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03 dicembre 2016

Chi era Johnny Most, leggenda Celtics

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Johnny Most, storica voce dei Boston Celtics

L'omaggio del Boston Garden a Johnny Most (Foto Getty)

Il 3 dicembre 1990, esattamente 27 anni fa, i Boston Celtics onoravano la memoria di Johnny Most, per 37 stagioni la loro storica voce radiofonica. Suo il commento di alcune giocate memorabili, dal recupero di John Havlicek a quello di Larry Bird

Johnny Most viene ricordato, soprattutto, per quattro parole. Havlicek. Stole. The. Ball. Anche se quel pallone in realtà Havlicek non lo ha mai rubato, si è limitato semplicemente a toccarlo, intercettando la rimessa di Hal Greer e deviandolo nelle mani di Sam Jones, mentre il cronometro correva verso lo zero. I suoi Boston Celtics erano in vantaggio di un punto, 110-109, a quattro secondi dalla fine di gara-7 delle finali di conference a Est, nei playoff 1965. Philadelphia aveva l’ultima rimessa, l’ultima speranza per acciuffare la vittoria. Era la sfida tra i due centri leggendari, Bill Russell vs. Wilt Chamberlain, ma oltre mezzo secolo dopo viene ricordata per il furto di John Havlicek — “Havlicek stole the ball”, appunto — e forse ancora di più per il commento radiofonico di Johnny Most. Il più famoso e celebrato di tutta la storia Nba, sostengono in molti. “La mia giocata sarebbe stata semplicemente normale se non fosse stata raccontata in quel modo da Johnny Most”, le parole dello stesso Havlicek. Memorabile, quel commento — ma non certo l’unico. Voce dei Boston Celtics per 37 anni, dal 1953 al 1990, è legato al nome di Most anche il racconto di un altro celebre recupero, quello effettuato da Larry Bird sulla rimessa di Isiah Thomas in gara-5 dei playoff 1987, con Detroit sopra di un punto e vicinissima al 3-2 nella serie, con l’eventuale sesta in casa. “Now there’s a steal by Bird… underneath to DJ… he lays it up and in!”: recupero di Bird, passaggio a Dennis Johnson, sottomano e vittoria — della partita e poi della serie.

Una voce unica - Grazie alla sua voce roca (due pacchetti di sigarette al giorno, “stando al mio medico avrei dovuto già essere morto nel 1955”), a un timbro inconfondibile, all’urgenza di un racconto che dalla sua leggendaria postazione “high above courtside” sembrava imporsi sopra il boato costante del Boston Garden, Johnny Most è diventato negli anni parte della leggenda Celtics al pari dei Bird e dei Russell, del parquet incrociato e del trifoglio verde.

Una vita da romanzo — Nato a New York, il nonno un vecchio editore anarchico di origine tedesca a cui deve il nome (Johann Most), va al liceo nel Bronx, in una scuola storica come la DeWitt Clinton High School, da cui negli anni escono grandi del cinema come Robert Altman e Burt Lancaster ma anche protagonisti Nba come Nate Archibald e Dolph Schayes. Dopo la scuola arriva la chiamata dell’esercito, e quelli sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Most prende parte a 28 missioni di combattimento sul suo bombardiere B-24 e si merita 7 medaglie al merito: la brutalità della Grande Guerra non gli impedisce di mantenere una prolifica attività poetica, mettendo in versi il suo dolore per la perdita di amici e compagni di reparto meno fortunati di lui. A iniziarlo alla carriera dietro un microfono, agli inizi degli anni ’40, una leggenda come Marty Glickman, per oltre vent’anni storica voce newyorchese di Knicks e Giants (quando ancora stavano a Brooklyn). Nel 1953, però, arriva la chiamata di Walter Brown, storico primo proprietario dei Boston Celtics, che in panchina avevano un certo Red Auerbach. 

Chiamatemi “homer” — Da quel momento la sua vita si è legata a filo doppio, e in maniera indissolubile, ai Boston Celtics. Tutt’altro che restio a dichiarare la sua passione per i colori biancoverdi, Most si è guadagnato così la definizione di “homer”, radiocronista cioè dichiaratamente schierato dalla parte dei padroni di casa. “Quando trascorri interi anni, a volte decenni, insieme a un gruppo di ragazzi, è impossibile non diventarne amici — e nasconderlo in radiocronaca sarebbe ipocrita”, diceva. La fede Celtics andava di pari passo con un divertente e sempre educato disprezzo verso gli avversari, spesso ribattezzati in chiave ironica con soprannomi al vetriolo. Moses Malone diventò allora il Grande Codardo (“Big Coward”) dopo una rissa con Larry Bird, Magic Johnson venne ribattezzato “Crybaby” per le continue proteste verso gli arbitri, mentre la robusta coppia di lunghi degli Washington Bullets Ricky Mahorn (poi visto anche a Roma) e Jeff Ruland diventarono rispettivamente “McFilthy” e “McNasty”, un duo cioè sporco e cattivo.

Cuore e passione - Energetico, passionale, sempre sul punto di esplodere, Most sembrava vivere la partita guidato da quella mistica sangue, sudore & lacrime da sempre associata alla franchigia (e alla città) di Boston. Con risvolti, a volte, anche comici, come la gara di playoff del 1959 in cui perse la dentiera (“riuscendo a prenderla al volo prima che dalla balconata cadesse in picchiata verso il campo”) o quell’altra occasione in cui una sigaretta accesa gli scivolo dalle labbra atterrando sui suoi pantaloni, che presero immediatamente fuoco. 

Leggenda indimenticata — Da quando, solo 30enne, diventò la voce dei Celtics, la sua presenza dietro al microfono è stata una costante fino al 10 ottobre 1990, quando Most fu costretto al ritiro da problemi di salute, a 67 anni. La franchigia di Boston non lasciò passare neppure due mesi prima di omaggiarlo pubblicamente, per tributargli la giusta riconoscenza e gratitudine: esattamente 27 anni fa, il 3 dicembre 1990, una placca argentata raffigurante lo storico microfono è stata posizionata nella storica postazione a lungo occupata, quella nei settori alti del Boston Garden, per rendere eterno il ricordo non solo della sua voce ma anche dell’uomo Johnny Most. Che si è spento a 69 anni a seguito di un attacco cardiaco, ma che rimane più che mai presente in alcune tra i ricordi più leggendari della franchigia più vincente della storia Nba.

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