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04 dicembre 2016

Che fine hanno fatto gli Atlanta Hawks?

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Dennis Schröder

Dennis Schröder, da quest'anno titolare point guard titolare di Atlanta (Foto Getty)

La squadra di Mike Budenholzer ha perso nove delle ultime dieci partite disputate, scivolando fuori dalla zona playoff: viaggio all'interno dei loro problemi

Vi ricordate gli Atlanta Hawks delle prime settimane di regular season? La squadra di Mike Budenholzer era partita fortissimo con 9 vittorie nelle prime 11 partite, raccogliendo successi eccellenti sul campo dei Cleveland Cavaliers o in casa con squadre da playoff come Houston, Chicago e Milwaukee. Certo, le altre cinque vittorie erano arrivate contro squadre con un record sotto il 50% (Philadelphia due volte, Washington, Sacramento, Miami), e le due sconfitte consecutive contro Lakers e Wizards poteva far intravedere qualche crepa. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere quello che è successo nelle ultime dieci partite, periodo nel quale gli Hawks hanno perso ben nove volte, di cui le ultime sei consecutive. Nelle due ultime sconfitte contro Pistons e Raptors, gli Hawks hanno preso complessivamente 80 punti, facendo scattare l'allarme: cosa è successo a Dwight Howard e soci?

I cari, vecchi Hawks — La differenza tra gli Hawks visti prima del 17 novembre e quelli visti dopo è quasi inquietante. Atlanta aveva basato il proprio record iniziale sulla solita eccellente difesa (95 punti concessi su 100 possessi, secondi dietro solo agli L.A. Clippers), e anche se l’attacco non brillava particolarmente (105.5, nella media Nba), la solidità nella propria metà campo bastava loro per posizionarsi al secondo posto nel differenziale tra punti segnati e subiti con un ottimo +10.5. Altre voci statistiche raccontavano dei soliti vecchi Hawks che abbiamo imparato a conoscere in questi anni: una squadra ben disposta a passarsi il pallone (18.8 assist per 100 possessi, secondi solo agli Warriors) e con un’ottima selezione di tiro (3° per percentuale effettiva dal campo), alla quale aggiungeva la quinta miglior presenza a rimbalzo, grazie all’inserimento di un Howard apparso ritrovato.

Il lato oscuro della luna — Dopo quel 17 novembre, gli Hawks sono crollati in maniera incomprensibile in entrambe le metà campo. Nelle ultime dieci partite l’attacco è il peggiore in assoluto della Nba (91.8 di rating offensivo) e la difesa si posiziona tra le peggiori dieci (21°), con un differenziale su 100 possessi di -14.9 che supera solamente quello dei derelitti Brooklyn Nets. Quando le cose vanno così male, la tendenza è quella di fare tutto da soli, cercando di raddrizzare la nave che affonda attraverso le iniziative personali. È esattamente il contrario di quello che ha reso gli Atlanta Hawks una delle migliori squadre della Eastern Conference negli ultimi tre anni: questi Hawks non si passano più il pallone (15.4 assist su 100 possessi, 26°), tirano malissimo dal campo (46.4%) e si è ripresentato anche il difetto storico della squadra, quello di fare fatica a rimbalzo (ne raccolgono solo il 48%, quart’ultimi in Nba).

Il tiro che non c’è — Uno dei motivi per cui questa versione degli Hawks fa così fatica è la mancanza di tiro da tre. In passato anche tiratori non eccezionali come Jeff Teague e DeMarre Carroll fornivano delle spaziature decisamente migliori per poter attaccare, specialmente nel continuo movimento di uomini e palla che contraddistingueva il sistema di Budenholzer. Oggi, con Dennis Schröder e Kent Bazemore in quintetto, Atlanta è la 26° squadra per percentuale da tre (32.5%) e la palla ristagna sempre più spesso nelle loro mani, anche perché il vero facilitatore della squadra, Al Horford, è volato a Boston e Dwight Howard — pur non avendo fatto male in questo inizio di stagione — è tutto tranne che un giocatore che apre il campo o organizza il gioco. “Dobbiamo tornare a fare le cose che rendevano speciale il nostro attacco — gente che si muove, gente che tira in punti del campo a loro congeniali, gente che fa il passaggio extra” ha commentato un preoccupato Kyle Korver. “Tutti sappiamo come funziona il nostro attacco quando giochiamo bene. Nelle nostre teste dobbiamo chiederci: come posso portare il miglior blocco possibile? Come posso passare il pallone il più velocemente possibile per fare in modo che il mio compagno la passi a un altro compagno? Come possiamo ricreare quella mentalità per cui si rinuncia a un buon tiro per uno ancora migliore? Sono le cose che ci hanno reso ciò che siamo, e al momento non le abbiamo più”.

Gli alibi — Ci sono anche altri motivi più basilari per cui gli Hawks sono andati così male. Il primo è il calendario, visto che otto delle ultime dieci partite sono state disputate in trasferta, di cui sei in un lungo e faticoso tour durato complessivamente otto giorni che ha impedito loro di allenarsi e sistemare i problemi in palestra. Il secondo è l’infortunio di un giocatore chiave come Paul Millsap, che ha saltato le ultime tre partite per una botta all’anca rimediata sul campo degli Utah Jazz. Il terzo è lo smascheramento del vero segreto dell’inizio la stagione, la panchina: nelle prime 11 partite le riserve degli Hawks erano le migliori in assoluto della Nba (+18.2 di Net Rating), nelle ultime dieci sono state le penultime della lega (-16.4). Probabilmente non era sostenibile il ritmo tenuto dai vari Sefolosha, Delaney e Hardaway, ma con il rientro di Millsap (la cui assenza ha scombussolato le rotazioni) è possibile che le cose si normalizzino almeno un po’. Bisogna fare presto però, perché l’ultima sconfitta coi Raptors li ha fatti scendere sotto il 50% di vittorie (10-11) e scivolare fuori dalle prime otto della Eastern Conference. Se coach Budenholzer non vuole mancare i playoff per la prima volta da quando siede sulla panchina degli Atlanta Hawks, dovrà trovare in fretta una soluzione.

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