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04 giugno 2017

NBA Finals, cosa devono cambiare i Cavs in gara-2?

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I Cleveland Cavaliers non possono più permettersi errori come quelli di gara-1: ecco cinque aggiustamenti che possono provare per pareggiare la serie contro i Golden State Warriors. Diretta su Sky Sport 2 dalle 02.00

Da un certo punto di vista, i Cleveland Cavaliers sono ancora perfettamente in corsa. L’obiettivo per qualsiasi squadra che inizia una serie in trasferta è di vincere almeno una delle prime due partite per prendersi il fattore campo, e da lì in poi cercare di difenderlo tra le mura amiche per evitare di giocarsi tutto a gara-7 sul campo avversario. La batosta subita in gara-1 era per certi versi prevedibile, perché abituarsi al ritmo a cui giocano questi Golden State Warriors è un’impresa già di suo – e ci vuole tempo per abituarsi alla “danza” a cui ti costringono con il loro stile di pallacanestro unico. Ad ogni modo, l’obiettivo per i Cavs è ancora alla portata: “Arrivando qui a Oakland, la nostra missione è di rubarne una in trasferta. Due sarebbero state perfette, ma una l’abbiamo già sprecata” ha dichiarato Iman Shumpert dopo il primo episodio della serie, riassumendo un po’ il pensiero comune nello spogliatoio dei campioni in carica. Ad ogni modo, se l’obiettivo non è cambiato, quello su cui i Cavs devono necessariamente lavorare è il modo per riuscire a raggiungerlo – perché un’altra prestazione come quella di gara-1 equivale a sconfitta certa, e non capita tutti gli anni di rimontare da 0-2 contro un “All-Time Great Team” come questi Golden State Warriors.

Aggiustamento n.1: concentrazione, intensità, fisicità

In qualsiasi serie, gli aggiustamenti tattici da una partita e l’altra ricoprono un ruolo decisivo per le sorti del risultato finale. Molte volte, il primo e più importante aggiustamento è quello di giocare meglio – con più concentrazione, più intensità, più fisicità. Sarà banale, ma è sempre quello il primo passo da fare prima ancora di qualsiasi cambiamento tattico pensato dal coaching staff, e non è un caso che i Cavs nei giorni di attesa prima di gara-2 ne abbiano parlato apertamente: “Contro questa squadra, non si può semplicemente giocare duro” ha dichiarato Tristan Thompson, totalmente scomparso in gara-1 con 0 punti e 4 rimbalzi a causa dei continui raddoppi su di lui in fase di taglia-fuori. “Bisogna giocare ad un livello che va oltre il limite. Si deve dare assolutamente tutto”. Gli extra-possessi garantiti da un rimbalzista offensivo del livello del canadese – e quelli da evitare sotto il proprio canestro che hanno fatto malissimo a Cleveland nel primo tempo – sono assolutamente cruciali contro Golden State, perché tirare 20 volte in meno rispetto a loro equivale a sconfitta sicura – e il controllo dei possessi è un’altra delle chiavi della sfida.

Il mini-movie di gara-1

Aggiustamento n.2: controllare le palle perse

Un altro imperativo categorico per Cleveland è quello di tenere sotto controllo le palle perse, specialmente le “live ball turnovers” che innescano immediatamente opportunità di contropiede per i padroni di casa, che alla Oracle Arena sono semplicemente inarrestabili quando giocano in campo aperto. La fase di transizione è allo stesso tempo il punto più forte degli Warriors e il punto più debole della difesa dei Cavs: per questo non si possono separare nettamente le due “fasi” tra attacco e difesa, perché contro gli Warriors è la prima a influenzare direttamente la seconda.  Limitare le palle perse in attacco significa concedere meno opportunità agli avversari di giocare sul loro terreno preferito, nascondendo quindi di più il proprio tallone d’Achille: per Cleveland sarà assolutamente fondamentale non perdere più 20 palloni come fatto in gara-1, ma anche forzarne di più rispetto agli zero di gara-1 e convertire i tiri al ferro con percentuali decisamente migliori rispetto al 39% tenuto nei primi tre quarti giovedì notte – altrimenti subire contropiede è pressoché automatico.

