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14 aprile 2017

NBA, anteprima playoff: Golden State vs. Portland

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Steph Curry e soci sono i favoriti d'obbligo di una serie in cui i Blazers sperano di continuare nel solco degli ultimi due mesi, provando a rendere meno scontata una sfida all'apparenza senza storia

Steph Curry contro Damian Lillard è una di quelle sfide che rendono bene il senso dell’inizio del momento più bello dell’anno per tutti gli appassionati NBA, fatto di incroci continui tra stelle e gare scontate soltanto all'apparenza. I Golden State Warriors partono con tutti i favori del pronostico nel primo turno di playoff contro Portland (battuti in 15 degli ultimi 18 incontri), così come lo sarebbero contro qualsiasi tipo di avversario, lanciati dopo una stagione da 67 vittorie e non scalfiti neanche dall'assenza forzata di Kevin Durant causa infortunio per oltre un mese. Già, KD. Un upgrade non da poco per una squadra da record, da affiancare ai vari Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green, con il numero 23 mai come quest’anno decisivo nel dare equilibrio a un roster dalla spiccata predisposizione offensiva. Proprio contro i Blazers il prodotto di Michigan State ha giocato una delle sue partite simbolo, chiusa con una doppia doppia senza punti a 12 rimbalzi e 13 assist in una gara da 135 punti degli Warriors; i suoi furono soltanto tre, perché a mettere canestri a referto, mai come quest’anno, ci pensano gli altri. Dall’altra parte invece le vittorie sono state 41, raccolte da Portland con il 41% dei successi prima dell’All-Star Weekend, diventato poi 72% dopo il 19 febbraio. Una squadra lanciata contro una che non ha mai realmente rallentato, neanche dopo aver perso KD e cinque partite nel giro di due settimane: cosa volete di più?

Stato di forma delle squadre

Fossero rimasti in due squadre diverse, Durant e Curry in realtà sarebbero potuti tranquillamente essere dei candidati MVP, ma la decisione presa nell’estate scorsa dall’ex-Thunder aveva un chiaro obiettivo, quello di vincere il titolo, e soltanto le prossime settimane potranno dirci se i ragazzi di Steve Kerr saranno in grado di mantenere le aspettative. Gli Warriors nel frattempo hanno continuato a macinare record, chiudendo a quota 207 vittorie in regular season un triennio forse irripetibile e che, dati alla mano, non era mai riuscito a nessuno nella storia NBA (primi a mettere in fila tre stagioni da almeno 65 vittorie). L'interrogativo che resta alla vigilia di gara-1 riguarda il pieno recupero di Durant, ma a fornire la risposta migliore ci hanno già pensato in campo i suoi compagni di squadra, continuando a vincere dopo un iniziale momento di sbandamento dovuto più al calendario che ad altro. Golden State infatti ha chiuso con 2-4 di record nelle prime sei partite senza Durant, segnando 98 punti a partita e tirando con il 32% da tre. L’ultima sfida della serie è stata quella giocata a San Antonio senza i titolari, tenuti da Steve Kerr volutamente a riposo. Una scelta che ha scatenato enormi polemiche, ma che ha dato i suoi frutti, come dimostrato dalle 14 vittorie inanellate consecutivamente, interrotte soltanto dal ko interno (con i titolari fuori nella fase calda del match) contro i Jazz. Una vera e propria rivoluzione in quel di Oakland, ma qualcosa è cambiato anche in casa Blazers nelle ultime settimane. E non soltanto perché Lillard come suo solito ha deciso di sottolineare quanto sia inappropriato non prenderne in considerazione la candidatura per la gara delle stelle (Damian, non c'era davvero posto...), ma anche perché in Oregon è arrivato un giocatore che ha cambiato di molto l'aspetto offensivo di Portland come Jusuf Nurkic. I Blazers dopo il 19 febbraio hanno cambiato marcia, chiudendo la stagione con un record di 18-8 grazie all'esplosione del loro playmaker, passato da 25.7 a 29.7 punti e soprattutto da 49.8% a 55.2% di percentuale effettiva dal campo, legata a filo diretto con il migliorato Net Rating (da -2.3 a +8.8); una svolta che regala un minimo di speranza ai Blazers, come dichiarato dallo stesso Lillard pochi giorni fa: “Siamo cresciuti e molto migliorati nell’arco della stagione: adesso siamo in grado di dare fastidio a chiunque. Dovessi fare un pronostico direi: Blazers in 6".

I precedenti

Un cambiamento necessario, visto che a guardare gli scontri diretti di questa regular season vengono certamente i brividi a coach Stotts, consapevole del fatto che quest'anno neanche una prestazione da 51 punti di Lillard potrebbe bastare per vincere contro Golden State. Certo è che gli incroci stagionali sono arrivati molto presto in questa stagione, ma qualche indicazione di tendenza possiamo comunque trarla. Di base, non c'è stata mai partita: gli Warriors hanno vinto tutte e quattro le gare, ognuna delle quali ha avuto andamenti e temi differenti. La prima, quella del 1 novembre, nonostante risalga a un paio di ere geologiche fa, è forse la più indicativa perché giocata a Portland (che sarà l'unico campo su cui i Blazers avranno un minimo di margine per provarci) e perché tutte e due le squadre erano al completo. A deciderla furono 23 punti nel solo terzo periodo di Curry, che spaccò letteralmente in due un match fino a quel punto in equilibrio, eccezion fatta per le difficoltà croniche della difesa di Portland nel riuscire a trovare un antidoto a Kevin Durant. In meno di due quarti “KD” infatti si prese gioco prima di Maurice Harkless, poi di Ed Davis e infine di Al-Farouq Aminu. Alla fine ci provò anche C.J. McCollum: respinto con perdite. Le due sfide della Oracle Arena invece ci raccontano poco, visto che nella prima gli Warriors veleggiarono oltre i 40 punti di scarto (30 con 11/13 al tiro per Durant) e nella rivincita due settimane dopo i Blazers restarono a lungo in partita nonostante l'assenza di Lillard, senza mai riuscire però a passare in vantaggio negli ultimi 20 minuti di partita. L'ultimo incrocio risale al 29 gennaio: Steph Curry non era in campo e a condurre Golden State ci pensò indovinate chi? Ma ovviamente Durant, con 33 punti e la solita partita decisiva ed essenziale.

