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08 maggio 2017

NBA: Toronto Raptors, è arrivato il momento della rivoluzione?

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Low

I Raptors sono andati a sbattere anche in questi playoff contro LeBron James e i suoi Cleveland Cavaliers, dimostrandosi incapaci di fare un passo in più rispetto allo scorso anno. Ma le due stagioni più vincenti della storia della franchigia possono davvero essere considerate un fallimento?

Kyle Lowry ieri sera si è presentato all’Air Canada Center in total black con un completo adatto più a un funerale che a una partita di pallacanestro, scatenando l’ironia di molti sui social. Quasi un presagio nefasto per quella che potrebbe essere stata l’ultima esibizione dei Toronto Raptors per come abbiamo imparato a conoscerli negli ultimi anni; una squadra che ha raggiunto l’apice del rendimento nell’ultimo biennio, andando poi inevitabilmente a sbattere contro James e i suoi Cleveland Cavaliers, nettamente più forti dei canadesi. “Se avessimo avuto LeBron in squadra, avremmo vinto certamente anche noi”, racconta un tanto banale quanto rammaricato DeMar DeRozan al termine del 109-102 incassato dai Raptors che è coinciso con la fine della loro corsa playoff. Certo, il numero 23 dei Cavaliers è spesso e volentieri la discriminante che sposta il conto dalla colonna dalle L di sconfitta a quella delle W di vittoria, ma Toronto ha più volte dimostrato di essere la principale rivale di Cleveland in questi ultimi anni, quantomeno a livello di record. La domanda di fondo però resta: se non riesci a battere LeBron James, devi considerare come fallimentare la tua stagione?

Le ambizioni dei Toronto Raptors

A vincere si fa presto l’abitudine, ed è facile dimenticare i lunghi periodi in cui i playoff restavano soltanto un miraggio all’orizzonte, una divertente disputa da guardare in TV da aprile in poi. Questa nuova versione dei Raptors invece partecipa da quattro anni alla post-season (record di franchigia), oltre ad essere la squadra che in questo lasso di tempo ha vinto più di tutte in regular season ad Est. Anche più dei Cavs, che scontano in questo calcolo l’ultima stagione prima del ritorno a casa del Re. I Raptors nella loro storia non erano mai riusciti a vincere 50 partite in una singola stagione prima della scorsa annata, quando i ragazzi di coach Casey sono riusciti a mettere insieme 56 vittorie (dopo le 48 e 49 del biennio precedente). Impresa replicata a stretto giro anche quest’anno, nonostante l’infortunio di Lowry abbia costretto i canadesi a rinunciare al secondo posto che avrebbe rimandato alle finali di Conference l’inevitabile incrocio con LeBron. Nella Eastern Conference da sette anni a questa parte non si sfugge, alla fine bisogna sempre fare i conti con lui. Ma una squadra come Toronto deve misurare le proprie ambizioni rispetto a chi può disporre di uno dei giocatori più forti nella storia del gioco? È quello il metro di paragone? La NBA è una lega spietata contro la mediocrità, un sistema a tratti simile a quello capitalistico che non lascia scampo a chi non riesce a fare ogni anno un passo in avanti. Davanti alle importanti scelte che il mercato porrà di fronte alla dirigenza bisogna chiedersi: questo gruppo di giocatori è in grado di garantire ulteriore marginalità, di portare a casa risultati migliori? E, soprattutto, può farlo con questo allenatore?

Il canestro decisivo di Lowry in gara-2 contro i Bucks: l'unico acuto ai playoff del n°7

Lowry, restare o tornare a casa a Philadelphia?

“Questa estate sarà molto difficile, ma ogni off-season è complessa. Cercheremo di tenere il passo dei ragazzi più grandi”, intesi come i Cavs di LeBron James, da tre anni in fila in finale di conference. Per riuscirci però bisognerà capire cosa fare di Kyle Lowry, il vero nodo di mercato dell’estate dei Raptors. Il giocatore 31enne è in scadenza e in estate può andare a caccia di un quinquennale da oltre 200 milioni di dollari con Toronto, oppure “accontentarsi” di un quadriennale che peserebbe una cinquantina di milioni in meno, garantendogli la possibilità di andare via a giocarsi il titolo da un’altra parte. Oppure ritornare a casa a Philadelphia, come filtrato da alcune indiscrezioni nelle ultime ore, diventando la chioccia attorno al quale far cresce uno dei roster più giovani e talentuosi dell’intera NBA. I dubbi della dirigenza canadese non sono soltanto legati agli infortuni che via via stanno diventando sempre più frequenti per il numero 7, ma anche dovuti al crollo delle prestazioni della point guard quando i match diventano più impegnativi da aprile inoltrato in poi. Nonostante il 46% dal campo di questa post-season sia il miglior risultato raccolto in carriera, la sua imprecisione e incostanza è stato uno dei fattori del solito crollo dei Raptors, spesso e volentieri il peggior attacco tra le squadre arrivate ai playoff. Il 2/11 con cui ha esordito nella serie contro Milwaukee è il sintomo di quanta difficoltà possa incontrare questa squadra decidendo di affidarsi a un giocatore che palesemente non può garantire un ulteriore scatto in avanti.