Aggiustamento n.3: giocare di più a metà campo

Nei giorni antecedenti a gara-2 i Cavs hanno parlato apertamente della fiducia che hanno nel poter giocare anche ad alti ritmi contro gli Warriors, procurandosi migliori opportunità di tiro e di contropiede scegliendo scientificamente quando e come correre. Un equilibrio difficile da raggiungere, ma nelle finali dello scorso anno la sfida nei punti in contropiede finì 115-66 in loro favore – un vantaggio decisivo in una serie che, prima della tripla di Kyrie Irving, era sul 699 pari tra le due squadre. Questi Golden State Warriors però sono decisamente migliori rispetto a quelli incerottati e stanchi dello scorso anno, tanto è vero che gara-1 si è conclusa sul 27-9 per i “Dubs” in una gara da 102 possessi. I Cavs non possono più permettersi di farsi travolgere dal gioco in transizione dei vari Durant e Curry, e pur potendo contare su due straordinari giocatori come LeBron James e Kyrie Irving quando hanno “campo” per attaccare in velocità, in questa particolare serie avrebbe più senso abbassare il numero di possessi e renderla una sfida a metà campo, dove anche in un blowout come in gara-1 hanno fatto un lavoro difensivo quantomeno decente (0.89 punti per possesso, complici però errori banali e non caratteristici sotto canestro, oltre al 3/16 di Klay Thompson).

Le immagini di gara-1 sulle note dei Linkin Park

Aggiustamento n.4: sfruttare i cambi in post basso

In gara-1 i Cavs hanno provato a riproporre lo stesso canovaccio tattico utilizzato lo scorso anno per ribaltare la serie: attaccare Steph Curry in tutti i pick and roll. Questa volta però gli Warriors erano decisamente più pronti per questa evenienza che attendevano ormai da un anno e hanno coperto il numero 30 ad ogni occasione, specialmente con le rotazioni di Draymond Green e di Kevin Durant dal lato debole per tappare ogni falla. Cambiare su tutti i blocchi come fanno gli Warriors però lascia la possibilità a Cleveland sostanzialmente di “scegliersi” l’accoppiamento da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il caro, vecchio post basso: i campioni in carica possono forzare un cambio di proprio gradimento e mandare a lavorare in post i vari Kevin Love (che dopo i primi due possessi andati male contro Klay Thompson non è più stato coinvolto) e soprattutto LeBron James per guadagnare viaggi in lunetta, trovare canestri da più vicino e sfruttare i raddoppi per creare opportunità di tiro per i compagni. Tutti elementi che possono aiutare ad abbassare il ritmo della gara e renderla un po’ più “sporca”, un po’ come fatto nelle finali del 2015 per colmare il sensibile gap di talento nei confronti degli avversari. Ovviamente anche questa tattica ha i suoi svantaggi, perché Golden State non ha così tanti punti deboli da poter attaccare, anticipa benissimo gli “entry pass” grazie a velocità e lunghezza di braccia, e può contare sul miglior difensore in aiuto della lega in Draymond Green.

Aggiustamento n.5: coinvolgere Green in uno-contro-uno

Come scritto da Mike Prada di SB Nation, Green è al suo meglio quando può leggere il gioco, comunicare agli altri cosa fare e mettere le mani sul pallone, qualità che lo rendono un difensore in aiuto assolutamente irripetibile. Cleveland però in gara-1 è riuscita ad attaccarlo in uno-contro-uno dopo i cambi e trovare punti da quelle situazioni: ovviamente ci vogliono attaccanti del calibro di Irving e James per riuscire a sfruttare quell’accoppiamento, ma piuttosto che vedersi arrivare dal lato debole il candidato miglior difensore della NBA, è quasi meglio attaccarlo direttamente e lasciare piuttosto che sia Pachulia a ruotare per portare aiuto (magari concedendo un po’ di spazio in più a Thompson per avere impatto a rimbalzo offensivo). Ovviamente nulla di tutto questo ha senso se il livello di intensità e concentrazione rimane quello di gara-1, e i Golden State Warriors pongono continuamente dilemmi tattici di difficilissima (se non impossibile) soluzione – perché contro una squadra con così tanto talento, la coperta rimane sempre in qualche modo corta. Cleveland non può però permettersi quantomeno di provarci già a partire da gara-2 – perché non capita tutti gli anni di rimontare da 0-2, specialmente contro una squadra che in questi playoff non ha ancora conosciuto la parola sconfitta.

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