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03 giugno 2017

NBA Finals, Warriors: Durant, Curry e un maestro speciale di nome Nash

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Poter assistere a un allenamento dei Golden State Warriors è l'occasione giusta per vedere che tipo di stimolo reciproco Steph Curry e Kevin Durant siano uno per l'altro in palestra, prima di sentirlo poi direttamente dalle loro parole. Con Steve Nash regista occulto...

OAKLAND — Veder giocare assieme Steph Curry e Kevin Durant è uno spettacolo unico, e gara-1 di finale NBA ne ha fornito l’ennesima dimostrazione: 66 punti in due (28 il primo, 38 il secondo) ma anche 18 assist e 14 rimbalzi combinati. Al primo allenamento aperto ai giornalisti dopo la vittoria nella gara di esordio della serie, però, lo spettacolo è diventato anche vederli allenarsi assieme, impegnati  in una gara di tiro all’interno della practice facility di Golden State. Gara a cui sono seguite simili parole di ammirazione reciproca: "Quando hai l'opportunità di allenarti e giocare con uno dei migliori di sempre — l’opinione di Durant su Curry — ne approfitti per osservare il tipo di preparazione e il tipo di workout che conduce in palestra. Mi sono sempre domandato come riuscisse a fare certe cose in campo e ora finalmente — vedendo da vicino il tipo di lavoro che fa in palestra ogni giorno — l’ho capito. Ho scoperto che Steph è una sorta di robot, uno che lavora con una costanza incredibile. Alcune delle tecniche di allenamento che usa sono interessantissime, in particolare l’attenzione alla parte centrale del suo tiro in sospensione, all’equilibrio del suo corpo nelle situazioni di pick and roll ma anche gli esercizi particolari di ball handling. Steph in allenamento prova in continuazione tutta una serie di movimenti col suo corpo che magari non replicherà mai in partita, ma che sono una specie di sfida con se stesso per testare i suoi stessi limiti fisici. Da quando siamo diventati compagni ho voluto farlo anch’io, e così questo tipo di sfida è diventata reciproca”. 

Una macchina da canestri: l'allenamento al tiro di Steph Curry

Esercizi in stile Karate Kid per Steph Curry

Uno stimolo reciproco confermato anche dalle parole che escono dalla bocca del n°30 degli Warriors: “A questo livello la maggior parte di noi giocatori trova internamente le proprie motivazioni, non ha bisogno di cercarle altrove, perché sappiamo cosa ci vuole per continuare a migliorare anno dopo anno, restare in forma e restare soprattutto stimolati. Allo stesso tempo, però, quando lavori con un gruppo di compagni che inseguono tutti l’obiettivo della grandezza, senza mai tradire il gioco, puoi sicuramente approfittare dell’ulteriore energia che si sprigiona dalla vicinanza con campioni di questo tipo. Con KD è così: guardando come allena la sua coordinazione di piedi ho iniziato anch’io a fare esercizi che non avevo mai fatto prima. Nel mio riscaldamento prepartita ho inserito una routine che assomiglia un po’ agli esercizi stile Karate Kid — sull’equilibrio e sulla postura — che ho imparato proprio da Kevin [Durant] e da Steve Nash. Per mantenersi sempre stimolati nel corso di una lunga carriere gli input che arrivano da campioni del genere sono fondamentali”.

Un consulente di nome Steve Nash

Già, Steve Nash. Se l’influenza dell’ex point guard di Mike D’Antoni ai Phoenix Suns su Steph Curry è già stata documentata ed è facilmente intuibile, anche il neo arrivato in casa Warriors ha confessato di aver approfittato della presenza nello staff — in qualità di consulente speciale — del due volte MVP per carpirgli qualche segreto. “Con Steve ci siamo conosciuti tramite amici comuni, dopo che io l’ho sempre ammirato moltissimo per tutto quello che è stato capace di fare nell’arco della sua carriera. Nash è un giocatore di 1.90, per nulla atletico, capace di diventare due volte MVP della nostra lega. Ha saputo ottimizzare tutto il suo talento: mai un movimento sprecato, sempre grandissima attenzione all’equilibrio del suo corpo, ha perfezionato tutti i tipi di tiri — dal floater ai runner, i tiri in corsa, fino a quelli a una mano — provandoli a lungo in allenamento. Quando vedevo le cose che riusciva a fare in campo mi veniva naturale volerci riuscire anch’io”. A giudicare dall'arsenale offensivo messo in mostra in gara-1, il n°35 di Golden State può dire di esserci riuscito.

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