la prima partita stagionale tra le due squadre

Punti forti & deboli

In realtà tutta la stagione degli Warriors può essere racchiusa in quei due aggettivi, i più adatti forse a raccontare di una squadra che può disporre del migliore attacco NBA (113.5 punti per 100 possessi) e della seconda miglior difesa (101.2 di rating difensivo). Cercando difetti e incongruenze nei numeri si potrebbe fare notte, soprattutto tenendo conto della sinfonia che coach Kerr è riuscito comporre, nonostante gli straordinari solisti a disposizione. Golden State infatti quest'anno ha terminato 50 partite con 30 o più assist a referto: soltanto i Los Angeles Lakers dello Showtime del 1984-85 sono riusciti a raccoglierne di più nella storia NBA (52). Tutte le altre al confronto impallidiscono: i Denver Nuggets, secondi, hanno concluso soltanto 18 partite con almeno 30 passaggi vincenti. A questo poi gli Warriors sommano una panchina che, nonostante in molti pensassero fosse uscita indebolita dal mercato estivo, in realtà si è rivelata seconda soltanto a quella degli Spurs per Net Rating (+7.7), ben otto volte capace di realizzare 50 o più punti. In due di quelle otto volte la vittima è stata proprio Portland, la cui panchina spesso e volentieri si è limitata a non compromettere ciò che di buono (o di cattivo) aveva prodotto un quintetto rimasto orfano nelle ultime due settimane di Jusuf Nurkic, l'uomo della provvidenza che ha rivestito da subito un ruolo che in pochi avrebbero pronosticato: "Con lui abbiamo a disposizione delle opzioni che sono mancate alla squadra negli ultimi due anni”, ha spiegato più volte Lillard. “Può passarla, può segnare e può bloccare in modo magnifico lontano dalla palla. Grazie alle sue letture riusciamo a rendere molto più efficace il nostro gioco fatto di continui tagli. Possiamo fidarci del suo Q.I cestistico". Un'investitura non da poco, ripagata dal centro bosniaco con una partita che non si vedeva da 14 anni in NBA (a firma Kevin Garnett) e soprattutto con la decisiva prestazione nella vittoria contro Denver, alla quale ha fatto seguito una dedica che di certo non ha fatto piacere ai suoi ex tifosi e alla sua ex squadra: “Gli auguro una buona estate”.

Matchup

La serie contro Golden State però potrebbe rivelarsi molto in salita per Nurkic, e non solo a causa del rientro post-infortunio. Gli accoppiamenti difensivi contro una squadra che spesso e volentieri schiera cinque esterni potranno risultare improbabili, costringendolo a limitare i suoi minuti in campo. Golden State infatti riesce ad essere fisica e riempire l'area anche quando gioca con Green da "5", potendo sfruttare un più che sottovalutato rimbalzista come Kevin Durant (8.3 di media, mai così tanti in carriera). Le difficoltà in casa Warriors potrebbero nascere nelle assegnazioni difensive, visto che Kerr ha dato più volte dimostrazione di non poter fare sempre affidamento sulle doti da stopper di Steph Curry (non ultima, la gara di Natale contro Cleveland). Non potendo prendere in consegna né Lillard (Thompson), né McCollum (Iguodala), a lui spetterà l'Al-Farouq Aminu o l'Allan Crabbe di turno: attaccanti certamente di secondo piano rispetto al backcourt dei Blazers, ma che dovranno essere bravi a sfruttare la loro fisicità e portare Curry vicino a canestro, oltre che farlo lavorare e tenerlo impegnato in fase di non possesso. I Blazers inoltre sono ottavi per triple realizzate e settimi per percentuale: un'arma più che valida, se non si giocasse contro l'eccellenza anche in quel fondamentale. Certo che il 32.9% del già citato Aminu potrebbe fare la differenza, in un contesto in cui capitalizzare sulle difficoltà dell'avversario diventa questione di vita o di morte. In un ipotesi di quintetto con cinque piccoli, fondamentale sarà il 44.4% di Crabbe dal'arco e magari anche il 35.1% di Harkless (che ai playoff sarà finalmente "libero" di tirare). Se fosse invece Golden State ad aver bisogno di fisicità, i vice campioni NBA hanno a disposizione anche un'altra carta da giocare: in un articolo pieno zeppo di numeri, infatti, il più “incredibile” per la squadra che più di ogni altra ha fatto sua l'arte dello small-ball, è quello di essere riuscita a rendere JaVale McGee il miglior giocatore NBA per Net Rating (+18.4). Nessuno fa meglio di lui in tutta la NBA. Dovesse servire un centro, Steve Kerr sa già a chi rivolgersi.

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