Un roster da rivoluzionare

“Dobbiamo valutare cosa vogliamo essere. Al momento è una domanda a cui bisogna trovare una risposta”, prosegue il GM dei Raptors, tenendo conto che assieme a Lowry ci sono da valutare anche i contratti di Serge Ibaka (la “follia” di febbraio per provare a essere competitivi che non ha portato ai risultati sperati), P.J. Tucker  e Patrick Patterson. Tutti i lunghi tranne Jonas Valanciunas, quello che in realtà la dirigenza avrebbe tutti gli interessi a scambiare, visto il ruolo marginale che il centro lituano si è ritrovato a rivestire nell’ultimo di spezzone di stagione. I suoi 46 milioni garantiti (più player option per il 2019-20 da oltre 17 milioni), assieme ai 44 del prossimo triennio da versare nelle tasche di DeMarre Carroll, sono un macigno che rende impossibile pronosticare un rinnovo in blocco di tutto il gruppo di giocatori in scadenza. Mantenere intatta la squadra vorrebbe dire spendere non meno di 25-30 milioni di tassa di lusso già dal prossimo anno, mantenendo in piedi una squadra che non è attrezzata per ambire al ruolo di contender. Con Norman Powell e altri giovani interessanti in rampa di lancio e a caccia di una possibilità, riempire così tanto il cap potrebbe complicare ancora di più l’assunto, costringendo Toronto a dover fare altre scelte dolorose nei prossimi anni. Conservare del margine d’azione sul mercato, lasciando spazio salariale libero da poter impegnare in futuro sembra essere l’opzione da percorrere.

I 37 punti di DeRozan nella sconfitta in gara-3 contro i Cavs

Le colpe di coach Dwane Casey

Rivoluzionare la squadra vorrebbe dire poi licenziare anche Dwane Casey, dando il benservito all’allenatore di gran lunga più vincente della storia dei canadesi con ancora due anni di contratto da sei milioni di dollari per stagione. Da più di un anno non viene esonerato un allenatore in NBA (Dave Joerger è stato l’ultimo, licenziato dai Grizzlies e accasatosi poco dopo ai Sacramento Kings) e il coach dei Raptors sembra essere uno dei maggiori indiziati per diventare il prossimo. Qualora la dirigenza decidesse di confermarlo, però, diventerebbe quello con la più lunga permanenza in panchina tra gli allenatori che non hanno vinto il titolo durante il loro incarico. Un coach a cui in molti rimproverano l’incapacità di garantire una costanza di rendimento offensiva credibile, con Toronto che anche quest'anno è stata la squadra che ha messo a referto il minor numero di assist (solo 18.5 a partita). Un risultato dovuto anche alle scelte fatte da un attacco disfunzionale in un’epoca in cui non si può più fare a meno del tiro da tre punti. Un riflesso quasi incondizionato legato a doppio filo alle attitudini di DeMar DeRozan, una star sui generis con sole 236 triple mandate a bersaglio in otto anni di carriera (meno delle 240 realizzate da Kemba Walker in questa singola stagione, per rendere l’idea). “Proverò in tutti i modi a tornare più forte di prima il prossimo anno, come ho sempre fatto in queste stagioni. Il resto del lavoro poi dovrà farlo la dirigenza”, ha commentato il numero 10 poco prima del "rompete le righe", preludio al lungo periodo di vacanza estivo. L’obiettivo, con le dovute proporzioni visto il talento a disposizione, è quello di non diventare “i Clippers della Eastern Conference”, un'eterna incompiuta ma in grado di sbocciare: per riuscirci però c'è bisogno di fare scelte coraggiose.

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