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28 marzo 2017

NBA, arbitri al lavoro: eccoli dietro le quinte

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Tre arbiri in campo ma una imponente macchina tecnologica alle loro spalle, organizzata per metterli nelle migliori condizioni di lavoro possibile. Ecco uno sguardo curioso e inedito a cosa vuol dire oggi arbitrare una partita NBA

La gara è quella del 13 dicembre scorso, con i Chicago Bulls che ospitano i Minnesota Timberwolves. Sul parquet dello United Center  è di scena un trio di (futuri) campioni – Karl-Anthony Towns (n°32 sulla maglia), Andrew Wiggins (22) e Zach LaVine (8) – ma anche un secondo terzetto, che pur raccogliendo senza dubbio meno attenzioni ha un’importanza altrettanto strategica per la partita: sono Ed Malloy (n°14), James Williams (60) e Ben Taylor (46), ovvero la terna chiamata ad arbitrare la gara di serata. Dei tre è Malloy l’arbitro veterano, quello a capo delle terna, giunto alla 15^ stagione nella lega (e con 5 partite di finale NBA già a curriculum), mentre Williams e Taylor hanno rispettivamente sei e tre annate di esperienza alle spalle. Ad aiutarli, in collegamento con il Replay Center di Secuacus, New Jersey, c’è un quarto arbitro NBA, John Goble: assieme i quattro vanno a formare in tutto e per tutto una squadra, molto simile alle due impegnate in campo, Bulls e T’Wolves, da loro dirette. Già all’intervallo la terna riguarda assieme in spogliatoio alcune chiamate dubbie, per avere la certezza di aver preso le decisioni migliori, ma quando uno dei fischi ricade sotto le 15 casistiche denominate “triggers” – come nel caso di una gomitata di Taj Gibson ai danni di Gorgui Dieng, nel tentativo di andare a canestro dal post basso – scatta la richiesta di quello che potremmo chiamare l’aiuto da casa (ovvero dal New Jersey) che dà agli arbitri impegnati a Chicago l’opportunità di guardare l’azione incriminata da una prospettiva diversa, con immagini riprese da telecamere addizionali. 

Il binomio uomo&macchina – Inaugurato appena prima del via della stagione 2014-15 – dopo due anni di lavoro e un investimento stimato attorno ai 15 milioni di dollari – il Replay Center è stato costruito a Secaucus, New Jersey, già sede distaccata (rispetto agli uffici newyorchesi) di alcuni dei più importanti dipartimenti nei quali è strutturata l’azienda NBA. In collegamento con tutte le 29 arene, il centro prevede 20 postazioni di lavoro indipendenti, 17 delle quali destinate agli operatori chiamati a visionare le immagini incriminate, e riceve la bellezza di 12 feed diversi di ogni partita NBA in programma su singola serata. Le immagini grezze vengono immediatamente trattate e ridotte nelle clip utili alle diverse terne arbitrali impegnate sui campi, a seconda delle richieste scaturite dalle situazioni di gioco. Sono a disposizione per visionare tutte le immagini necessarie ben 94 monitor ad alta definizione, necessari a sopportare una mole di lavoro in costante aumento, dopo che i due trigger con cui la lega aveva inizialmente introdotto l’uso dell’instant replay nel 2002 (buzzer beater e falli allo scadere del tempo) sono nel frattempo diventati 15, includendo anche casistiche diverse che vanno dalla violazione dei 24 secondi all’interferenza a canestro, dal controllo sul numero dei giocatori in campo (sì, succede anche quello…) alle situazioni di clear path to the basket, per valutare i falli sui giocatori lanciati a canestro in solitaria. A consentire invii e ricezioni delle immagini dalla sede del Replay Center a ogni palazzetto NBA ci pensa una fibra ottica da 10 gigabyte capace di veicolare – in una giornata di calendario mediamente piena, con 7-8 incontri in programma – fino a un totale di 30 terabyte di video. Un dispiegamento di forze e tecnologia davvero spaventoso, fortemente voluto dal nuovo commissioner Adam Silver (entrato in carica nel febbraio 2014) per rendere l’arbitraggio NBA una scienza sempre più esatta. E lo spettacolo ne guadagna.

 

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