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08 dicembre 2016

Stern, Paul e le sliding door di Clippers e Lakers

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Chris Paul e Kobe Bryant

Chris Paul e Kobe Bryant: assieme ma solo da avversari (Foto Getty)

Esattamente cinque anni fa l’allora commissioner David Stern annullava il trasferimento di Chris Paul da New Orleans a Los Angeles, sponda Lakers. Dopo solo quattro giorni, CP3 sarebbe finito ai Clippers. Cambiando per sempre la storia Nba a L.A.

I Lakers no. I Clippers sì, invece. Ma attenzione, non fu certo un capriccio personale. Cinque anni fa oggi – era l'8 dicembre 2011 – l'allora commissioner David Stern pose il veto a una trade a tre squadre che avrebbe portato Chris Paul in maglia Los Angeles Lakers (e non solo: Pau Gasol sarebbe finito a Houston, Lamar Odom, Kevin Martin, Goran Dragic, Luis Scola e una prima scelta ai New Orleans Hornets). Non lo fece, ovviamente, nelle vesti di commissioner, bensì come proprietario de-facto dei New Orleans Hornets (i Pelicans attuali), una franchigia che la Nba aveva acquistato un anno prima dallo storico proprietario George Shinn. Non un caso isolato, almeno nel mondo dello sport professionistico americano. Nell’hockey la Nhl aveva controllato direttamente diverse franchigie nel corso degli anni, tra cui anche i Phoenix Coyotes; allo stesso modo le Mlb per diverse stagioni avevano tenuto in mano i destini dei Montreal Expos, prima di spostarli a Washington, dove sarebbero diventati gli attuali Nationals. Il concetto con New Orleans era lo stesso: in forte difficoltà finanziaria – la squadra perdeva sul campo, gli spettatori erano in calo nelle ultime tre stagioni, i conti erano in rosso – la Nba aveva scelto di acquistare da Shinn la franchigia (per circa 300 milioni di dollari) in modo da gestirla temporaneamente ed evitare un drastico calo del suo valore sul mercato, in attesa di nuovi proprietari. Fatto salvo quindi - nel suo ruolo di proprietario provvisorio - l’assoluto diritto di David Stern a intervenire sullo scambio di mercato, quello che ancora a cinque anni di distanza fa discutere è altro. Punto primo: la lega aveva già affiancato al general manager di New Orleans Dell Demps una propria figura interna di governatore, Jac Sperling, assicurando a entrambi totali poteri di gestione sulla squadra. Che invece furono, nel caso in oggetto, brutalmente scavalcati dalla scelta di Stern di dire no allo scambio, convinto che per il bene degli allora Hornets la trade non fosse particolarmente vantaggiosa. Punto secondo: il mondo Nba stava uscendo proprio in quei giorni da uno spinossimo lockout.   

I Lakers che non furono - Lo stop che avrebbe portato al cancellamento di sedici gare sul calendario di ottantadue e di un'intera edizione dell'All-Star Weekend aveva avuto tra gli obiettivi quello di provare a equilibrare il potere delle squadre delle grandi città Usa con quegli small market team che non potevano godere di fascino e risorse comparabili. La trade organizzata dal gm dei Lakers Mitch Kupchak, invece, avrebbe clamorosamente avvantaggiato i Lakers, che liberi dai contratti di Gasol e Odom e con Andrew Bynum come intrigante asset di mercato, avrebbero potuto ancora dare l'assalto a Dwight Howard (che finì per arrivare a L.A. l'anno successivo), formando un trio Paul-Bryant-Howard di grandissimo fascino, perfetto per opporsi ai Big Three di Miami (Wade-James-Bosh). 

Pressioni - La quasi totalità dei proprietari Nba - infuriata dall'idea che la squadra di uno dei mercati più grandi e ricchi potesse ulteriormente rafforzarsi, proprio a lockout appena terminato - manifestò la propria insofferenza verso la decisione di Stern. In particolare si fece notare il proprietario di Cleveland Dan Gilbert, che non esitò a spedire agli uffici newyorchesi della lega una lettera piuttosto esplicita: "Commissioner, sarebbe una farsa permettere ai Lakers di concludere la trade di cui si discute". Non fu permesso, ma la decisione di Stern scatenò la reazione di Chris Paul (il suo tweet "Wow" lo potete leggere qui sopra) ma anche la fantasia di moltissimi: cosa sarebbe successe se CP3 avesse indossato il gialloviola? 

What if... - "Mitch [Kupchak] e i Lakers avevano architettato una trade che ci avrebbe portato al titolo Nba; anzi, a più titoli", furono le parole di Kobe Bryant. Il fascino di un backcourt Paul-Bryant ha popolato a lungo i sogni dei tifosi dei Lakers, ma non è l'unico scenario possibile che una trade del genere avrebbe generato. I Rockets (restati senza Gasol) finirono per utilizzare proprio il contratto di Kevin Martin per attrarre anni dopo James Harden da Oklahoma City. Se avessero avuto il catalano, invece, cosa avrebbero fatto i Thunder con Harden? Se l'avessero tenuto, insieme a Durant e Westbrook? Forse invece l'avrebbero ceduto ugualmente, ma a chi? E che dire di Lamar Odom? Ripudiato dai Lakers, invece dei Rockets accettò di essere ceduto a Dallas, ma coi Mavs andò malissimo. Un anno dopo si ritrovò fuori dalla lega, e forse anche da qui nascono parte dei problemi personali che lo hanno portato a un passo dalla morte. 

Le certezze - A fronte di tanti scenari solo eventuali, a cinque anni di distanza restano anche alcune certezze. La più evidente è la direzione diametralmente opposta imboccata da Lakers e Clippers da quel dicembre 2011: i primi, storicamente la squadra nobile della città, hanno collezionato solo 161 vittorie in 461 gare disputate, superando una volta sola (nel 2012) il primo turno di playoff e poi fallendone l'accesso dal 2013 a oggi; i secondi, da parenti poveri, sono diventati una delle realtà più forti della lega, vincendo una media di due partite su tre (278-139 il record da allora, 66.7%) e centrando per cinque anni di fila i playoff (mai oltre la semifinale di conference, però). Un'altra certezza, consegnata alla storia, è la seconda trade - questa volta approvata da Stern - che una settimana dopo portò Chris Paul dagli allora Hornets ai Clippers, in cambio di Eric Gordon, Chris Kaman, Al-Farouq Aminu e una prima scelta da Minnesota. L'ultima, su un tono più leggero, sono le parole del diretto interessato, che ricorda così il suo arrivo a Los Angeles, su una sponda invece che sull'altra: "Mi fermò un agente mentre stavo guidando e parlando al cellulare allo stesso tempo. Non sapevo che in California non si potesse fare, così gli spiegai che ero appena stato scambiato ed ero nuovo in città", racconta CP3. "Non gliene importò nulla: mi presi la mia bella multa". 

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