro da battere. Dalla nostra parte ci sono quattro Piloti forti, in un Team che è quindi molto omogeneo. Quattro piloti capaci di vincere la Dakar. In questo caso parliamo di “Avversari” un po’ particolari, perché saremo pronti a darci una mano in modo che uno di noi possa vincere, e questa potrebbe essere la chiave del successo, di Peugeot e di uno di noi.»

I “Giovani”, effettivamente veloci, ormai? - «Loeb è giovane di specialità, ma sappiamo tutti quanto è sempre veloce, qualunque sia il tipo di vettura su cui è salito. Basta vedere in quanto poco tempo la sua esperienza è enormemente accresciuta. E poi Cyril che è “giovane” con la 4 ruote. Cyril ha molta esperienza di Dakar, gli mancava la velocità. Ma in effetti negli ultimi due anni ha fatto molti chilometri e progredito enormemente. Ormai ha raggiunto il livello di velocità necessario per essere competitivi alla Dakar e, vista l’esperienza, sufficiente per vincerla. Carlos Sainz, e me. Ecco l’équipe con quattro Piloti un grado di vincere, un vantaggio che non tutte le squadre possono dire di avere.»

Smettere? Hai per caso lavorato un po’ sui tuoi obiettivi, al riguardo? - «La verità è che è difficile dire: “Smetto!”. È vero che qualcosa cambia, è cambiato. È la pressione, la pressione di vincere. Mi ero prefissato degli obiettivi. Volevo vincere sei volte in Macchina come sei volte avevo fatto in Moto. Volevo vincere con il ritorno di Peugeot. Questo è l’obiettivo che mi ha messo una pressione enorme. Non era la gente di Peugeot che me la metteva addosso, ero io. Oggi tutto questo è fatto, ho vinto 12 volte, e ho vinto con Peugeot. La pressione ora è là, da una parte. Ho una Macchina eccezionale e voglio correre per il piacere di farlo. Per cercare di vincere ancora, per provare ancora una volta a fare il meglio possibile. Ma senza quella pressione di “dover” vincere. Non ho corso molto quest’anno, ma ho avuto voglia di farlo in moto. Questo perché non è solo un contratto con un obiettivo, ma una passione. Ecco che cambia molto e non cambia molto. Continuare a correre per vincere, ma soprattutto per l’istinto che alimenta la mia passione.»

Parlaci dei “giovani”. Come “funziona” Cyril Despres? - «Cyril ha fatto un salto di qualità. È in effetti un gran lavoratore, molto metodico. Ha guardato attentamente attorno a sé, e dopo ha lavorato, lavorato, molto. Ha lavorato con dei dati, con delle analisi accurate. Ha comprato una macchina e ha preparato un circuito vicino a casa sua. Si è allenato molto. Al di là di questo, tuttavia, i suoi progressi sono stati molto più evidenti di quanto si potesse immaginare. È migliorato più rapidamente di quanto si potesse ipotizzare. Rispetto a noi, il primo anno era al 60% della velocità. Il secondo anno all’85%, e ora è qui, al 98% della velocità necessaria per imporsi. È un fatto eccezionale. Io gli ho parlato senza riserve, gli ho dato tutti i consigli che potevo e non gli ho nascosto nulla. È quello che era successo quando lui è arrivato ai Rally con la Moto. Io avevo deciso di smettere e gli ho passato tutto il “bagaglio”.»

Atmosfera. È rimasta quella buona, all’interno del Team Peugeot Total? - «Assolutamente sì. L’anno scorso Loeb è stato in testa, Sainz è stato il testa, io ho vinto. Non c’è stato un solo momento di tensione tra noi. Sul Silk Way, ho fatto un errore, d’accordo, e Cyril è andato in testa per rimanerci e andare a vincere il suo primo Rally. Nessunissima tensione, mai. Perché? Perché tutti abbiamo voglia di vincere, è ovvio, ma c’è un grande rispetto tra di noi. Tra i Piloti, tra i Co-Piloti, tra tutti gli elementi della Squadra. Facciamo tutti uno Sport individuale, e se qualcosa non va non è a causa degli altri. Questa è una cosa che bisogna sempre avere chiara. Riconosciuta questa circostanza, è facile gestire le tensioni ed eliminarle.»

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