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24 maggio 2017

NBA, i Miami Heat e la “questione Chris Bosh”: soluzione in arrivo?

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Chr

Secondo quanto dichiarato in via confidenziale dallo stesso giocatore, sembrerebbe esserci un accordo di massima che permetterà agli Heat di alleggerire il cap dal pesante contratto del numero 1, garantendo allo stesso tempo a Bosh di poter provare a ritornare in campo

Perso. Ripresa. Alla ricerca di sé stesso. Bivio. Sogni. Difficile raccontare meglio la traiettoria descritta dalla vita di Chris Bosh negli ultimi due anni, da quando in quel dannato 2015 è stato costretto a fermarsi a causa di dolori lancinanti, che dopo un’immediata ospedalizzazione si sono rivelati essere un principio di infarto, dovuto a dei coaguli di sangue che rendono difficile la circolazione dello stesso all’interno del corpaccione del numero 1 degli Heat, oltre a compromettere la respirazione. Le cinque parole sono i titoli delle puntate del documentario che lo stesso Bosh ha contribuito a produrre qualche mese fa in collaborazione con Uninterrupted, dal titolo #BoshRebuilt. “Tutti quanti guardano a te quando sei sotto i riflettori, quando stai festeggiando dopo una vittoria. Nessuno in realtà conosce la parte oscura, quando le cose non vanno bene e quando la salute non ti permettere di fare ciò che più ami al mondo”. Queste le parole con cui il due volte campione NBA inizia il suo racconto, fatto di un continuo via vai da un ospedale a un altro, da un medico a un altro per nove lunghi mesi, quelli che sembravano averlo rimesso definitivamente in sesto. Cinquantatré partite e 19 punti di media dopo però, arriva prima l’undicesima chiamata all’All-Star Game e poi il nuovo crollo, quello che non gli permette di partecipare alla partita delle stelle e che pone fine alla sua carriera. Almeno a detta dei medici.

Alla ricerca di un modo per tornare in campo

Tutto minuziosamente documentato dallo stesso Bosh, in un video rilasciato all’inizio di questa stagione con il chiaro intento di accendere i riflettori sulla sua situazione, di sottolineare come la sua voglia di tornare a giocare sarebbe stata qualcosa con cui la dirigenza degli Heat avrebbe dovuto fare i conti. “Se un medico mi dice che non potrò giocare mai più, ma le mie sensazioni sono diverse, sento di avere il diritto di non essere d’accordo con lui. So di avere il talento necessario, un dono così grande per poter tornare a giocare a basket”. Un ragionamento di un uomo accecato dalla voglia di riallacciare le scarpe e calcare il parquet, alla ricerca di articoli scientifici, di uno specialista e forse di giustificazioni che gli permettano di vestire nuovamente una maglia NBA. “Quale famiglia sarebbe così folle da permettergli di provare a tornare in campo, qualora non pensassimo tutti che in realtà per lui è possibile riuscirci senza rischi? Potrei mai pensare di mettere a rischio la vita del padre dei miei cinque figli?”. La moglie è con lui e il messaggio lanciato arriva forte e chiaro: non ci arrenderemo di fronte a quanto dichiarato dallo staff medico degli Heat.

Gli Heat con le mani legate

La domanda sorge spontanea: perché allora tirare fuori questa storia a mesi di distanza? Perché tutto questo sembra poter giungere a una conclusione nelle prossime settimane. Pat Riley e il front office di Miami infatti hanno dovuto convivere con la volontà del giocatore, impossibilitati in ragione di questa a fare quello che in teoria è previsto dagli accordi:  dichiararlo non idoneo e scaricare così dal salary cap il suo contratto. A un anno di distanza dall’ultima partita disputata infatti, è previsto che la franchigia in questione possa richiedere una visita medica per verificarne l’idoneità e, di comune accordo con l’associazione giocatori, nominare un medico che garantisca indipendenza nella sua valutazione. Fin qui per Miami nessun problema, visto che più volte gli specialisti della lega hanno ribadito come non fosse possibile per Bosh ritornare in campo. In quel caso la squadra della Florida continuerebbe a corrispondere i 52 milioni di dollari previsti dal contratto al numero 1 nei prossimi due anni, senza che però vengano conteggiati all’interno del cap. Però (sì, c’è un però), qualora Bosh dovesse ritornare a disputare 25 partite nei prossimi due anni con un’altra squadra NBA, questo beneficio verrebbe sospeso, facendo schizzare alle stelle il monte ingaggi degli Heat, costretti in quel caso poi a spendere milioni in milioni in tassa di lusso. Un'eventualità che ha cristallizzato la situazione, visto che inoltre nessun'altra squadra NBA sembrava essere intenzionata a scambiare asset per inglobare un contratto così oneroso per un giocatore dalla precaria condizione fisica.

Verso una soluzione?

Una modifica nel contratto di lavoro che lega i giocatori e la NBA sembra però aver finalmente risolto lo stallo, andando incontro alle esigenze di entrambe le parti. Secondo quanto raccontato dallo stesso Bosh alla dirigenza di una squadra NBA non meglio specificata, l’ex capitano dei Toronto Raptors e gli Heat avrebbero raggiunto un accordo orale di massima grazie al quale Miami continuerà a pagare i 52 milioni di dollari (coperti in parte dall’assicurazione), senza doversi preoccupare di un eventuale ritorno in campo di Bosh; anche in quel caso infatti, quella cifra non comparirà più all’interno del salary cap degli Heat, che si ritroverebbero così ad avere a disposizione altri 25 milioni da poter investire in una free agency che servirà a garantire l’innesto di quel paio di giocatori che potrebbero riportare ai playoff Miami dopo un solo anno di (immeritata) assenza. Il 5 maggio scorso l’associazione giocatori ha ribadito che non è in atto alcun tipo di contrattazione tra Bosh e la dirigenza della Florida, mentre Pat Riley ha sottolineato a fine stagione: “Non c’è nessuno nell’intera lega che stia peggio di me pensando alla situazione di Chris Bosh”. Dichiarazioni che consolano soltanto in parte il numero 1 degli Heat: “È un business, poche storie. Allenatori, giocatori e proprietari continueranno a negarlo, ma fondamentalmente è sempre un problema di soldi. Ma visto il ruolo da presidente degli Heat che ricopre, capisco quello che sta facendo”. 

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