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03 gennaio 2017

NBA, il ritorno alla (dura) realtà dei Lakers

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D'Angelo Russell, Los Angeles Lakers

D'Angelo Russell si dispera dopo l'ennesima sconfitta dei suoi Lakers (Foto Getty)

Cosa è successo ai Los Angeles Lakers? Dopo il buon inizio di stagione, i gialloviola hanno perso 15 delle ultime 17 partite: viaggio all'interno del loro brutto periodo

Basta un dato: 2 vittorie, 15 sconfitte. Il record dei Lakers nelle ultime 17 gare, quello dal primo di dicembre a oggi: lo stesso, identico record collezionato lo scorso anno dal via della stagione al 1 dicembre 2015. “History repeats itself”, dicono in America, e i fan gialloviola di tutto il mondo temono che sia proprio vero, che la storia si stia beffardamente ripetendo, ancora una volta. Così, una città, una squadra e un esercito di tifosi che — archiviato il ventennio Bryant — erano speranzosi di poter voltar pagina e ricominciare a sognare, affrontano con timore l’idea che il nuovo foglio bianchi assomigli tristemente agli ultimi appena vergati, non certo tra i più belli da ricordare di un libro che contiene invece interi capitoli leggendari. La paura dei tifosi dei Lakers è quella che le recenti parole di Nick Young possano rivelarsi tremendamente vere: “O facciamo qualcosa in fretta, oppure torniamo a essere la squadra zerbino dell’intera lega”. Già, “torniamo”, dice Nick Young. Perché dopo tre annate finite dritte in lotteria (27-55, 21-61 e 17-65 i disastrosi record dell’ultimo triennio) e un biennio di reggenza Byron Scott chiuso con 38 vittorie e 126 sconfitte, dalle parti dello Staples Center alcune cose sembravano essere cambiate. Il vento pareva annunciare un futuro di bel tempo, fatto di cieli chiari e giorni soleggiati, più in sintonia con la storia della franchigia e con la reputazione californiana.

Dicembre — Subito, all’opener stagionale, era arrivata una vittoria contro gli Houston Rockets (sì, quelli oggi titolari del quarto miglior record di lega, con 26 successi e 9 sconfitte), primo squillo di tromba per annunciare tempi nuovi. Erano seguite tre sconfitte in fila, è vero, ma poi una vittoria a domicilio sul parquet degli Atlanta Hawks, una immediatamente successiva battendo i Golden State Warriors e altri successi di prestigio, come quello contro i Thunder — per la bellezza di cinque vittorie in sei gare. Dicembre si era chiuso con un altro successo contro i Chicago Bulls, il 10° dal via, obiettivo raggiunto solo a febbraio il campionato prima, con un record di (se questa storia fosse un fumetto aggiungeremmo “gulp!” ) 10-41. Invece no, dicembre va in archivio col record dei Lakers in perfetta parità, dieci vittorie e altrettante sconfitte — e un coro di voci già pronte a celebrare la nouvelle vague gialloviola, quella del suo 36enne allenatore Luke Walton e quella del nucleo di giovanissimi campioncini finalmente fuori dall’ingombrante cono d’ombra proiettato da Kobe Bryant (D’Angelo Russell, 20 anni; Julius Randle, 22; Jordan Clarkson, 24; e poi l’ultimo gioiellino, Brandon Ingram, seconda scelta assoluta all’ultimo Draft, solo 19). Di più: la panchina gialloviola si guadagnava titoli per essere la più prolifica di tutta la lega (e lo è ancora, di gran lunga: 49.2 punti a sera, i Nuggets secondi staccati a 42.4), guidata da un Lou Williams che oggi infatti è il miglior marcatore di squadra (oltre i 18 a sera col 37% da tre) e il top scorer tra i panchinari NBA insieme a Eric Gordon, anche se un dato statistico solo un po’ più raffinato (il net rating) rispedisce la second unit gialloviola al 18° posto nella lega, con un saldo negativo (-3.0). 

Zerbino — “Forse all’inizio di stagione abbiamo fatto meglio di quanto noi stessi ci aspettassimo — sono oggi le parole di coach Walton — ed è come se avessimo dimenticato le nostre priorità e il giusto focus che ci hanno permesso di ottenere quelle prime vittorie”. Perché se è vero — sono sempre parole del coach di L.A. — “che abbiamo dimostrato di poter battere chiunque in questa lega, quando giochiamo con intensità, difendiamo forte e ci passiamo il pallone in attacco”, è anche vero che tutto questo nell’ultimo mese abbondante ha smesso di accadere. La difesa, ad esempio, è la peggiore in assoluto della lega, concedendo 110.2 punti per 100 possessi (addirittura 113.6 nelle ultime 17 gare); i Lakers sono poi terzultimi per percentuale di assist (il famoso “passarsi la palla”), con un 52.9% che non solo impallidisce di fronte al 72% dei capofila Golden State Warriors, ma che peggiora ulteriormente se si prende in considerazione il rendimento dall’inizio di dicembre a oggi (50.3%). In questo stesso periodo i Lakers sfoggiano anche il peggior record assoluto di lega (peggio di Brooklyn, di Philadelphia e di Phoenix) e il net rating più basso (-11.1). Esattamente quello “zerbino” funestamente evocato da Nick Young, già diventato realtà. 

Analisi — Cosa sta succedendo a L.A.? Una piccola giustificazione (non scusa: giustificazione) può arrivare forse da qualche infortunio di troppo. Da fine novembre e poi per tutto dicembre, proprio nel momento in cui è iniziata la picchiata dei gialloviola, i Lakers hanno dovuto fare a meno per 13 gare (sole 3 vinte) di D’Angelo Russell, per 7 di Nick Young (sei perse) mentre Larry Nance Jr. è fuori dal 20 di dicembre e ne avrà per un mese circa. In un sistema come quello della democrazia waltoniana — dove ben nove giocatori sono oltre i 20 minuti di minutaggio medio ma nessuno tocca quota 30 — togliere pezzi importanti alla rotazione ha sicuramente minato fragili equilibri che stavano cercando di formarsi. I Lakers sono una squadra giovane, per questo quindi già più soggetta di suo a oscillazioni e rapsodici alti e bassi (sono ben 25 le partite in cui hanno avuto un vantaggio in doppia cifra, ma solo 12 le vittorie collezionate finora). Per cercare di gestirli al meglio, il mercato estivo di Mitch Kupchak e soci ha previsto il (dispendioso) arrivo di due veterani come Luol Deng e Timofey Mozgov. I 72 milioni per 4 anni investiti sul sudanese e i 64 (stessa durata) sul russo non stanno però dando i risultati sperati. Il primo ha cifre in calo rispetto alla passata stagione (disputata a Miami) sia per punti che per percentuale al tiro (8 punti a sera, sotto il 39%) e i Lakers sfoggiano un net rating migliore quanto lui è fuori (-4.6) di quando è in campo (-8.3). Discorso simile per l’ex Cav: a fronte di una produzione offensiva sostanzialmente invariata (attorno ai 13 punti a sera se parametrata su 36 minuti), sono in drastico calo le sue percentuali al tiro e il suo net rating è di gran lunga il peggiore (-13.4) tra quelli di tutti i titolari di coach Walton. Ancora peggio: non sembrano loro quelle figure di leadership capaci di imporsi nei momenti di sbando della squadra, se è vero come è vero che nelle ultime settimane a tenere la squadra a rapporto in spogliatoio ci hanno dovuto pensare Tarik Black (!) e Thomas Robinson (!!), cui in due separate occasioni Luke Walton ha ceduto la parola nella speranza di ottenere una scossa all’interno del gruppo.

Ottimismo — L’ex assistente di Steve Kerr a Golden State, però, cerca di restare a suo modo ottimista, avendo sicuramente messo in preventivo momenti del genere alla sua prima stagione intera da capo-allenatore, con in mano un roster affascinante ma acerbo e ancora non pienamente competitivo. “Ce la faremo, miglioreremo, troveremo il modo di tornare a vincere”, le sue parole alla squadra. “Il punto però è: quando? Vogliamo aspettare il naturale sviluppo di questo gruppo o vogliamo fare di tutto per accelerarlo? Quanto ci interessa realmente che già in questa stagione le cose migliorino sensibilmente?”. Se lo chiedono anche i tanti tifosi dei Lakers, ansiosi di tornare a sostenere una squadra da vertice. Quando?

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